Riecco «Francesca da Rimini». Nel rimpianto dei Giuffré

Gianfranco e Massimiliano Gallo in un momento di «Comicissimi fratelli», in scena all'Augusteo (la foto è di Gianni Biccari)

Gianfranco e Massimiliano Gallo in un momento di «Comicissimi fratelli», in scena all’Augusteo
(la foto è di Gianni Biccari)

NAPOLI – Non a caso il pezzo forte dello spettacolo – «Comicissimi fratelli. Il pubblico ha sempre ragione», in scena all’Augusteo – è «Francesca da Rimini», la celebre e irresistibile parodia di Antonio Petito. Infatti, Gianfranco Gallo, qui nella triplice veste di autore del copione, regista e coprotagonista al fianco del fratello Massimiliano, dichiara nelle sue note di aver voluto rendere omaggio ai fratelli Aldo e Carlo Giuffré, che a partire dalla stagione ’76-’77 fecero di quella farsa (diretti da Gennaro Magliulo e affiancati nel ruolo del suggeritore da uno strepitoso Giacomo Rizzo) uno dei maggiori successi del teatro «leggero» napoletano.
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Gruppo di famiglia in un interno antieduardiano

Laura Mazzi e Alessandro Bay Rossi in un momento di «Per il tuo bene» di Pier Lorenzo Pisano (le foto che illustrano l'articolo sono di Luca Del Pia)

Laura Mazzi e Alessandro Bay Rossi in un momento di «Per il tuo bene» di Pier Lorenzo Pisano
(le foto che illustrano l’articolo sono di Luca Del Pia)

MODENA – Riporto la recensione, pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», dello spettacolo «Per il tuo bene».

Leggendo «Per il tuo bene» – il testo del ventottenne napoletano Pier Lorenzo Pisano vincitore della dodicesima edizione del prestigioso Premio Riccione «Pier Vittorio Tondelli» e che è stato presentato da Emilia Romagna Teatro, in «prima» nazionale, nel Teatro delle Passioni di Modena – ho subito pensato per un verso a Manlio Santanelli e per l’altro a Fausto Paravidino: a Santanelli per quanto riguarda il tema qui affrontato, la famiglia, e a Paravidino per quanto concerne il tono con cui quel tema viene svolto.
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Un «blade runner» che va a caccia fra gli elisabettiani

Fausto Cabra in un momento de «La tragedia del vendicatore» di Thomas Middleton (le foto che illustrano l'articolo sono di Masiar Pasquali)

Fausto Cabra in un momento de «La tragedia del vendicatore» di Thomas Middleton
(le foto che illustrano l’articolo sono di Masiar Pasquali)

BOLOGNA – Tanto per intenderci: la quantità complessiva di amoralità, odio, corruzione, inganno, rabbia, depravazione, violenza, mostruosità, narcisismo, macabrosità, frustrazione, truculenza, volgarità, smania del potere, crudeltà, prevaricazione, culto del denaro, lussuria, menzogna, delitto e sangue riscontrabile negli altri grandi elisabettiani messi insieme (Ben Jonson, Ford, Webster, Marlowe e, naturalmente, Shakespeare) non è pari nemmeno alla metà di quella che dilaga ne «La tragedia del vendicatore (The Revenger’s Tragedy)» di Thomas Middleton.
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In scena con de Giovanni il «commissario» Ibsen

Claudio Di Palma in un momento del suo adattamento de «Il senso del dolore» di Maurizio de Giovanni (la foto è di Marco Ghidelli)

Claudio Di Palma in un momento del suo adattamento de «Il senso del dolore» di Maurizio de Giovanni
(la foto è di Marco Ghidelli)

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno» e relativo ai romanzi di Maurizio de Giovanni centrati sul personaggio del commissario Ricciardi.

In vista del debutto al San Ferdinando dell’adattamento de «Il senso del dolore» firmato da Claudio Di Palma e prodotto dallo Stabile di Napoli, mi son ricordato – mentre tornavo in treno da Milano, dove al Piccolo Teatro Studio Melato avevo visto il nuovo spettacolo di Mario Perrotta intitolato, guarda caso, «In nome del padre» – di una mia convinzione circa, per l’appunto, i romanzi di Maurizio de Giovanni centrati sul personaggio del commissario Ricciardi.
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Buon 2019

water-768745_1280Stavolta faccio gli auguri per il nuovo anno prendendo in prestito un passo del libro di Mario Tobino «Sulla spiaggia e di là dal molo»:

«Il mare no, non era possibile. Col mare i mestatori non ce la potevano. La vita continuava con la sua bellezza e ferocia. Era ancora più emozionante individuare in un angolo, in un luogo, lo stesso lampo del passato; luceva la speranza di trasfigurare anche il presente».

