Quel clandestino senza nome che ha più di tremila nomi

Frederick Utuedor Eikimi, il protagonista assente di «F. Perdere le cose» di Kepler-452 (le foto che illustrano questo articolo sono di Luca Del Pia)

Frederick Utuedor Eikimi, il protagonista assente di «F. Perdere le cose» di Kepler-452
(le foto che illustrano questo articolo sono di Luca Del Pia)

BOLOGNA – Più volte, anche di recente, son tornato a sottolineare la verità – elementare, ma troppo spesso ignorata (quando non calpestata addirittura) proprio dagli addetti ai lavori – che il teatro è un’arte eminentemente sociale, che, cioè, riflette direttamente lo stato – morale, culturale, economico, politico – della società in cui si manifesta ed opera.
Ebbene, agisce a Bologna una compagnia teatrale che di quella verità fa la sua stessa ragion d’essere. Si chiama Kepler-452 (come il pianeta più simile alla terra che sia mai stato scoperto) e nacque nel 2015 dall’incontro fra Nicola Borghesi, Enrico Baraldi e Paola Aiello. Ed ecco la sintesi, che già ho avuto modo di citare, della poetica adottata dai tre: «Il nostro lavoro si incardina su due assi principali: da una parte l’urgenza di rivolgerci ad un pubblico preciso (quello, per intenderci, poco incline a entrare nelle sale teatrali) e dall’altra la scelta di indagare e mettere in scena le vite e le biografie di non professionisti (o “experts of everyday life”, come li definiscono i Rimini Protokoll), magnificandone le identità».
Così – se l’anno scorso presentò «Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso», uno spettacolo in cui il capolavoro cechoviano veniva riattraversato sulla traccia della vicenda reale di Annalisa e Giuliano Bianchi, sfrattati dalla casa colonica che il Comune gli aveva concesso per far posto al FICO, il parco a tema agroalimentare più grande del mondo – adesso, ancora per la produzione di Emilia Romagna Teatro, Kepler-452 propone all’Arena del Sole «F. Perdere le cose», un allestimento (drammaturgia di Baraldi, regia di Borghesi, interpretazione dello stesso Borghesi e di Tamara Balducci) in cui si svolge un’indagine circa un senzatetto di origine nigeriana, in Italia da vent’anni, che la compagnia ha conosciuto, sempre a Bologna, in un dormitorio per persone con problemi sanitari.
Però, occorre precisare subito che – giusta la poetica di Kepler-452 – non siamo di fronte a uno spettacolo vero e proprio, bensì ai pensieri, alle note di diario e alle prove relativi a uno spettacolo che si vorrebbe fare ma non si può fare. E non si può fare perché il suo protagonista, a differenza di quanto avveniva con Annalisa e Giuliano Bianchi, non può salire sul palcoscenico, né sostare in platea: è privo di documenti, dunque del permesso di soggiorno, e si trova, quindi, nella condizione del clandestino.
Di conseguenza, non può nemmeno dichiarare come si chiama ed essere chiamato col suo nome. Si chiama Frederick Utuedor Eikimi. Ma lui è costretto a dire soltanto: «Io sono io» e Kepler-452 deve chiamarlo, per l’appunto, solo F., con l’iniziale puntata del suo nome di battesimo. In breve, Frederick Utuedor Eikimi ha perso, insieme con «le cose» (nella fattispecie il lavoro, finendo ad essere un barbone), anche la propria identità. Per questo si esprime soprattutto con il corpo e dichiara di parlare con i suoi piedi, che sono loro, spesso, a dirgli cosa fare.
Ma un’altra precisazione occorre, rispetto a quest’allestimento. Tamara, a un certo punto, sbotta: «Come è possibile che un oggetto che viene dalla Nigeria può entrare qua su questo palcoscenico, può circolare liberamente come tutte le cazzo di merci, mentre un essere umano che viene dalla Nigeria no?». E tuttavia, afferma Kepler-452, «noi non volevamo fare uno spettacolo sull’immigrazione, volevamo fare uno spettacolo su una persona, insieme a quella persona, con quella persona qua, in scena, qua dove non può stare».
Per questo Tamara aggiunge: «Ho paura che per fare teatro si debba fare uno spettacolo. Stavolta non ho uno spettacolo da fare. Non finirà bene», salvo osservare subito dopo: «Ma da qualche parte, oltre questo tentativo fallito, ci sarà un nuovo tentativo. Non è detto che funzioni, non è detto che serva a qualcosa o qualcuno, so solo che se rinunciassi, forse smetterei di avere paura di perdere ma solo perché avrei già perso tutto».

