Quando un bar è l’equivalente di un utero in affitto

Beatrice Schiros in un momento di «Animali da bar», in scena al Bellini (le foto che illustrano questo articolo sono di Laila Pozzo)

Beatrice Schiros in un momento di «Animali da bar», in scena al Bellini
(le foto che illustrano questo articolo sono di Laila Pozzo)

NAPOLI – In fondo, lo squallido locale in cui è ambientato «Animali da bar», il testo di Gabriele Di Luca che Carrozzeria Orfeo presenta al Bellini, costituisce un equivalente del parcheggio abbandonato che compariva in «Cous Cous Klan», l’altro testo di Di Luca che Carrozzeria Orfeo presentò, sempre al Bellini, nel dicembre 2018. E molto simili risultano i personaggi (emarginati, smarriti, frustrati, capaci al massimo di concedersi sogni laceri e speranze malate) proposti dai due copioni in questione.
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Il teatro della tosse

Eros Pagni ne «La tempesta» data l'anno scorso nell'ambito della rassegna «Pompeii Theatrum Mundi» (foto di Fabio Donato)

Eros Pagni ne «La tempesta» data l’anno scorso nell’ambito della rassegna «Pompeii Theatrum Mundi»
(foto di Fabio Donato)

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

A Genova, come forse qualcuno saprà, esiste un teatro illustre (fu diretto dai grandi Tonino Conte ed Emanuele Luzzati) che si chiama Teatro della Tosse. Non so esattamente perché si chiami così, ma sta di fatto che ce l’abbiamo anche noi, e moltiplicato: in pratica, tutti i teatri napoletani sono teatri della tosse, nel senso che la stessa, la tosse appunto, vi costituisce una pratica diffusissima, e non meno pertinace.
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Coppie scoppiate fra cagne, pompieri e bambini «complicati»

Monica Bauco e Riccardo Naldini in un momento di «Tre rotture», in scena al Teatro di Rifredi ( le foto che illustrano questo articolo sono di Francesco Niccolai)

Monica Bauco e Riccardo Naldini in un momento di «Tre rotture», in scena al Teatro di Rifredi
(le foto che illustrano questo articolo sono di Francesco Niccolai)

FIRENZE – «Ti ricordi della nostra prima notte? Quel fuoco che c’era tra di noi… Io ti ho amata… ardentemente…». Così dice lui a lei sul punto di lasciarla. Ma prima l’aveva legata con un braccio al letto e le aveva versato addosso un bidone di benzina. E prima ancora le aveva confessato di aver perso la testa per un pompiere.
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Josef K.? Fa il clown sulla pista di un circo

Roberto Abbiati in un momento di «Circo Kafka», in scena al Magnolfi di Prato (le foto che illustrano questo articolo sono di Lucia Baldini)

Roberto Abbiati in un momento di «Circo Kafka», in scena al Magnolfi di Prato
(le foto che illustrano questo articolo sono di Lucia Baldini)

PRATO – Assai raramente avevo visto, in precedenza, uno spettacolo che centrasse il cuore del problema preso in esame con la stessa precisione e radicalità (starei per dire estremismo, ovviamente nel senso buono e alto del termine) che mette in campo «Circo Kafka», tratto da «Il processo» e presentato in «prima» assoluta, al Magnolfi, dal Teatro Metastasio. E mi spiego.
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Quando la vita si riduce a un tipico biscottino cinese

Maria Grazia Sughi in un momento di «Urania d'agosto», in scena alla Sala Assoli ancora oggi e domani

Maria Grazia Sughi in un momento di «Urania d’agosto», in scena alla Sala Assoli ancora oggi e domani

NAPOLI – «Questa casa mi sta stretta. Ci vorrebbe uno spazio diverso. Diverso dall’unico che ormai pratico, conosco, mi contiene. Diverso da ogni spazio che io abbia già attraversato. Ci vorrebbe uno spazio originario, infinito, interminabile, immemore… Dove una nuova via non sia poi cosa impossibile. Uno spazio da cui ricominciare».
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Il mio Sanremo ricco e povero

I Ricchi e Poveri, vincitori, nel 1985,  della trentacinquesima edizione del Festival di Sanremo

I Ricchi e Poveri, vincitori, nel 1985, della trentacinquesima edizione del Festival di Sanremo

NAPOLI – Riporto la rievocazione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Lo confesso, anch’io ho visto il Festival di Sanremo. Ma non l’ho visto, come la grandissima maggioranza dei suoi adepti, standomene stravaccato sul divano davanti al piccolo schermo delle (loro) brame. L’ho visto dal vivo, come inviato de «Il Mattino» alla sua trentacinquesima edizione del 1985, quella vinta dai Ricchi e Poveri con la canzone «Se mi innamoro».
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Uno specchio incrinato tra Faust e il suo «doppio» Mefistofele

Da sinistra, Marco Foschi e Sandro Lombardi in un momento di «Scene da Faust» (le foto che illustrano questo articolo sono di Luca Manfrini)

Da sinistra, Marco Foschi e Sandro Lombardi in un momento di «Scene da Faust»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Luca Manfrini)

NAPOLI – Non poteva essere più preciso ed esaustivo, Goethe, nel momento in cui, parlando del «Faust», lo definì «un grande gioco, molto serio». Poiché quella definizione allude, insieme, alle suggestioni dall’esterno che portarono alla genesi dello sterminato (12.111 versi) poema e ai contenuti trascendenti che in esso s’impongono.
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Santo Wilde, esteta e imputato

Giovanni Franzoni in un momento di «Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde», in scena al Bellini (le foto che illustrano questo articolo sono di Laila Pozzo)

Giovanni Franzoni in un momento di «Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde», in scena al Bellini
(le foto che illustrano questo articolo sono di Laila Pozzo)

NAPOLI – «Non aver paura del passato. Se ti dicono che è irrevocabile, non credergli. Il passato, il presente e il futuro non sono che un solo momento agli occhi di Dio. Tempo e spazio sono semplicemente delle condizioni accidentali del pensiero. L’immaginazione li può trascendere».
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Ha una radice d’amore l’odio di Salieri per Mozart

Da sinistra, Geppy e Lorenzo Gleijeses, protagonisti dell'allestimento di «Amadeus» in scena al Diana

Da sinistra, Geppy e Lorenzo Gleijeses, protagonisti dell’allestimento di «Amadeus» in scena al Diana

NAPOLI – Si sentiva il celeberrimo «andante» del Concerto per pianoforte e orchestra K 467 di Mozart. E, appena s’apriva il sipario, scorgevamo Salieri inginocchiato davanti a un pianoforte a coda privo di una gamba. Ma non stava in adorazione della musica, no: sul pianoforte, al posto del leggìo, c’era un pallottoliere con cui Salieri faceva dei calcoli ossessivi, pigiando contemporaneamente sui tasti.
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I ciechi vedenti di Viviani

Raffaele Viviani (il secondo da sinistra) in un momento del suo allestimento de «La musica dei ciechi»

Raffaele Viviani (il secondo da sinistra) in un momento del suo allestimento de «La musica dei ciechi»

NAPOLI – Riporto l’articolo, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», sul progetto di riportare in scena «La musica dei ciechi» di Viviani.

Davide Iodice, di recente incaricato dal Trianon Viviani di curare un progetto speciale di arte e inclusione sociale, mi ha telefonato per chiedermi un consiglio: per chiedermi, cioè, se a mio parere dovesse o no accettare la proposta, venutagli dalla società di produzione Tieffe Menotti Milano diretta da Emilio Russo, di riportare in scena «La musica dei ciechi» di Viviani.
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