Il commissario Ricciardi
e quella rosa rossa per Gilda

Andrea Renzi nei panni del commissario Ricciardi

Andrea Renzi nei panni del commissario Ricciardi

«Sonata per il commissario Ricciardi» – lo spettacolo che il Teatro Garibaldi di Palermo ha presentato a Castel Sant’Elmo in chiusura dell’ottava edizione del Napoli Teatro Festival Italia – è tratto da un racconto inedito di Maurizio de Giovanni, «Mammarella», in cui le indagini della polizia muovono dall’assassinio in un bordello di Mergellina della puttana Maria Rosaria da Frattamaggiore, in arte Gilda. Ma, ben al di là della trama, conta il fatto che Andrea Renzi, nella doppia veste di regista e interprete, compie l’intelligente operazione di offrirci lo spunto per analizzare il popolare personaggio di de Giovanni in rapporto ad alcuni fra i maggiori modelli d’investigatore prodotti in precedenza dalla letteratura «gialla».
Nelle sequenze d’avvio il commissario di Renzi rompe in urla gutturali, si estenua in mugolii da bestia ferita, percuote i muri con il palmo delle mani, protende le dita piegate ad artigli. In breve, è una sorta di lupo mannaro partorito dalla follia, dall’orrore e dalla violenza animalesca con le quali deve confrontarsi nell’esercizio del suo mestiere. E questo dà conto come meglio non si potrebbe della caratteristica peculiare di Ricciardi: il profondo interesse umano che prova per le vittime, a partire, si capisce, dalla sua simbolica capacità di vedere i morti ammazzati nell’attimo prima della morte e di ascoltarne l’ultimo frammento di pensiero.
Così, fra l’altro, Renzi sottolinea anche il particolare che qui, a differenza che nei romanzi, il commissario di de Giovanni parla in prima persona. E una non meno eclatante sottolineatura, stavolta del romanticismo di Ricciardi, è costituita dall’invenzione della rosa rossa che nella scena conclusiva lui va a deporre sul letto insanguinato di Gilda.
In tal modo, risaltano in maniera icastica i dati che nettamente distinguono Ricciardi da suoi colleghi illustri come, soprattutto, il Duca Lamberti creato da Giorgio Scerbanenco, il padre del «giallo» italiano del quale, pure, de Giovanni è per più d’un verso debitore, e il Philip Marlowe di Raymond Chandler che, giusto, racconta in prima persona. Lamberti e Marlowe spesso «se ne vanno» in quei momenti di sospensione che, nello spettacolo di Renzi, vengono resi dalle «spezzature» del jazz di Marco Cappelli e dell’Acoustic Trio.
Marlowe, specialmente, è cinico giacché, per lui, il colpevole esiste a priori nelle vesti del capitalismo. E perciò, ne «Il grande sonno», può pronunciare una delle frasi più belle della letteratura di ogni tempo: «Mi sdraiai e, mentre mi avvelenavo col fumo della sigaretta, cominciai ad ascoltare il rumore della pioggia».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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