Arriva a Roma la mostra che celebra la vita e le opere di Bixio

Centenario Bixio_ invito Mostra RomaROMA – Ricevo da Pamela Menichelli, della Ni.Co di Nicoletta Strazzeri, il seguente comunicato stampa, che volentieri ospito (E.F.). 

Dopo il successo ottenuto a Ravello, Spoleto, Napoli, Firenze e Pescara, arriva a Roma da mercoledì prossimo la mostra «C.A. Bixio – Musica e Cinema nel ‘900 italiano», allestita, in occasione del Centenario di Casa Bixio, presso il Museo delle Civiltà – Museo delle Arti e Tradizioni Popolari all’EUR.
L’intento della famiglia è quello di celebrare la vita e le opere musicali del fondatore di Casa Bixio, Cesare Andrea Bixio, per tramandarne il ricordo e far conoscere, soprattutto ai giovani, il talento e le intuizioni di quello che potremmo definire «l’uomo dei record». In pochi conoscono, infatti, l’uomo e l’imprenditore che si nascondono dietro ad importanti successi quali «Mamma», «Parlami d’amore Mariù», «Vivere», «Una strada nel bosco» e «Violino tzigano» , divenuti pietre miliari della nostra musica popolare e conosciuti in tutto il mondo.
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Se Zio Vanja spara a un cinematografaro

Paolo Pierobon in un momento di «Zio Vanja», in scena al Carignano di Torino con la regia di Kriszta Székely (le foto dello spettacolo che illustrano questo articolo sono di Andrea Macchia)

Paolo Pierobon in un momento di «Zio Vanja», in scena al Carignano di Torino con la regia di Kriszta Székely
(le foto dello spettacolo che illustrano questo articolo sono di Andrea Macchia)

TORINO – Come sappiamo, in Cechov vengono meno (o, nella migliore delle ipotesi, si riducono a larvali simulacri) entrambi i cardini del dramma borghese: il dialogo (spesso sostituito, di fatto, da un intrecciarsi di monologhi mascherati) e l’azione. E ce ne offre una lampante dimostrazione soprattutto «Zio Vanja», adesso al Carignano in un allestimento prodotto dallo Stabile di Torino per la regia, la sua prima in Italia, dell’ungherese Kriszta Székely, uno dei nuovi talenti della scena europea.
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Adesso arrivano i «giganti» cattivi che hanno distrutto il teatro

Gabriele Lavia in un momento de «I giganti della montagna», in scena al Mercadante (la foto è di Tommaso Le Pera)

Gabriele Lavia in un momento de «I giganti della montagna», in scena al Mercadante
(la foto è di Tommaso Le Pera)

NAPOLI – Come ho già scritto in varie occasioni, ci sono due modi d’intendere e mettere in scena «I giganti della montagna»: leggendo in quel copione monco il testamento di Pirandello, e quindi un semplice atto di fede e d’amore nei confronti del teatro; oppure individuandovi, sul piano ideologico, la contraddizione fra l’utopia di una sognata civiltà contadina e l’avvento inesorabile della società tecnologica, rappresentata per l’appunto dai «giganti».
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Tra il sipario e la realtà metti il Miserialismo

La «Venere degli stracci» di Michelangelo Pistoletto

La «Venere degli stracci» di Michelangelo Pistoletto

NAPOLI – Riporto lo scritto di Manlio Santanelli, «Il manifesto del Miserialismo», e il mio commento allo stesso, «Miserialismo nel teatro. Brook prima di Santanelli», pubblicati dal «Corriere del Mezzogiorno».

Premesso che le correnti artistiche sono sempre state influenzate dalle condizioni del momento storico in cui sono nate (ma poi hanno a loro volta caratterizzato quel momento), dopo l’orgia dei manifesti relativi alle molte correnti del secolo ventesimo qui si presenta il manifesto di un nuovo movimento di idee creative, che intende esprimersi in ogni campo della cultura e che nasce dalle attuali condizioni della società. Detto movimento prende il nome di Miserialismo.
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«Macbeth» come una seduta di psicanalisi

Tindaro Granata ed Elena Rivoltini in un momento di «Macbeth, le cose nascoste», in scena al LAC di Lugano

Tindaro Granata ed Elena Rivoltini in un momento di «Macbeth, le cose nascoste», in scena al LAC di Lugano

