Moscato fra gli Ammoniti

Enzo Moscato e Benedetto Casillo durante le prove di «Ronda degli Ammoniti», in programma al Napoli Teatro Festival Italia (la foto è di Pino Miraglia)

Enzo Moscato e Benedetto Casillo durante le prove di «Ronda degli Ammoniti», in programma al NTFI
(la foto è di Pino Miraglia)

NAPOLI - Riporto il commento, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», al nuovo testo di Enzo Moscato, «Ronda degli Ammoniti», in programma al Napoli Teatro Festival Italia.

Ne sono stato sempre convinto, Enzo Moscato è il nostro Ibsen, l’Ibsen napoletano. E ne viene una nuova conferma da «Ronda degli Ammoniti», il testo che sarà presentato il 9 e il 10 giugno, in «prima» nazionale, nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Per affrontarne l’analisi parto dunque, ancora una volta, dalla decisiva osservazione che sul drammaturgo norvegese fece Peter Szondi.
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Milo Rau, indagine su un delitto al di là della rappresentazione

Da sinistra, Sébastien Foucault e Tom Adjibi in una scena di «The Repetition, Histoire(s) du théâtre (I)» (la foto è di Michiel Devijver)

Da sinistra, Sébastien Foucault e Tom Adjibi in una scena di «The Repetition, Histoire(s) du théâtre (I)»
(la foto è di Michiel Devijver)

MILANO – «Non si tratta più soltanto di ritrarre il mondo. Si tratta di cambiarlo. L’obiettivo non è quello di rappresentare il reale, ma di rendere reale la rappresentazione stessa». «Almeno due attori sul palco non devono essere attori professionisti». «Almeno una produzione per stagione deve essere ripetuta o eseguita in una zona di conflitto o di guerra, senza alcuna infrastruttura culturale».
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Il teatro a Napoli fra illusioni e realismo

Un  momento di «Luciano», lo spettacolo di Danio Manfredini presentato di recente al Politeama (la foto è di Manuela Pellegrini)

Un momento di «Luciano», lo spettacolo di Danio Manfredini presentato di recente al Politeama
(la foto è di Manuela Pellegrini)

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

«Nel realismo sono presenti due dimensioni (inestricabilmente connesse), una normativa/prescrittiva e una descrittiva/interpretativa. Sul piano normativo, realismo non significa affatto, come troppi ancora credono, “cinismo”. Implica invece (e al contrario) l’idea che solo osservando la realtà per come essa è, e non per come ci piacerebbe che fosse, si possono evitare fughe nell’irresponsabilità. Inteso dal punto di vista normativo, il realismo comporta responsabilità verso gli altri, significa non eludere i problemi, non voltare le spalle di fronte alla loro durezza, non illudersi né illudere che le soluzioni siano tutte semplici e tutte a portata di mano. Normativamente parlando, il realismo, insomma, è una forma di moralità».
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Una «solitudine sociale» che rimanda a Pirandello

Silvio Orlando in un momento di «Si nota all'imbrunire», in scena al Bellini

Silvio Orlando in un momento di «Si nota all’imbrunire», in scena al Bellini

NAPOLI – «Ci vogliono gli altri per farti sentire davvero male o proprio tanto bene. Gli altri sono il rischio, l’incidente, la possibilità. Da solo è un po’ triste, ma non si soffre».
Finisce così il soliloquio iniziale del personaggio protagonista di «Si nota all’imbrunire» (sottotitolo: «Solitudine da paese spopolato»), la commedia in due atti di Lucia Calamaro che la Cardellino presenta al Bellini per la regia dell’autrice. E mi sembra che si tratti del passo-chiave del testo. Di un testo che va molto al di là delle intenzioni dichiarate dalla Calamaro quando, in una sua nota, dice che «Si nota all’imbrunire» è ispirato dal fenomeno chiamato dalla socio-psicologia «solitudine sociale»: un fenomeno ormai tanto diffuso che ha spinto la Francia a creare la «Giornata della Solitudine» e l’Inghilterra a istituire, addirittura, il Ministero della Solitudine.
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Tra marito e moglie la prova d’amore è la reticenza

Serena Autieri e Paolo Calabresi in un momento de «La menzogna» (la foto è di Fabio Lovino)

Serena Autieri e Paolo Calabresi in un momento de «La menzogna»
(la foto è di Fabio Lovino)

NAPOLI – Il vero tema de «La menzogna» – la commedia di Florian Zeller che, nell’allestimento prodotto da Artisti Riuniti, chiude la stagione del Diana – non è quello indicato dal titolo, ma la reticenza: poiché si discute, qui, non sul travisamento della verità, bensì sull’opportunità o meno di dire la verità. E intorno a quest’opportunità si gira continuamente, e si gira in tondo, dall’inizio alla fine. Da quando Alice ci mette un’infinità di tempo a rivelare il vero motivo per cui, all’ultimo momento, vuole annullare la cena alla quale lei e il marito Paolo hanno invitato la coppia di amici composta da Lorenza e Michele.
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Un’araba fenice chiamata cultura

