Un’attrice nei panni di Riccardo II. È la recita del potere

Maddalena Crippa e Alessandro Averone in un momento di «Riccardo II», in scena al Mercadante (le foto dello spettacolo sono di Paolo Porto)

Maddalena Crippa e Alessandro Averone in un momento di «Riccardo II», in scena al Mercadante
(le foto dello spettacolo sono di Paolo Porto)

NAPOLI – Il segno forte di quest’allestimento di «Riccardo II» per la regia di Peter Stein – lo presenta al Mercadante il Teatro Metastasio di Prato – è, ovviamente, il fatto che il personaggio protagonista viene interpretato da una donna. Ed è un segno forte non solo e non tanto, s’intende, per la sua evidenza eclatante e dichiarata, ma anche e soprattutto perché risulta perfettamente in linea con le ragioni interne del testo.
Voglio dire che «Riccardo II» – pur essendo una delle dieci «Histories», i drammi di Shakespeare basati sulla storia inglese – non accoglie un’azione vera e propria, ma solo, per l’appunto, qualcosa che si traveste da azione. Poiché consiste, in effetti, di una lunga e pressoché ininterrotta riflessione sulla natura e, in particolare, sulla plausibilità e sulla praticabilità del potere rispetto alla vita.

Peter Stein

Peter Stein

A conti fatti, Riccardo è un esteta e, in quanto tale, si rivela piuttosto debolmente attrezzato di fronte alle turbinose vicende politiche e militari che lo coinvolgono e travolgono: non a caso, si esibisce in continui monologhi; e – sia pure con modalità diverse – recitano, del pari, tutti gli altri personaggi che lo attorniano, a cominciare, si capisce, dal suo rivale e, poi, successore Enrico Bolingbroke.
Basta considerare, in proposito, la seconda scena del terzo atto: in cui le battute di quel re sono, quasi esclusivamente, giusto dei monologhi, e per giunta enfatici e sostanzialmente superflui. A partire da quello sciorinato davanti al castello di Barkloughly. Ed è talmente attore, Riccardo, che può permettersi di passare con la massima disinvoltura dall’esaltazione del potere alla sua condanna, e quindi dalla recita alla denuncia dell’inutilità della recita.
Ricordate? «Mio dolce paese, non nutrire il nemico del tuo re e non saziarne gli avidi sensi coi tuoi doni migliori; i lenti rospi, e i ragni che ti succhiano il veleno, si pongano sulla loro via e disturbino i perfidi piedi che ti calpestano con passi usurpatori. Da’ pungenti ortiche ai miei avversari e quando dal tuo seno colgono un fiore, mettigli a guardia, ti prego, una vipera nascosta che col tocco della lingua forcuta possa dar morte ai nemici del sovrano». E poi: «Entro al cavo della corona che cinge le tempie mortali di un re la Morte tien corte, e là siede la beffarda schernendo col suo ghigno la maestà e la pompa di lui, concedendogli un breve respiro, una breve scena in cui egli recita la parte del monarca, si fa temere e uccide con gli sguardi, dandogli una vana opinione di sé come se questa carne che avvolge il nostro spirito vitale fosse un muro inespugnabile di bronzo; e dopo averne così assecondato gli umori, la Morte viene da ultimo e con uno spillino trapassa il muro del castello, e addio re!».