LUGANO – Ho visto di seguito, il primo al Piccolo Teatro Studio Melato e il secondo al LAC (Lugano Arte e Cultura), due spettacoli – «Della madre» di Mario Perrotta e «Macbeth, le cose nascoste» di Carmelo Rifici – la cui drammaturgia s’è avvalsa della consulenza di psicanalisti, rispettivamente Massimo Recalcati e gli esponenti della scuola junghiana Giuseppe Lombardi e Luciana Vigato.
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Madre Patriarcale vs Madre Ipermoderna. Arbitra Mina

Mario Perrotta e Paola Roscioli in un momento di «Della madre», in scena al Piccolo Teatro Studio Melato (le foto che illustrano questo articolo sono di Luigi Burroni)

Mario Perrotta e Paola Roscioli in un momento di «Della madre», in scena al Piccolo Teatro Studio Melato
(le foto che illustrano questo articolo sono di Luigi Burroni)

MILANO – «Mentre nella madre patriarcale la madre uccide la donna, nella madre ipermoderna e narcisistica è la donna che uccide la madre». Così, con estrema ma efficacissima sintesi, Massimo Recalcati, consulente alla drammaturgia, espone in una sua nota il tema di «Della madre», secondo capitolo della trilogia «In nome del padre, della madre, dei figli» concepita da Mario Perrotta. E infatti, in questo secondo capitolo, che – prodotto dallo Stabile di Bolzano e da La Piccionaia – ha debuttato come il primo nel Piccolo Teatro Studio Melato, assistiamo allo scontro inesausto fra i personaggi della Madre e di sua madre, chiamata Nonna perché c’è di mezzo una nipote di sei anni chiamata Bimba.
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Isa Danieli, la storia nel presente

Isa Danieli in un momento di «Raccontami (Una passeggiata devota)»

Isa Danieli in un momento di «Raccontami (Una passeggiata devota)»

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Recentemente, a proposito del discutibilissimo (per non dire inammissibile) allestimento di «Miseria e nobiltà» in scena al San Ferdinando, ho avuto modo di osservare che frequentare la tradizione va non bene, ma benissimo: perché noi siamo la tradizione, siamo quel che siamo stati, e solo camminando sulle tracce del passato possiamo arrivare a un qualche approdo plausibile nel presente. A patto, però, che la tradizione la studiamo, la rispettiamo (sia pure interpretandola sulla base di uno sguardo contemporaneo), non l’affoghiamo nella nostalgia sterile e, soprattutto, non la utilizziamo come alibi, ovvero – ciò che spesso capita – a mo’ del proverbiale tappeto sotto cui nascondere la polvere di un presente vuoto e avvilente.
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Auguri

sunset-1547280__480«Da noi il mondo si prenderà ciò che vuole. Ma non significa che lo dobbiamo permettere. Non siamo qua per conto d’altri» (Steven Price, «L’uomo di fumo»).
Auguri a tutti. E per farli, in particolare, ai napoletani, prendo in prestito un’altra frase del libro di Price: «Il passato non fa che incominciare, di continuo». Cerchiamo di vivere nel presente.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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Eduardo nei Balcani

Biljana Srbljanović

Biljana Srbljanović

NAPOLI – Riporto la rievocazione scritta per il calendario Di Meo 2020, dedicato alla Serbia.

Il primo incontro con i Balcani costituì per me, in quanto critico, una grande sorpresa: quella di scoprire che là sapevano del teatro di Napoli molto più di quanto avessi mai potuto immaginare.
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Non ci sono miseria e nobiltà, ma solo miseria e miseria

Lello Arena in un momento di «Miseria e nobiltà», in scena al San Ferdinando (la foto è di Mario Pellegrino)

Lello Arena in un momento di «Miseria e nobiltà», in scena al San Ferdinando
(la foto è di Mario Pellegrino)

NAPOLI – Poi dice che non è vero che, in questa città, ad intervalli più o meno regolari si vedono a teatro sempre le stesse cose. Tre anni fa, in vista del Natale, ci venne proposto al San Ferdinando un allestimento di «Miseria e nobiltà» prodotto dallo Stabile di Napoli e diretto da Arturo Cirillo. E adesso, ancora in vista del Natale e ancora al San Ferdinando, ci viene proposto un altro allestimento della celeberrima commedia di Scarpetta, stavolta prodotto da Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro e diretto da Luciano Melchionna.
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