«Un nemico del popolo» che si schiera contro i Cinquestelle

Massimo Popolizio in un momento di «Un nemico del popolo», in scena all'Argentina (le foto che illustrano questo articolo sono di Giuseppe Distefano)

Massimo Popolizio in un momento di «Un nemico del popolo», in scena all’Argentina
(le foto che illustrano questo articolo sono di Giuseppe Distefano)

ROMA – Prima di passare ad analizzare l’allestimento di «Un nemico del popolo» di Ibsen che il Teatro di Roma propone all’Argentina nella traduzione di Luigi Squarzina e per la regia di Massimo Popolizio, ricordo ancora una volta, in estrema sintesi, il plot di quel dramma, datato 1882 e, dunque, non a caso (dirò poi perché) di appena un anno posteriore a «Spettri».
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Cuba, quella rivoluzione che non è ancora finita

Christian Paneque Moreda in un momento di «Granma. Metales de Cuba» di Rimini Protokoll (la foto è di Ute Langkafel)

Christian Paneque Moreda in un momento di «Granma. Metales de Cuba» di Rimini Protokoll
(la foto è di Ute Langkafel)

BOLOGNA – «Miei cari, ancora una volta sento sotto i talloni le costole di Ronzinante; mi rimetto in cammino col mio scudo al braccio». E poi: «Ora una volontà che ho perfezionato con compiacimento di artista sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi».
Questo, fra l’altro, scrisse Che Guevara nell’ultima lettera ai genitori. Ed era addirittura obbligatorio che ancora una volta me ne ricordassi mentre assistevo allo spettacolo di Rimini Protokoll «Granma. Metales de Cuba», coprodotto con Emilia Romagna Teatro e dato (circostanza che appare altamente simbolica) in un teatro che si chiama Arena del Sole e in quella delle sue sale che s’intitola a Leo de Berardinis.
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Napoli, Beckett e l’identità

Massimo Andrei in un momento di «E pecché? E pecché? E pecché? Pulcinella in Purgatorio» (la foto è di Marco Ghidelli)

Massimo Andrei in un momento di «E pecché? E pecché? E pecché? Pulcinella in Purgatorio»
(la foto è di Marco Ghidelli)

NAPOLI – Riporto qui di seguito il racconto di Manlio Santanelli «Napoli beckettiana» e il mio commento allo stesso, pubblicati dal «Corriere del Mezzogiorno».

Lungi da noi l’intenzione di scuotere le coscienze dei lettori con proposizioni che ne destabilizzino un equilibrio magari raggiunto a costo di faticosi sforzi. E tuttavia sentiamo il dovere di segnalare che l’assurdo, in qualità di corrente di pensiero in grado di influenzare a fondo la cultura europea del secondo Novecento, se proprio non è nato a Napoli, in questa città si è espresso in tutte le sue potenzialità.
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La classe operaia, una passione nella nebbia

Da sinistra, Donatella Allegro, Lino Guanciale e Diana Manea in un momento de «La classe operaia va in paradiso» (le foto dello spettacolo sono di Giuseppe Distefano)

Da sinistra, Donatella Allegro, Lino Guanciale e Diana Manea in un momento de «La classe operaia va in paradiso»
(le foto dello spettacolo sono di Giuseppe Distefano)

NAPOLI – Ripubblico la recensione dello spettacolo «La classe operaia va in paradiso», adesso in scena al Bellini e che nel febbraio dell’anno scorso vidi, in «prima» nazionale, all’Arena del Sole di Bologna.

Fuori, mentre varca il cancello d’ingresso, è inseguito dai megafoni che urlano la necessità dell’«alleanza rivoluzionaria tra operai e studenti». E dentro lo accoglie, attraverso gli altoparlanti, il comunicato della direzione della fabbrica che lo invita a rispettare le «esigenze» della macchina a lui affidata.
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Se i «giganti» di Pirandello si riducono alle parole come forma

Roberto Latini in un momento de «I giganti della montagna - Radio Edit», in scena nella Sala Assoli (la foto è di Simone Cecchetti)

Roberto Latini in un momento de «I giganti della montagna – Radio Edit», in scena nella Sala Assoli
(la foto è di Simone Cecchetti)

NAPOLI – Come ho già scritto in varie occasioni, ci sono due modi d’intendere e mettere in scena «I giganti della montagna»: leggendo in quel copione monco il testamento di Pirandello, e quindi un semplice atto di fede e d’amore nei confronti del teatro; oppure individuandovi, sul piano ideologico, la contraddizione fra l’utopia di una sognata civiltà contadina e l’avvento inesorabile della società tecnologica, rappresentata per l’appunto dai «giganti».
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Vita, grazia e ambiguità dell’ossimoro chiamato Villon

Raffaele Esposito in un momento di «Villon», presentato al Teatro Due di Parma (le foto dello spettacolo sono di Francesco Bianchi)

Raffaele Esposito in un momento di «Villon», presentato al Teatro Due di Parma
(le foto dello spettacolo sono di Francesco Bianchi)

