Niente sole per Osvald, la mamma è morta e resta solo Casadei

Da sinistra, Christian La Rosa, Michele Di Mauro, Matilde Vigna e Mariano Pirrello in «Spettri» (le foto che illustrano l'articolo sono di Andrea Avezzù)

Da sinistra, Christian La Rosa, Michele Di Mauro, Matilde Vigna e Mariano Pirrello in «Spettri»
(le foto che illustrano l’articolo sono di Andrea Avezzù)

VENEZIA – «Mamma, dammi il sole». Sì, la celeberrima battuta che pronuncia Osvald sul finale di «Spettri». Ma non c’è, quella battuta, nella riscrittura del dramma di Ibsen presentata da Leonardo Lidi nell’ambito della quarantaseiesima edizione del Festival Internazionale del Teatro promossa dalla Biennale. E non c’è per la semplice ragione che non c’è la mamma di Osvald, morta – contrariamente a quanto prevede il testo originale – al posto del marito.
Ecco, basterebbe quest’invenzione, davvero strepitosa, a dire che assai raramente ci s’imbatte nel rifacimento di un «classico» che sia, come nel nostro caso, estremamente innovativo e, nello stesso tempo, fedelissimo nei confronti dell’opera rifatta, di cui, anzi, mette a fuoco le ragioni e i significati profondi sinanche al di là della scrittura dell’autore in sé. E valgano, al riguardo, alcuni cenni introduttivi.
Occorre partire da un’altra battuta, quella – è l’autentica battuta-chiave – che nel testo originale di Ibsen pronuncia per l’appunto la mamma di Osvald, Helene, vedova del capitano e ciambellano Alving: «Credo quasi che noi tutti siamo spettri, pastore Manders. Non soltanto quello che ereditiamo da padre e madre riappare in noi, ma ogni sorta di idee vecchie e morte, e convinzioni altrettanto vecchie e morte. Tutto ciò non vive in noi; ma c’è tuttavia e non possiamo liberarcene».
È la battuta che illustra e sottolinea come meglio non si potrebbe il tema centrale dell’intero teatro di Ibsen: l’accamparsi, al posto della vita vera, di un presente che – per riprendere ancora una volta la decisiva osservazione di Szondi – «si limita ad essere un pretesto per l’evocazione del passato», mentre il futuro resta affidato all’improbabile ipotesi del «meraviglioso», e di un «miracolo» in cui, peraltro, non si crede più: un «meraviglioso» e un «miracolo» improbabili simboleggiati, nel dramma in questione, giusto dal sole invocato da Osvald prima di piombare nella demenza oltre che dall’incendio dell’asilo che avrebbe dovuto ripulire e rivalutare la memoria del dissoluto capitano e ciambellano.
Infatti, «Spettri» s’incentra sul vero e proprio processo intentato al matrimonio fra Helene e Alving: apparentemente un matrimonio modello, tanto che ci si appresta – per l’appunto – a celebrarlo con l’inaugurazione dell’asilo intitolato al defunto; ma che, in realtà, non fu «null’altro che un abisso mascherato»: stanti gli stravizi a cui s’abbandonava il defunto medesimo, sino a concepire con la cameriera Johanne quella Regine che adesso sta in casa anche lei come cameriera e della quale s’innamora il fratellastro, giusto Osvald.
Si capisce, allora, qual è la portata dell’operazione compiuta da Lidi. Non si poteva rimarcare l’improbabilità del futuro più radicalmente e, insieme, fondatamente che attraverso la cancellazione della figura della madre, della madre che – dando materialmente inizio alla vita – del futuro costituisce l’immagine stessa. Ma numerose altre sono le invenzioni pregnanti che giustificano ed esaltano questa riscrittura di «Spettri».
Mi limito qui a segnalarne almeno una. La citata battuta di Helene Alving viene qui attribuita a Regine: poiché, è ovvio, lei rappresenta lo «spettro» principale che emerge dal passato che si sta processando. E circa questo processo, poi, Lidi batte in breccia le tante messinscene ibseniane scolastiche con una decisione che sposa, con esemplare lucidità, tanto la precisione filologica quanto l’ironia demitizzante.