Paolo Graziosi in un'altra scena dello spettacolo

Paolo Graziosi in un’altra scena dello spettacolo

La stessa uccisione di Riccardo si pone, d’altronde, nei termini di una recita. Tornato dalla spedizione in Irlanda, apprende che il popolo è in rivolta e che i suoi amici sono stati giustiziati per ordine, appunto, di Enrico di Hereford, il duca di Bolingbroke. E fatto prigioniero da quest’ultimo, si vede costretto a cedergli la corona, finendo, in seguito, per essere ucciso da Exton. Ma ecco il punto. Anche lui con una disinvoltura da attore consumato, Bolingbroke prima dice ad Exton: «Non ho un amico che mi liberi da questa paura vivente?», alludendo chiaramente a Riccardo, ch’è rinchiuso nel castello di Pomfret, e in pratica spingendo lo stesso Exton a eliminarlo, e poi, quando Exton gli porta il cadavere di Riccardo, dichiara con un’incredibile piroetta: «Sebbene lo volessi morto, odio l’uccisore e ora che non vive più amo lui». E addirittura annuncia che, per «lavare questo sangue dalle mani colpevoli», compirà un pellegrinaggio in Terrasanta.
Del resto, il travestimento è insito già nella forma del testo. «Riccardo II» appartiene alla fase sperimentale del Bardo: e, perciò, risulta caratterizzato – oltre che dal prevalere dell’effusione lirica sul tono strettamente e specificamente drammaturgico – dall’oscillazione fra i vari generi letterari di moda all’epoca. Gabriele Baldini parlò, al riguardo, di «petrarchismo barocco». E quindi, sia detto per inciso, ebbe proprio ragione, Mario Martone, quando nel 1993 varò un allestimento del dramma in questione che portava in scena il «duello» espressivo fra due generazioni di attori, l’una, la più anziana, abituata soprattutto alla parola e l’altra, la più giovane, soprattutto al gesto.
Credo, dunque, di aver illustrato a sufficienza quanto sia fondata la scelta compiuta da Stein con l’affidare il ruolo di Riccardo II a una donna. E lo spettacolo, poi, sviluppa i temi che ho indicato attraverso una straordinaria serie d’invenzioni che, mentre appaiono separatamente puntualissime, tutte insieme concorrono a determinare una coerenza d’impostazione concettuale significante.
Vedi, come primo dato, l’impianto scenografico di Ferdinand Woegerbauer: una scatola nera completamente vuota che già per questo fa risaltare gli attori che recitano e in cui il trono (ovviamente il simbolo del potere qui in discussione) compare montato su una pedana che, con un vero e proprio effetto di zoom, sbuca dalla parete di fondo spingendosi al centro dello spazio. E lo scambio di accuse (nella prima scena del primo atto) fra Bolingbroke e Mowbray apparentato esattamente a una partita di tennis, con i due «giocatori» piazzati sui lati opposti del palcoscenico? E la modalità precisamente ritualistica (con le lance appoggiate dai contendenti su un cavalletto prima di ogni affondo) conferita al duello fra gli stessi Bolingbroke e Mowbray, che, si badi bene, nel testo di Shakespeare viene interrotto da Riccardo subito dopo i preliminari?

Il Riccardo II di Maddalena Crippa mentre sta per morire

Il Riccardo II di Maddalena Crippa mentre sta per morire

Sarebbero sufficienti tali esempi a rendere l’idea di come Stein abbia esaltato il tema dell’esibizione. Ma c’è un’altra invenzione, addirittura vertiginosa, che soprattutto rende quell’idea. Vediamo un Riccardo che dispensa carezze ai suoi cortigiani, peraltro mostrati en déshabillé. Quindi si allude, evidentemente, a un Riccardo omosessuale. E tanto rimanda – trattandosi di un individuo murato nel proprio potere – all’omosessualità quale si manifesta in Genet, come desiderio di sé e, di conseguenza, portato della solitudine. Però noi sappiamo, fin dall’inizio, che qui a impersonare Riccardo è una donna: sicché l’omosessualità diventa, nella circostanza, anch’essa una pura recita.
Per giunta, non manca una moltiplicazione dell’ironia già presente in Shakespeare. Basta por mente a come vengono gettati in terra (con un’attenzione intesa a formare un iperbolico mucchio) i guanti di sfida che nella prima scena del quarto atto si scambiano Aumerle, Fitzwater, Percy, il Lord e Surrey. Mentre non meno allusiva risulta la modificazione della quinta scena del quinto atto. Nel testo shakespeariano Riccardo, prima d’essere colpito a morte, uccide solo due dei servi armati guidati da Exton. Qui ne uccide tre. Ed è, s’intende, la rivincita di un’azione che – fin lì sostituita, come ho detto, dalla riflessione sulla natura del potere – si riprende la scena nel momento in cui sta per morire, insieme con Riccardo, la stessa ragion d’essere di quella riflessione.
Infine, è appena il caso di rilevare quanto si dimostri in linea con tutto questo la recitazione degl’interpreti in campo: una recitazione che, giustamente, appare ad un tempo ricercata, straniata e, con intenzione, compiaciuta di sé. E fra gli altri, accanto all’eccellente Maddalena Crippa, un Riccardo che continuamente è e si guarda essere, vanno citati almeno Paolo Graziosi (Gaunt, un capitano gallese, l’abate di Westminster), Alessandro Averone (Bolingbroke), Graziano Piazza (Mowbray e il vescovo di Carlisle) e Almerica Schiavo (la duchessa di Gloucester e la duchessa di York). Uno spettacolo da vedere, insomma: perché, fra l’altro, costituisce un esempio raro di quanto possa essere determinante, appunto, il lavoro del regista sugli attori.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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