                                                                                                                                         Enrico Fiore

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Le visioni mentali del commissario Ricciardi

Claudio Di Palma in un momento de «Il senso del dolore» di Maurizio de Giovanni, in scena al San Ferdinando (le foto che illustrano l'articolo sono di Marco Ghidelli)

Claudio Di Palma in un momento de «Il senso del dolore» di Maurizio de Giovanni, in scena al San Ferdinando
(le foto che illustrano l’articolo sono di Marco Ghidelli)

NAPOLI – «Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi è inquieto testimone sensoriale della presunta resistenza dei defunti. E lo è non tanto, e non solo, perché lui i morti li vede, in particolare quelli deceduti per cause violente, ma perché è egli stesso il prodotto di una vita solo presunta ancorché credibile». E ancora: «L’autore riconsegna, quindi, la sua creatura al senso ed alla forma di una memoria. Non lo restituisce come una sporadica evanescenza immaginaria, ma come qualcuno da poter ricordare anche se non più esistente. Un morto appunto».
Sono due brani delle note di Claudio Di Palma, autore e regista dell’adattamento teatrale de «Il senso del dolore» di Maurizio de Giovanni che lo Stabile di Napoli presenta al San Ferdinando. E dico subito che rarissimamente mi è capitato di leggere in note di regia considerazioni tanto intelligenti e precise.
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Santanelli vs Don Salvatore

Il borgo di Marechiaro, cantato da Salvatore Di Giacomo in una delle sue più celebri canzoni

Il borgo di Marechiaro, cantato da Salvatore Di Giacomo in una delle sue più celebri canzoni

Riporto il racconto di Manlio Santanelli, «Onda che vai, onda che vieni», e il mio commento allo stesso, «Santanelli vs Don Salvatore», pubblicati dal «Corriere del Mezzogiorno».

Lo primmo a s’addunare de chello ca era succieso dint’a la nuttata fuje Ciruzzo lo pescatore. Matinante, s’era abbiato pe ghire a s’abbuscà la jurnata, e pe’ tramente ca scenneva alla marina teneva dint’a la capa nu sulo penziero: sperammo a Dio ca quanno tiro la rezza la trovo chiena chiena de pisce, ca nun starranno cchiù a zompare pe’ la priezza ma pe’ la paura de fernì dint’a la tiella.
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Tra l’illusionismo e le metamorfosi dei sempreverdi Momix

Un momento di «Viva Momix Forever», lo spettacolo antologico in scena al Bellini (la foto è di Max Pucciariello)

Un momento di «Viva Momix Forever», lo spettacolo antologico in scena al Bellini
(la foto è di Max Pucciariello)

NAPOLI – A proposito di «Viva Momix Forever» – lo spettacolo, adesso in scena al Bellini, creato per celebrare i trentacinque anni di attività della celebre compagnia di danza statunitense fondata da Moses Pendleton – non posso che ripetere quanto, fra l’altro, scrissi a proposito di uno dei maggiori successi precedenti degli stessi Momix, «Sun Flower Moon»: una creazione nata, a sua volta, per celebrare i venticinque anni della compagnia.
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Arriva in platea, il cavalluccio rosso di «Così parlò Bellavista»

Da sinistra, Nunzia Schiano, Geppy Gleijeses e Marisa Laurito in un momento di «Così parlò Bellavista».in scena al Diana

Da sinistra, Nunzia Schiano, Geppy Gleijeses e Marisa Laurito in «Così parlò Bellavista», di scena al Diana

NAPOLI – Cerchiamo d’essere chiari e, almeno per un momento, di mettere da parte l’ipocrisia: «Così parlò Bellavista» – lo spettacolo, adesso in scena al Diana, che Geppy Gleijeses ha tratto un po’ dal romanzo (1977) e moltissimo dal film (1984) omonimi di Luciano De Crescenzo – è un’operazione commerciale che utilizza come cassa di risonanza il fatto che lo stesso De Crescenzo ha compiuto novant’anni: tanto è vero che, per esempio, sul sito del Quirino, il teatro gestito a Roma da Gleijeses, in calce alla locandina dello spettacolo in questione compare la scritta: «Festa per il compleanno del caro amico Luciano».
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Tre padri in uno, fra una porta chiusa e una chitarra rediviva

Mario Perrotta in un momento di «In nome del padre», in scena al Piccolo Teatro Studio Melato (le foto che illustrano l'articolo sono di Luigi Burroni)

Mario Perrotta in un momento di «In nome del padre», in scena al Piccolo Teatro Studio Melato
(le foto che illustrano l’articolo sono di Luigi Burroni)

MILANO – Tre padri – fra loro diversissimi per posizione sociale, provenienza geografica e condizione lavorativa – tentano ripetutamente, attraverso il dialogo, di stabilire un rapporto con tre figli del pari diversi fra loro ma accomunati dal fatto che in scena non compaiono mai e che, soprattutto, se ne restano murati nel silenzio, rispondendo – come apprendiamo dai padri – solo eccezionalmente e appena con qualche parola stentata e ostile.
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