Da sinistra, Mariano Pirrello e Christian La Rosa in un altro momento della riscrittura di «Spettri» firmata da Leonardo Lidi

Da sinistra, Pirrello e La Rosa in un altro momento della riscrittura di «Spettri» firmata da Leonardo Lidi

Come sappiamo – stante la crisi del dramma moderno connessa alla crisi della società borghese, e stante, di conseguenza, l’impossibilità della tragedia e quindi dell’azione – ci si poteva aggrappare solo all’evocazione del passato. Ma, dal momento che il teatro conosce solo l’opzione del presente, Ibsen s’inventò, per l’appunto, l’espediente di far rivivere in scena il passato sottoponendolo a un processo. Era, ripeto, appena un espediente. E come tale venne riassunto con la nota formula scherzosa «sediamoci e parliamone».
È proprio quello che Lidi fa fare ai personaggi della sua riscrittura: i quali risultano, in prevalenza, attestati su una panca che è il centro della scena e, giusto, il simbolo del salotto borghese. E intorno danzano, impertinenti e non meno significanti, ricalchi dei recitativi dell’opera buffa («Pastore: Oh mio Dio – Regine: Oh mio Dio – Alving: Oh mio Dio. Sì, lo diciamo tutti assieme? – Tutti: Oh mio Dio!») e, per l’appunto, gli echi incarnati da Regine in quanto «spettro» di Helene («Alving: Lascia stare quella pipa, mio caro ragazzo – Regine: Lascia stare quella pipa, mio caro ragazzo – Alving: Non voglio che si fumi qui! – Regine: Non voglio che si fumi qui!»).
Va da sé, poi, che su quella panca prenda corpo un’inarrestabile pantomima ad un tempo dolorante e grottesca: con Osvald immobilizzato in una smorfia da spastico, Regine che ostenta un perenne sorrisino ebete e indossa sul camice da cameriera una parrucca argentea e una diadema da reginetta di bellezza, Alving che recita en travesti perché a sua volta è lo «spettro» di Helene e il falegname Engstrand, presunto padre di Regine, che a tratti assume anche il ruolo del pastore Manders. E in quell’inane cicaleccio s’insinuano, poniamo, «Tutto il calcio minuto per minuto» e persino Raoul Casadei, la cui «Mazurka di periferia» viene reiteratamente ballata da Regine con Alving, da Regine con Manders e addirittura da Alving con Manders.
Dunque, sta nella deformazione parossistica la cifra espressiva fondamentale dell’allestimento di Lidi. E si tratta di una deformazione che, davvero non a caso, sfocia nella sottolineatura iperbolica della pioggia presente nel testo di Ibsen: con l’acqua che viene declinata, via via, nelle dimensioni della caricatura (vedi l’Engstrand che arriva in casa Alving indossando una maschera da sub), dell’inutile lavacro purificatore (vedi i dieci minuti buoni in cui l’acqua medesima cade ininterrottamente sugli attori, sempre seduti sulla famosa panca) e della morte (vedi la Regine che s’affoga in una pozza).
Nell’ultima (e non meno strepitosa e significante) invenzione si trova, infine, la chiave di tutto: la dose letale di morfina, che nel testo di Ibsen Osvald chiedeva alla madre per sé, qui viene assunta da Alving; e subito dopo la morte di quest’ultimo, Osvald si alza dalla panca e va via attraverso la platea, tornato perfettamente normale. La malattia, insomma, se l’era inventata come una vendetta contro il padre. E così, ovviamente, Ibsen cede il passo a Strindberg, il cui tipico inferno familiare Lidi rende, simbolicamente, anche attraverso tutta una serie di segni eclatanti, che parlano di una degradazione persino animalesca: Engstrand che tenta di stuprare Regine, Regine che pulisce Osvald che s’è fatto i bisogni addosso, Osvald che piomba su Regine masturbandosi.
Dal canto loro, non potevano adeguarsi meglio, a un impianto del genere, i quattro eccellenti interpreti in campo: Matilde Vigna (Regine), Michele Di Mauro (Alving), Mariano Pirrello (Manders/Engstrand) e Christian La Rosa (Osvald).
Ma, per chiudere, s’impone una considerazione relativa al percorso che ha portato a simili risultati. Leonardo Lidi, piacentino, ha ventinove anni e con questa riscrittura di «Spettri» ha vinto l’anno scorso il bando per registi under 30 promosso dalla Biennale College – Teatro (123 partecipanti, 30 ammessi alla seconda fase e 6 finalisti). E lui, così come Matilde Vigna e Christian La Rosa, era anche fra gl’interpreti di «Santa Estasi – Atridi: otto ritratti di famiglia», il monumentale progetto ideato e varato per Emilia Romagna Teatro da quell’Antonio Latella che oggi è il direttore artistico della Biennale Teatro. Ecco che cosa significa essere un maestro: significa suggerire una direzione. Ed ecco che cosa significa fare scuola: significa costruire un’incubatrice.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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