PARMA – Il guardiano: «Villon! La grazia! È arrivata la grazia!». E Villon: «C’è sempre stata, Roger. C’è sempre stata. Solo che non ce ne eravamo accorti».
Finisce così «Villon», il testo di Roberto Mussapi allestito dal Teatro Due per la regia di Gigi Dall’Aglio e presentato a Parma in «prima» nazionale. E credo che al termine «grazia», giusta la risposta di Villon al guardiano, vada attribuito il significato di partenza indicato dallo Zingarelli: «sensazione di piacere che destano le cose per la loro naturalezza, semplicità, delicatezza, armonia». Di modo che risulta chiarissimo quale Villon porti in scena Mussapi rispetto al dilemma che tra biografia e filologia costituisce l’autore de «Il Testamento».
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Il Teatro Stabile di Napoli e i giornali

Il Mercadante, sede dello Stabile-Teatro Nazionale di Napoli

Il Mercadante, sede dello Stabile-Teatro Nazionale di Napoli

NAPOLI - Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Non è vero che i giornali non servono più a niente. Possono ancora servire a qualcosa. Sempre che, naturalmente, abbiano la voglia e la capacità di prendere posizione.
Ne è venuta una piccola dimostrazione dal dibattito circa la direzione del Teatro Stabile di Napoli. Perché possiamo fin troppo facilmente constatare che – in seno al consiglio d’amministrazione dello Stabile e nei commenti dedicati dai politici alla sostituzione o meno di De Fusco – sono via via emerse le stesse ipotesi e convinzioni anticipate dal «Corriere del Mezzogiorno». A cominciare dall’ipotesi di sdoppiare la carica di direttore in quelle di direttore artistico e di direttore organizzativo.
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Renzo e Lucia promessi al teatro. Nel segno di Testori

Filippo Lai e Nina Pons in un momento de «I promessi sposi alla prova», in scena al Teatro Franco Parenti (le foto che illustrano questo articolo sono di Noemi Ardesi)

Filippo Lai e Nina Pons in un momento de «I promessi sposi alla prova», in scena al Teatro Franco Parenti
(le foto che illustrano questo articolo sono di Noemi Ardesi)

MILANO – Non si farà mai abbastanza per ricordare Giovanni Testori e riaffermare l’importanza e la qualità dei suoi testi. E benissimo, quindi, ha fatto Andrée Ruth Shammah a riallestire nel Teatro Franco Parenti, in coproduzione con il Teatro della Toscana, «I promessi sposi alla prova» che nel 1984, l’anno in cui fu pubblicato, già aveva messo in scena – protagonisti per l’appunto Parenti e Lucilla Morlacchi – in quello che allora si chiamava Salone Pier Lombardo.
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Quel desiderio di baci che corre da Centocelle al Tiburtino

Da sinistra, Stefano Scialanga, Lorenzo Grilli, Josafat Vagni e Roberta Crivelli in un momento dello spettacolo «Ragazzi di vita», prodotto dal Teatro di Roma efd ora in scena al Bellini (le foto che illustrano questo articolo sono di Achille Le Pera)

Da sinistra, Stefano Scialanga, Lorenzo Grilli, Josafat Vagni e Roberta Crivelli
in un momento dello spettacolo «Ragazzi di vita», prodotto dal Teatro di Roma ed ora in scena al Bellini
(le foto che illustrano questo articolo sono di Achille Le Pera)

NAPOLI – È in scena al Bellini «Ragazzi di vita», l’adattamento scenico del primo romanzo pasoliniano prodotto dal Teatro di Roma su drammaturgia di Emanuele Trevi e per la regia di Massimo Popolizio. Ne ripropongo la recensione che scrissi nel novembre del 2016, dopo averlo visto all’Argentina di Roma.

Si tratta di uno spettacolo tutto di cuore (e, s’intende, è d’obbligo leggere «tutto de core»). Ma se dico questo, non bisogna dedurne che «Ragazzi di vita» indulga al sentimento o, peggio, al sentimentalismo: bisogna dedurne, al contrario, ch’è permeato dalla lucida coscienza e dalla fermissima determinazione con cui i suoi giovani interpreti s’appropriano i temi e la rivolta del «poeta corsaro». Però, prima di procedere con l’analisi dello spettacolo, è opportuno rievocare, per sommi capi, le ragioni e la struttura del romanzo, che, datato 1955, traduce al massimo grado, congiunti, tre dei principali «connotati» e «funzioni» che costituiscono la singolare peculiarità dell’artista Pasolini: il fervore populistico, l’afflato sottoproletario e lo sperimentalismo linguistico.
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La Commedia di Latella fra Dante e Pasolini

Da sinistra, Tim Werths, Franz Pätzold e Max Gindorff in un momento di «Una Divina Commedia - Dante/Pasolini» (le foto che illustrano questo articolo sono di Matthias Horn)

Da sinistra, Tim Werths, Franz Pätzold e Max Gindorff in un momento di «Una Divina Commedia – Dante/Pasolini»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Matthias Horn)

MONACO – Riporto la recensione di «Una Divina Commedia – Dante/Pasolini» pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Sono appena tornato da Monaco, seconda tappa della minitournée che ho fatto al seguito di Antonio Latella. E davvero non so dire quale sia stata, da parte del regista di Castellammare, la provocazione maggiore e più risentita: se l’attacco parodistico all’ingessata drammaturgia tedesca proposto a Basilea con «I tre moschettieri» o lo spettacolo «Una Divina Commedia – Dante/Pasolini» allestito nel Residenztheater della capitale bavarese.
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