Nicola Borghesi e Tamara Balducci in un momento dello spettacolo, in scena all'Arena del Sole di Bologna

Nicola Borghesi e Tamara Balducci in un momento dello spettacolo, in scena all’Arena del Sole di Bologna

Insomma, il vero tema di «F. Perdere le cose» è l’assenza: e intendo, non quella fisica di F. dal palcoscenico, ma quella metaforica che rimanda all’alta considerazione di Carmelo Bene: «Io sono là dove manco». Con l’aggiunta: «Il teatro è il non luogo del nostro buio».
È necessario perdersi per potersi trovare. E bisogna che il seme sia sotterrato perché possa produrre prima il fiore e poi il frutto. Così F., costretto a nascondere il suo nome anagrafico, diventa riconoscibile ben oltre l’anagrafe. Dice, infatti: «Ho praticamente più di tremila nomi, perché nel villaggio da cui vengo ogni indigeno può darti un nome».
In questo consiste la libertà infinita del fu Frederick Utuedor Eikimi. Perché, tornando a «F. Perdere le cose», il teatro è il regno del simbolo. E il simbolo è, per l’appunto, l’ectoplasma di qualcosa o di qualcuno che qui e ora non c’è perché è altrove e chissà da quando. Di modo che lo spettacolo/non spettacolo di Kepler-452 si rivela acuto e profondo assai più che non appaia dalla sua superficie.
Non a caso, il copione accoglie – e in posizione fortemente icastica, nella prima sequenza – un dialogo fra Nicola e Tamara che rimanda esplicitamente a un fondamentale libro di Peter Brook, «Lo spazio vuoto», e al suo attacco: «Posso prendere un qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico vuoto. Un uomo attraversa questo spazio vuoto mentre qualcun altro lo guarda, e questo è tutto ciò di cui ho bisogno perché si inizi un atto teatrale».
Come se non bastasse, la libertà infinita di F. si nutre, poi, anche della risorsa di una lieve e salutare autoironia. Quando, per fare un esempio, Nicola gli chiede che vita sia stata la sua, il clandestino senza nome che ha più di tremila nomi risponde con i versi di «Una vita spericolata» di Vasco Rossi.
Per la cronaca, le battute di F. vengono dette dalla sua voce fuori campo o da uno spettatore scelto a caso e al quale F. le trasmette in cuffia. Lui compare in carne ed ossa, per dichiarare finalmente: «Io sono Frederick Utuedor Eikimi», solo al termine, mentre sfumano le battute di Nicola Borghesi che s’allontana nei corridoi del teatro. E può farlo, può comparire in carne ed ossa e dichiarare finalmente: «Io sono Frederick Utuedor Eikimi», per due motivi: l’uno d’ordine interno, contingente perché relativo al racconto in corso, e l’altro d’ordine esterno, sostanziale perché riferito a quanto esiste e spasima al di là del teatro.
Il primo consiste nella seguente rivelazione conclusiva: si scopre che Frederick Utuedor Eikimi un regolare permesso di soggiorno ce l’ha, solo che non ricordava di averne ottenuto il rinnovo e nessuno, per anni, gli ha detto che non era un clandestino; e il secondo attiene al fatto che, una volta esauritosi il tentativo di dar luogo a quello spettacolo impossibile, lui, Frederick Utuedor Eikimi, smette d’essere un simbolo (sotto specie della cassa acustica attraverso cui si manifesta) per riacquistare l’individualità unica e inconfondibile che gli garantisce, giusto, il suo corpo.
Del resto, la citata considerazione di Carmelo Bene, «Io sono là dove manco», s’invera anche perché – come è assente sul palcoscenico il Frederick Utuedor Eikimi che pure ha il ruolo del protagonista – così non sentiamo la poesia di Brecht, «Il dormitorio», che pure rappresenta il cuore ideologico di «F. Perdere le cose». Viene solo riportata in epigrafe nel volumetto, edito da Luca Sossella, che contiene le note di diario e il copione.
Quella poesia dice: «Sento che a New York / all’angolo fra la 26.a strada e Broadway / durante i mesi d’inverno ogni sera c’è un uomo / e ai senzatetto che là si radunano / pregando i passanti procura nel dormitorio un letto. / Il mondo così non si muta, / i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori / l’era dello sfruttamento così non diventa più breve. / Ma alcuni uomini hanno un letto per la notte, / il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro, / la neve a loro destinata cade sulla strada. / Non chiudere il libro dove questo leggi, uomo. / Alcuni uomini hanno un letto per la notte, / il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro, / la neve a loro destinata cade sulla strada. / Ma il mondo così non si muta, / i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori / l’era dello sfruttamento così non diventa più breve».
Sì, è la vecchia storiella: quale dei due pescatori fa veramente del bene all’affamato che gli chiede un pesce, quello che glielo dà o quello che gl’insegna a pescare?

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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