«Macbeth» come una seduta di psicanalisi

Tindaro Granata ed Elena Rivoltini in un momento di «Macbeth, le cose nascoste», in scena al LAC di Lugano

Tindaro Granata ed Elena Rivoltini in un momento di «Macbeth, le cose nascoste», in scena al LAC di Lugano

LUGANO – Ho visto di seguito, il primo al Piccolo Teatro Studio Melato e il secondo al LAC (Lugano Arte e Cultura), due spettacoli – «Della madre» di Mario Perrotta e «Macbeth, le cose nascoste» di Carmelo Rifici – la cui drammaturgia s’è avvalsa della consulenza di psicanalisti, rispettivamente Massimo Recalcati e gli esponenti della scuola junghiana Giuseppe Lombardi e Luciana Vigato.
Forse si è trattato di una semplice coincidenza. Ma, se penso anche all’«Antigone» di Massimiliano Civica che avevo visto a dicembre nel Fabbricone di Prato e che manda in frantumi il «buonismo» generalmente praticato nell’interpretare il celeberrimo personaggio di Sofocle, debbo invece constatare che siamo di fronte al momento, troppo a lungo rimandato, che vede finalmente il teatro interrogarsi su quale sia il suo posto nel mondo di oggi, e su che cosa il teatro (attraverso le figure essenziali degli autori, dei registi e degli attori) possa e debba fare in rapporto alla società e, soprattutto, a quei cittadini che a teatro continuano ad andare.
In proposito, mi sembra che particolarmente motivato, deciso e lucido sia lo spettacolo di Rifici, che lui stesso ha tratto da Shakespeare insieme con Angela Dematté e Simona Gonella. Infatti, qui – giusto il sottotitolo «le cose nascoste» – si spinge «Macbeth» a una commistione e un’interazione continue con gli elementi del vissuto e del rimosso degli attori (Maria Pilar Pérez Aspa, Angelo Di Genio, Alessandro Bandini, Tindaro Granata, Elena Rivoltini, Leda Kreider e Christian La Rosa) chiamati ad animare quel gran testo sul palcoscenico. Per esempio, la battuta di Lady Macbeth riferita all’assassinio di re Duncan («Chi poteva immaginare che il corpo del vecchio contenesse tanto sangue!») viene portata a coincidere con il racconto dell’uccisione del maiale rievocata da Granata a proposito della sua infanzia contadina in Sicilia («Lo si appende a testa in giù perché possa uscire tutto il sangue, altrimenti la carne diventerebbe amara»).
Di conseguenza, la prima parte dello spettacolo consiste in una vera e propria seduta psicanalitica in cui gli attori rispondono, a turno, alle domande poste in video da Giuseppe Lombardi. Una seduta preceduta da un prologo affidato alla Pérez Aspa e che dice fra l’altro: «Quando Macbeth ammazza le guardie, per far credere che siano state loro a uccidere il re, tutti pensano che è stata una cosa giusta. Questo intendo per logica… Lui dice: le ho dovute ammazzare perché sono stato sopraffatto dal dolore e dalla rabbia e uno gli dà una ragione»; e poi: «Non siamo mai preparati alla cattiveria altrui e alla nostra anche. Come si può gestire quella parte negativa di sé? Credo che ci sia troppa necessità di essere corretti, la nostra società si è costruita su una morale, su regole sociali, ma… Mi vien da pensare che questo abbia tolto un po’ di rapporto con quella parte…».
Dunque, se Lombardi gli chiede: «C’è qualche aspetto della sua realtà psichica per cui le è capitato di sentirsi un po’ così affrettato, in qualche modo analogamente a quello che ha visto nel “Macbeth”?», Di Genio risponde: «Guardando me stesso… Soprattutto prima. Adesso ho 35 anni. Verso i 20 anni avevo molta fretta di raggiungere subito un obiettivo. Lavorativo, economico. Anche di riconoscimento sociale. Ho fatto un balzo rispetto alla mia famiglia, che è una famiglia di contadini. Perché ho scelto una strada lavorativa un po’… particolare». E Bandini aggiunge: «Lui (Macbeth, n.d.r.) uccide Duncan. Uccide il re. Che era anche come un padre per lui. È come se volesse distruggere tutto il passato… le sue radici, per andare oltre. Vuole far fuori tutta quella organizzazione, quella struttura, quel sistema di certezze che è arrivato fino a lui. Mi sembra sano, questo. È come se uccidesse un modello di rappresentazione della realtà al quale non può più credere. Questa è una cosa che capisco bene. Nel testo il vecchio re annuncia la successione al trono con il proprio figlio e non con Macbeth, che se lo meriterebbe per aver combattuto a sangue per lui. Cosa dovrebbe fare, Macbeth? Aspettare buono buono di avere il trono? Perché scandalizzarsi che ammazzi un re?».

