L’odore della vita che si appiccica alle cose

Biagio Musella in un momento de «La luna» di Davide Iodice, ancora oggi a Palazzo Fondi (le foto dello spettacolo sono di Cristina Ferraiuolo)

Biagio Musella in un momento de «La luna» di Davide Iodice, ancora oggi a Palazzo Fondi
(le foto dello spettacolo sono di Cristina Ferraiuolo)

NAPOLI – Perché s’intitola «La luna» lo spettacolo di Davide Iodice che Teatri Associati presenta ancora oggi a Palazzo Fondi? Perché, dichiara Iodice, prende spunto dai versi del canto XXXIV dell’«Orlando furioso» relativi, per l’appunto, al viaggio di Astolfo sulla luna: «[…] ciò che si perde o per nostro diffetto, / o per colpa di tempo o di Fortuna: / ciò che si perde qui, là si raguna. / […] Le lacrime e i sospiri degli amanti, / l’inutil tempo che si perde a giuoco, / e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, / vani disegni che non han mai loco, / i vani desideri sono tanti, / che la più parte ingombran di quel loco: / ciò che in somma qua giù perdesti mai, / là su salendo ritrovar potrai».
Ma questo attiene solo alla superficie, all’involucro dello spettacolo: che nasce dai due anni di lavoro in cui Iodice ha invitato i cittadini, in prevalenza di Napoli, a portargli nel corso dei vari laboratori teatrali da lui tenuti gli oggetti che avevano smarrito o dimenticato o dei quali volevano disfarsi. E si capisce, allora, che «La luna» si fonda sui capisaldi dell’ambivalenza e del simbolismo. A partire dal triplo significato da attribuire qui al termine «rifiuto», quello proprio (ciò che viene scartato e buttato via), quello comportamentale (l’azione di respingere qualcosa) e quello psicanalitico (il processo mentale attraverso il quale il soggetto si oppone alla percezione cosciente di quanto gli risulta spiacevole).

Davide Iodice (foto di Riccardo Siano)

Davide Iodice
(foto di Riccardo Siano)

Infatti, nello spazio scenico approntato da Tiziano Fario compaiono ammassi che sono, insieme, le tristemente note eco-balle delle nostre parti e i coacervi dei sentimenti e delle storie, quasi sempre dolorose e talvolta addirittura infami, veicolati dagli oggetti consegnati a Iodice e trasferiti in testimonianze che, filmate, hanno poi dato luogo alla stesura del testo. E tanto comunicano già i due personaggi, un uomo e una donna, che animano il prologo in versi di Damiano Rossi ambientato in un «mercatino delle cose perdute»: sono, nello stesso tempo, barboni che frugano nei cassonetti dell’immondizia, rigattieri e, alternativamente nei panni di Caronte e di Virgilio, guide che accompagnano gli spettatori nelle regioni oscure dell’inconscio o nei pascoli aperti della speranza; e il catalogo degli oggetti che trovano e mostrano si pone, di conseguenza, come un autentico paradigma dell’intero ciclo della vita.
Basta notare, nel merito, che – a ribadire l’ambivalenza e il simbolismo di cui sopra – quel catalogo comprende una «spillatrice c’appont’ ‘e ferite» e una «lavagna addò ‘o tiempo scrive e cancella». E non a caso, i due personaggi del prologo si congedano dichiarando: «Nuje simmo chille scurdate, chille ‘nfettate d’ ‘a vita. Nuje cercammo tutto chello ca perdite. Nuje truvammo tutto chello ca ‘nvulite».
Così, una perfetta circolarità si stabilisce fra il registratore a cassette con cui una bambina passò lunghi pomeriggi a giocare da sola fingendo una trasmissione radio e il vestito a maglia conservato per molti anni e adesso depositato sotto specie di rifiuto del proprio invecchiare. Ma tutto questo, per riandare all’inizio, non concerne che la forma dello spettacolo, ovvero la toccante poetica del quotidiano che da sempre connota il teatro di Davide Iodice. Perché, in realtà, «La luna» è assai di più. Va coraggiosamente in profondità, magari al di là della stessa consapevolezza del suo autore e regista.
A me ha fatto venire in mente, fra l’altro, la capacità propria del cinema di liberare dai fenomeni materiali, come notò Kracauer, un numero teoricamente illimitato di corrispondenze psicofisiche; gli «objets trouvés» dei dadaisti; i «ready-made» di Duchamp, gli oggetti d’uso comune che, giusto, si caricavano di valenze simboliche per il solo fatto d’essere esposti e, dunque, trasferiti su un piano «illogico»; gli «oggetti di rango inferiore» utilizzati da Kantor per sottolineare lo splendore della realtà… giù giù sino alle «buone cose di pessimo gusto» dell’avvocato Gozzano.

Da sinistra, Annamaria Palomba, Fabrizio Varriale, Ilaria Scarano, Biagio Musella e Damiano Rossi in un altro momento dello spettacolo, presentato da Teatri Associati

Da sinistra, Annamaria Palomba, Fabrizio Varriale, Ilaria Scarano, Biagio Musella e Damiano Rossi
in un altro momento dello spettacolo, presentato da Teatri Associati

Quindi, possiamo pure sottolineare la disinvoltura e la partecipazione con cui gl’interpreti (Francesca Romana Bergamo, Alice Conti, Fabio Faliero, Biagio Musella, Annamaria Palomba, lo stesso Damiano Rossi, Ilaria Scarano e Fabrizio Varriale) rendono le storie evocate dagli oggetti consegnati a Iodice. Ma questo spettacolo è importante soprattutto perché si spinge oltre se stesso, perché ci costringe a una riflessione sull’ossimoro che è oggi la nostra vita.
Certo, la vita è sempre un ossimoro, lo è per la sua insormontabile natura. Ma oggi lo è con forza maggiore, e in maniera sinanche crudele. Sulla traccia di Ibsen, siamo costretti a riempire il vuoto del presente con la rievocazione del passato. E penso, adesso, alle trine appassite, agli straccetti di seta, ai fiori di carta che, ne «L’amara scienza» di Compagnone, vengono fuori da un cassetto a lungo serrato: «l’odore della nostra vita» rimasto chiuso là dentro fra i poveri resti di una moda ormai sorpassata.
Però l’odore della vita non è la vita. E così scrisse Cardarelli: «I ricordi, queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo, / questo strascico di morte / che noi lasciamo vivendo, / i lugubri e durevoli ricordi, / eccoli già apparire: / melanconici e muti / fantasmi agitati da un vento funebre».
Perciò intitolai proprio «Le ombre lunghe» l’omaggio che nel 2003 feci ad Annibale Ruccello nel Teatro Comédie et Studio des Champs Elysées di Parigi. Volli battere in breccia il rischio di ridurre Ruccello per l’appunto a un ricordo. E chiedo scusa per l’autocitazione, ma mi serve per dire che forse, senza proporselo, «La luna» è anche e soprattutto un affondo sacrosanto contro la malintesa tradizione che a Napoli c’imprigiona e ci soffoca.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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