Il palcoscenico sospeso sul mare del Festival di Ravello

Il palcoscenico sospeso sul mare del Festival di Ravello

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Continua, come purtroppo sappiamo, la diatriba fra De Luca e De Magistris intorno all’oggetto misterioso che – ormai per semplice abitudine – viene chiamato cultura. È diventato a tal punto evanescente, quell’oggetto, che suscita seri dubbi circa la sua effettiva esistenza. E insomma, tanto il presidente della Regione Campania quanto il sindaco di Napoli fanno di tutto per apparentarlo alla fede degli amanti di metastasiana memoria: «che vi sia, ciascun lo dice; / dove sia, nessun lo sa».
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Fantasmi d’arte e di vita nello specchio della follia

Danio Manfredini in un momento di «Luciano», presentato al Politeama dal Teatro Area Nord (le foto che illustrano questo articolo sono di Manuela Pellegrini)

Danio Manfredini in un momento di «Luciano», presentato al Politeama dal Teatro Area Nord
(le foto che illustrano questo articolo sono di Manuela Pellegrini)

NAPOLI – «Il ritratto di un paziente psichiatrico». Così Danio Manfredini definisce il suo spettacolo, «Luciano», che La Corte Ospitale ha presentato al Politeama (purtroppo per un solo giorno) nell’ambito della stagione del Teatro Area Nord. Ma è molto di più: è la verifica di sé attraverso l’incontro che il paziente psichiatrico qui ritratto, appunto Luciano, ha con altri disadattati sociali come lui, primi fra tutti tossicodipendenti e omosessuali. E non a caso quest’incontro avviene nel ricordo, in un ricordo che, spesso, il delirio trasforma in pura immaginazione.
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Si legge «brocca rotta» ma significa «sozzura» e «splendore»

Mariano Rigillo in un momento de «La brocca rotta», in scena al Mercadante (le foto che illustrano questo articolo sono di Marco Ghidelli)

Mariano Rigillo in un momento de «La brocca rotta», in scena al Mercadante
(le foto che illustrano questo articolo sono di Marco Ghidelli)

NAPOLI – Dopo aver usato nel giro di appena cinque righe due volte l’aggettivo «simbolico» e due volte l’aggettivo «esoterico», Giuseppe Dipasquale – regista dell’allestimento de «La brocca rotta» di Heinrich von Kleist che lo Stabile di Napoli presenta al Mercadante – conclude le sue note limitandosi ad osservare che nel testo in questione «la posizione della verità si sovrappone con quella dell’inganno». E aggiunge: «La domanda Kantiana sulla verità, che Kleist si poneva due secoli addietro e che oggi non possiamo che risolvere con un inesorabile relativismo, si compie e si consuma in un gesto teatrale da commedia».
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«Un nemico del popolo» che si schiera contro i Cinquestelle

Massimo Popolizio in un momento di «Un nemico del popolo», in scena all'Argentina (le foto che illustrano questo articolo sono di Giuseppe Distefano)

Massimo Popolizio in un momento di «Un nemico del popolo», in scena all’Argentina
(le foto che illustrano questo articolo sono di Giuseppe Distefano)

ROMA – Prima di passare ad analizzare l’allestimento di «Un nemico del popolo» di Ibsen che il Teatro di Roma propone all’Argentina nella traduzione di Luigi Squarzina e per la regia di Massimo Popolizio, ricordo ancora una volta, in estrema sintesi, il plot di quel dramma, datato 1882 e, dunque, non a caso (dirò poi perché) di appena un anno posteriore a «Spettri».
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Cuba, quella rivoluzione che non è ancora finita

Christian Paneque Moreda in un momento di «Granma. Metales de Cuba» di Rimini Protokoll (la foto è di Ute Langkafel)

Christian Paneque Moreda in un momento di «Granma. Metales de Cuba» di Rimini Protokoll
(la foto è di Ute Langkafel)

BOLOGNA – «Miei cari, ancora una volta sento sotto i talloni le costole di Ronzinante; mi rimetto in cammino col mio scudo al braccio». E poi: «Ora una volontà che ho perfezionato con compiacimento di artista sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi».
Questo, fra l’altro, scrisse Che Guevara nell’ultima lettera ai genitori. Ed era addirittura obbligatorio che ancora una volta me ne ricordassi mentre assistevo allo spettacolo di Rimini Protokoll «Granma. Metales de Cuba», coprodotto con Emilia Romagna Teatro e dato (circostanza che appare altamente simbolica) in un teatro che si chiama Arena del Sole e in quella delle sue sale che s’intitola a Leo de Berardinis.
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