Angelo Di Genio e Maria Pilar Pérez Aspa in un altro momento dello spettacolo, diretto da Carmelo Rifici

Angelo Di Genio e Maria Pilar Pérez Aspa in un altro momento dello spettacolo, diretto da Carmelo Rifici

La conclusione non potrebb’essere più adeguata al presente: «Ecco. Io penso alla mia generazione così bloccata, così incapace di amare fino in fondo una cosa, di arrivare ad uccidere perché si ama veramente una cosa. E invece ce ne stiamo buoni buoni… perché così ci hanno detto di fare».
Avete capito, insomma. L’approdo fuori del comune di questo spettacolo intelligente e coinvolgente sta nel fatto che viene abbattuta la famosa quarta parete e messa al bando l’ormai insopportabile mistica dell’attore: il quale non è più una sorta di marziano perso in riti nello stesso tempo un po’ misteriosi e del tutto astratti, ma diventa uno di noi, scende dal palcoscenico e si confonde fra gli spettatori, a scavare insieme con loro nelle profondità dell’anima e del cuore. E s’invera così, in maniera lancinante, l’alta definizione di Carmelo Bene: il teatro è «il non luogo del nostro buio».
Infatti, in un passo completamente inventato rispetto al testo di Shakespeare, accade che, quando Macbeth si chiede se sia un pugnale quello che vede davanti a sé, una strega replichi con la cantilena: «Chi non cammina nel buio / mai conoscerà il suo destino. / […] Chi non percorre strade notturne / mai conoscerà il suo destino». E quest’esempio serve a dimostrare, per giunta, che la riscrittura apparentemente tanto infedele del Bardo finisce per rivelarsi, al contrario, fedelissima: in quanto le battute inventate sono inventate come un eco di quelle originali. Vedi ciò che qui Macbeth aggiunge a quello («La mia mente è piena di scorpioni, moglie cara!») che gli ha fatto dire Shakespeare. Aggiunge: «Una massa oscura mi suggerisce parole indicibili, / come una porta che doveva restare chiusa. / Le sorelle del fato mi hanno girato gli occhi / all’interno e io non posso che vedere il mondo pieno d’ombre».
Ancora più preciso sarà poi Macbeth riprendendo il sottotitolo dello spettacolo: «Ci sono cose nascoste fin dagli inizi del mondo / di cui sentiamo solo il fetido odore. / Celate in qualche caverna buia / per proteggere l’uomo dalla sua debolezza». E alle allucinazioni che gli attribuisce Shakespeare, Rifici, la Dematté e la Gonella aggiungono, sempre come un eco, l’invenzione di un bambino che desidera che il padre «torni a casa sano e salvo» e al quale una strega, dopo avergli detto che per soddisfare quel desiderio dovrà aspettare, garantisce cantando: «Io sono qua con te. Sotto il letto».
Si comprende benissimo, dunque, perché (e voglio dire che non poteva essere diversamente) lo spettacolo in sé assuma l’aspetto di una rappresentazione/evento in cui convergono, e senza posa si mescolano, la psicologia, l’antropologia, per l’appunto il rito (quello autentico) e la magia. E al riguardo si dimostra assolutamente emblematico, poniamo, il fatto che le tre Streghe, prima di manifestarsi in quanto tali, siano state anche le figure con gli occhi bendati che portano a Tindaro gl’ingredienti (l’acqua, l’olio, il sale) necessari per compiere il rito contro il malocchio da lui rievocato come una delle pratiche da sciamana di sua nonna.
