Carosone, un amarcord per il futuro

A sinistra i tavolini di un night, a destra la postazione di un dj, in mezzo un pianoforte (davvero un «pianofortissimo»!…) che diventa, alternativamente, la pedana dell’orchestra e, col coperchio alzato, lo schermo destinato ai filmati d’epoca e agli omaggi dei vari Pino Daniele, Carlo Verdone, Renzo Arbore, Enzo Jannacci, Raiz e Luciano De Crescenzo. Ed è a partire da questi segni scenografici, connotati dall’icasticità del simbolo, che si precisano gli scopi, le forme e i ritmi di «Carosone, l’americano di Napoli», il musical di Federico Vacalebre che ha aperto la stagione del Diana.
Una didascalia di Vacalebre parla di «dissolvenza tra passato e presente». Ma a rendere l’idea dello spettacolo varrà meglio – parafrasando ciò che mi disse una volta Serafino Di Livio, il più noto e serio dei chiromanti napoletani negli anni di Carosone («Le mie previsioni sono sintesi del presente che si flettono nel futuro») – parlare di un amarcord che guarda a quanto ci aspetta dopo aver piantato le radici nell’oggi. E ammirevole, oltre che funzionale, appare la coerenza con cui, sotto la guida del regista Fabrizio Bancale, tutte le componenti strutturali dell’allestimento inverano una simile definizione.
Da un lato i suoni vintage e dall’altro gli arrangiamenti moderni di Lorenzo Hengeller e i remix di Gransta Msv, da un lato il tango e dall’altro la dancefloor, da un lato Marisa Allasio e Sofia Loren e dall’altro la diva del burlesque. E a far da Virgilio – in questo viaggio dall’inferno dell’attuale povertà creativa al purgatorio di un auspicabile ritorno della sperimentazione e, magari, al paradiso di un’autentica e salutare rinascita culturale – è, non a caso, il personaggio di un giornalista che deve adeguare il suo progetto di una fiction su Carosone alle pretese volgari della televisione corrente.
Il cardine intorno al quale ruota tutto questo è uno straordinario Sal Da Vinci, che interpreta i celeberrimi successi carosoniani qui riproposti (da «Tu vuo’ fa’ l’americano» a «Torero», da «Caravan petrol» a «Pigliate ‘na pastiglia», da «Maruzzella» a «’O sarracino»…) con assoluto rispetto per l’inarrivabile modello e, insieme, reinventandone l’«aplomb» con un’eleganza e un’ironia foriere, per l’appunto, d’inediti approdi. E bene, al suo fianco, si muovono fra gli altri Giovanni Imparato (Gegè Di Giacomo), Pietro Botte (Peter Van Wood), Forlenzo Massarone (Fred Buscaglione), Lello Radice (il giornalista) e Claudia Letizia (la diva del burlesque).
Successo pieno alla «prima», presenti la sorella e il figlio di Carosone, Olga e Pino, e la figlia di Van Wood, Benedetta. In fondo, però, il merito (e merito grande) di questo spettacolo è che ridesta, almeno per chi ha una certa età, la memoria e il profumo di una stagione remota in cui le notti di Napoli non ebbero niente da invidiare a quelle di Parigi.
I tre luoghi deputati erano lo Shaker, appunto il night in cui nacque il trio Carosone-Van Wood-Di Giacomo; l’Hotel Miramare, la casa del mitico commendator Angelo Rosolino, proprietario dello Shaker; e il ristorante California, una propaggine dell’America tra il tacchino, gli hamburger e Lucky Luciano, che lì installò il suo «ufficio» quando lo espulsero dagli States. E in quelle notti s’intrecciarono piccole grandi storie, dolci e smarrite. Per ore cantò, nel California, lo sconosciuto Gigi Proietti, e alle sei di mattina la ragazza Liana Orfei cucinò uno spaghetto aglio e olio; e una spedizione caparbia andò sui Quartieri a recuperare (pagando) la tromba che Chet Baker aveva dato in cambio di droga…
Così – giusto l’intento dell’autore di parlare anche ai giovani – le repliche di «Carosone, l’americano di Napoli» potranno, forse, compiere il miracolo che già commosse Alfonso Gatto: «per qualche sera la vita / si scalda con le sue mani / a quegli accordi lontani / del tempo che fu».

                                                                                                                               Enrico Fiore

(«Il Mattino», 15 ottobre 2013)

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