Siamo tutti piloti di droni, uccidiamo in stato d’innocenza

Un momento di «Extremophile» (foto di Angelo Maggio)

Un momento di «Extremophile» (foto di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – Un politico che, mentre tenta di salvare la sua relazione con Ahmat, un graffitaro anarchico, deve dannarsi per salvare la credibilità del ministro dell’Istruzione di fronte alla morte di un professore universitario che s’è dato fuoco. Una giovane scienziata che, perduta la fede nella ricerca pura, sceglie i soldi garantiti dalle multinazionali. Un pilota di droni militari che, dalla sua postazione nel deserto del Nevada, ammazza a distanza sognando di vendicare, così, la sorella uccisa da un attentato terroristico in Thailandia.
Sono le tre storie che s’intrecciano in «Extremophile», il testo di Alexandra Badea, drammaturga rumena trapiantata a Parigi, che Nastro di Möbius, Fondazione Armonie d’Arte Festival e Primavera dei Teatri hanno presentato per l’appunto nell’ambito della XIX edizione del festival «Primavera dei Teatri». E si tratta di storie accomunate dal fatto che ne sono protagonisti personaggi che scontano, giusto, una situazione estrema: quella di chi vive al di fuori di sé, vale a dire al di fuori della vita che vorrebbe o che immagina possa essergli destinata.
Non a caso, il titolo consiste nel nome dato a un microrganismo che sopravvive e prolifera in condizioni ambientali proibitive per qualsiasi altro essere vivente. E in questo senso mi sembra che la storia più esemplare sia quella del militare appostato nel deserto. Che così riassume la sua situazione: «Passi la vita davanti a dieci schermi connessi a dei droni dall’altra parte del mondo. Miri su persone che indossano i colori del male. E quando te lo ordinano spari. È un gioco in rete, senza rischi per te. Il sangue sgorga a dodicimila chilometri di distanza. Non hai più neppure paura. La guerra è lontana».
È davvero una situazione terribile, se ci pensiamo anche solo per un attimo. E riguarda noi tutti, abitanti del mondo virtuale che oggi ci tocca. Interveniamo, pure in maniera drastica o addirittura crudele, in una certa realtà, ma contemporaneamente siamo esclusi da quella realtà. E in altri termini, siamo colpevoli delle modifiche negative che apportiamo a quella realtà, ma contemporaneamente siamo assolti dalla colpa perché ce ne siamo macchiati in una condizione d’innocenza oggettiva.
Infatti, il pilota di droni protagonista della storia narrata da Alexandra Badea spara, sì, su delle persone, e le ammazza, non c’è dubbio; ma quelle persone non sono il male, si limitano a indossare i colori del male. Sono, in breve, soltanto un’immagine del male, l’immagine del male che il pilota di droni ha assunto nel cervello e nell’anima al posto della realtà del male.
Ho pensato agli eteronimi creati da Fernando Pessoa. Siamo autori di libri scritti da altri. E in particolare mi è tornato in mente, assistendo all’allestimento di «Extremophile», un passo de «Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares», quello che dice: «Alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani: l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra».
Certo, nel testo in questione non mancano le cadute di tono e i cali di tensione. E si manifestano quando l’autrice non riesce ad evitare le sabbie mobili dell’ideologismo di maniera e delle frasi fatte da quello partorite. Come, poniamo, avviene durante il seguente dialogo fra il politico e Ahmat: al primo, che gli ha detto: «Che cosa vuoi, Ahmat? Correggere il mondo? Alla fine è lui che correggerà te», il secondo replica: «Volevi cambiare il sistema dall’interno, ma poco per volta è lui che ha cambiato te».
Come si vede, la risposta di Ahmat coincide con la domanda del politico: perché ai due vengono messe in bocca, nella circostanza, parole che ormai sono tanto logore da esser diventate intercambiabili, e dunque perfettamente insignificanti. Ma questo è scontato. Così come è scontato l’allestimento del regista Saverio Tavano: si va dalle solite interazioni fra gli attori che recitano dal vivo e quelli che compaiono nei video proiettati sul fondale alle battute replicate in forma scritta, e sempre proiettate sul fondale, mentre vengono pronunciate. Roba vecchia. Tanto quanto il tipo di recitazione adottato dagl’interpreti: Emanuela Bianchi, Filippo Gessi e Andrea Naso.

P.S. A recensione già messa in rete, in data 3 giugno 2018, alle ore 03,37, Valeria Bonacci, addetto stampa di «Primavera dei Teatri», ha diffuso il seguente comunicato:
«Gentilissimi,
scrivo per farvi presente che il testo di Alexandra Badea, “Extremophile” – messo in scena ieri sera al Sybaris da Saverio Tavano per il progetto Europe Connection – è stato modificato sostanzialmente dal regista senza il consenso dell’autrice e senza mettere al corrente noi in quanto coproduttori e Fabulamundi in quanto partner dello stesso progetto.
Riteniamo corretto e doveroso nei confronti dell’autrice avvisarvi della modifica non approvata».
Una sola osservazione: è un gran merito di «Primavera dei Teatri» aver rivelato ciò che poteva benissimo tener nascosto ed è un gran demerito di Saverio Tavano aver apportato al testo modifiche sostanziali senza il consenso dell’autrice, che peraltro aveva seguito di persona, sul posto, tutta la fase di preparazione dello spettacolo ed era presente alla «prima».
Per la cronaca, la modifica che ha suscitato la sacrosanta reazione della Badea è l’aborto che Tavano ha attribuito alla giovane scienziata.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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