Quel testo scritto in carcere per incarcerare la vita

Mireya González in un momento di «Casa Calabaza», presentato al Teatro delle Passioni di Modena

Mireya González in un momento di «Casa Calabaza», presentato al Teatro delle Passioni di Modena

MODENA – «Quello che state per vedere è una tragedia. Come quando una corda si tende e si tende sino a rompersi». Sono le prime parole che sentiamo assistendo a «Casa Calabaza», lo spettacolo che il messicano Colectivo Escénico El Arce ha presentato al Teatro delle Passioni di Modena nell’ambito del Vie Festival di Emilia Romagna Teatro. E si tratta di parole oltremodo pregnanti: perché il tema centrale dello spettacolo è costituito da un’energia che cresce inarrestabilmente su se stessa fino a provocare un’esplosione.
Il testo, vincitore nel 2014 del concorso nazionale di teatro carcerario, è stato scritto da María Elena Moreno Márquez, meglio nota come Maye Moreno: una detenuta che sta scontando una pena di ventotto anni nel carcere femminile di Santa María Acatitla; e si rivela una vera e propria autobiografia, che va dall’infanzia di Maye fino al momento in cui viene arrestata per aver ucciso la madre Hilda.
Hilda era la cameriera di Benjamin, padrone di una fabbrica e di molti terreni. Lui la mise incinta e, quando nacque la bambina, si rifiutò di riconoscerla. Sicché Maye crebbe in presenza di un «padre», Rigoberto, che era il cugino di Benjamin, e al cospetto di una madre perennemente malata nel corpo e nell’anima, che scaricava su di lei il rimorso e il livore per la vita perduta. Fino a che non riuscì più a resistere e fece quel che fece. E adesso, chiusa in carcere, dice di voler raccontare tutto per liberarsi e «poter guardare indietro senza paura, senza dolore, senza colpa».
Infatti, specularmente, lo spettacolo termina con parole che richiamano quelle iniziali: «Io… Io ho capito che la vita continua anche dopo una tragedia. Qualsiasi cosa sia. La vita va avanti». E non a caso ho adoperato l’avverbio specularmente. Apprendiamo che nella casa in cui cresce Maye ci sono ben trentatré specchi e che ogni mattina vengono puliti, togliendone tutte le macchie. Quegli specchi, insomma, incarnano l’autentico «leitmotiv» del testo e dello spettacolo, giusta la battuta: «A casa nostra alloggiavano una grande solitudine e una tristezza tacita che si sentiva ovunque, come una piaga».
È una battuta molto importante, perché dà conto, nello stesso tempo, e della solitudine (tradotta, per l’appunto, dall’immagine di noi che vediamo in uno specchio) e dello stratagemma disperato che qui si adotta nel tentativo di sfuggirle (quello di apparentare le nostre sofferenze interiori agli accidenti subìti dal corpo, come, giusto, una piaga).

Erandeni Durán in un altro momento dello spettacolo, diretto da Isael Almanza

Erandeni Durán in un altro momento dello spettacolo, diretto da Isael Almanza

In altri termini, si tenta di neutralizzare il proprio dolore individuale annegandolo in un dolore ontologico, e di rendere più sopportabili i patimenti personali assimilandoli agli eventi della natura. E propongo, al riguardo, l’esempio dei passi testuali seguenti: «quando tirava vento, le foglie morte facevano un rumore simile alla tosse di una malata», «i ragni che si moltiplicavano per tutta la casa e si nascondevano dietro le cose, come brutte idee», «la pioggia che scendeva dai vetri come lacrime» e «la vernice delle pareti si inumidiva e si sollevava come palpebre».
In fondo, se ci pensiamo, è uno specchio anche il testo che ha scritto Maye Moreno: vi ha imprigionato la sua vita proprio come, nella realtà, hanno imprigionato lei. E per l’appunto sul concetto di specchio punta sostanzialmente, e con rara determinazione, la regia di Isael Almanza.
Lo spettacolo, infatti, comincia nel foyer, con il video di un colloquio che lo stesso regista ha avuto in carcere con la drammaturga assassina. E Maye, addosso la casacca da detenuta, spiega come cominciò a scrivere il testo che di lì a poco vedremo messo in scena: in poche parole, ce lo mostra, affinché anche per noi diventi uno specchio. Tanto è vero che giusto una specchiera è collocata al centro del fondale, una specchiera in cui, dunque, si riflette la platea e ci riflettiamo noi.
Un’altra idea eccellente, poi, è quella di affidare il personaggio di Maye a tre attrici, che la interpretano ciascuna in un’età diversa dalle altre due pur essendo in scena, sempre, tutte e tre insieme: di modo che il tempo risulta cristallizzato in un eterno presente, che materializza visivamente lo stillicidio del malessere inestinguibile che cresce in quella casa e in quella famiglia. Non a caso, sullo schermo del piccolo televisore poggiato sull’estremità del lungo tavolo intorno a cui siedono la madre, il padre e la figlia/figlie compare ad intervalli più o meno regolari la faccia in primo e primissimo piano della vera Maye.
Sono tutti prigionieri della sua scrittura, sicché annega in un’ineffettualità tanto gelida quanto rabbiosa persino la quotidianità più elementare: non si mangia, si dà luogo soltanto a un più volte ricorrente strepito di piatti e cucchiai sbattuti sul tavolo o gli uni contro gli altri. E infine, non occorrono molte parole per dire dell’impegno e della bravura con cui assolvono il loro non facile compito gl’interpreti: Erandeni Durán (la madre), Patricia Hernández, Mireya González e Gloria Castro (la figlia nelle diverse età) e Alfredo Monsivais (il padre).
Di questo spettacolo mi restano soprattutto gli occhi in primissimo piano di Maye Moreno. Non c’è dentro più nulla. Vi ho riletto, come scritti con le rune, i versi del tango che piaceva a Manuel Puig: «Nulla debbo alla vita, / nulla debbo all’amore… / io voglio morire con me, / senza confessione e senza Dio, / crocifisso alle mie pene, / come abbracciato a un rancore».

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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