Così (e proprio nel solco dell’«inconscio collettivo» junghiano) si pone opportunamente l’accento sulla natura «segreta» e complessa delle Streghe medesime: le Fatidiche Sorelle che sono, evidentemente, una riedizione delle Parche oltre che una rivisitazione delle Norne scandinave. E così, poi, si spiega l’elemento espressivo centrale dell’allestimento: l’acqua, che scorre sul palcoscenico dal fondo verso la ribalta o compare, grigia, in un video proiettato su uno schermo in alto, perennemente in movimento e, tuttavia, perennemente uguale a se stessa.
È, s’intende, la rappresentazione simbolica dell’inconscio. E a tale rappresentazione si riferisce, sempre per fare un esempio, anche l’invenzione per cui Lady Macbeth viene interpretata da tre attrici: incarnano lo scavo nel tempo per portare alla luce gli altrettanti stadi della vicenda esistenziale del personaggio, coincidenti con la Lady giovane e innamorata, la Lady volitiva fino al coraggio del delitto e la Lady disillusa e disperata sia come regina che come donna. Non diversamente, del resto, accade con gli attori che, a turno, interpretano Macbeth, Banquo e le Streghe.
Il tutto, infine, è riassunto in maniera esemplare da quella che mi sembra la sequenza decisiva, d’altronde collocata, e davvero non a caso, in posizione fortissimamente icastica, al termine dello spettacolo. Mentre Tindaro rievoca il rituale dell’uccisione del maiale, proprio come un maiale viene appeso per i piedi il cadavere nudo del figlio di Macduff: che subito dopo, però, le Streghe coprono di vernice d’oro, trasformando il bambino che fu in un idolo che, nel ruolo di Ecate, chiuderà la «seduta» con le parole ispirate da «La sapienza greca» di Giorgio Colli: «È tremenda la terra / eppure / il verme prima o poi diventa farfalla, / ma la farfalla non si ricorda del verme, / tu ricordati del verme. / L’inizio è la fine / la fine è l’inizio. / Il bello è brutto, il brutto è bello / tra cielo e terra ogni cosa balla».
Concludo osservando che non potrebb’essere più adeguata la prova offerta dagl’interpreti: Angelo Di Genio, Tindaro Granata e Christian La Rosa (Macbeth), Leda Kreider, Maria Pilar Pérez Aspa ed Elena Rivoltini (Lady Macbeth), gli stessi Di Genio, Granata e La Rosa (Banquo), tutti e sei quelli citati (le Streghe) e Alessandro Bandini (Fleance, il figlio di Macduff ed Ecate). Spero proprio che questo spettacolo giri come merita.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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2 risposte a «Macbeth» come una seduta di psicanalisi

  1. Barbara Basso scrive:

    Io devo ancora combattere con i pregiudizi derivati dalla lettura delle pagine di Nabokov che di Freud diceva: “È un ciarlatano medioevale” (le convinzioni maturate da ragazzi son sempre le più difficili da scalfire!), ma, scherzi a parte, immaginavo che questo spettacolo meritasse di esser visto, considerato il talento di Rifici e dei suoi interpreti (non ultimo Tindaro Granata, che ho avuto modo di apprezzare più volte in passato anche in qualità di – giovanissimo – autore).
    Quanto scrive, Maestro, me lo conferma ampiamente: quando passerà a Prato, a marzo, non lo perderò!
    Barbara Basso 

  2. Enrico Fiore scrive:

    Cara Barbara,
    grazie, come sempre, dell’attenzione che mi riserva.
    Enrico Fiore

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