Siamo tutti a Emmaus, smarriti perché si fa sera

 

Valeria Raimondi in un momento di «Jesus», in scena fino a domenica nel Piccolo Bellini (tutte le foto che illustrano l'articolo sono di Eleonora Cavallo)

Valeria Raimondi in un momento di «Jesus», in scena fino a domenica nel Piccolo Bellini
(tutte le foto che illustrano l’articolo sono di Eleonora Cavallo)

NAPOLI – Ho sempre pensato che i testi degli spettacoli di Babilonia Teatri somiglino agli «objets trouvés» dei dadaisti: giacché le parole che li compongono, estratte dalla più ordinaria e ineffettuale quotidianità, per il solo fatto d’essere pronunciate sul palcoscenico si estendono – proprio come facevano quegli «objets» comunissimi quando venivano esposti – al di là di sé, fino ad attingere dimensioni concettuali addirittura impensate. E di tanto si trova una conferma eclatante in «Jesus», il testo di Enrico Castellani – bellissimo, forse il più bello che Enrico abbia mai scritto – in scena fino a domenica nel Piccolo Bellini.
In estrema sintesi, lo spettacolo si pone, e pone al pubblico, tre domande: chi è veramente Gesù? dove veramente lo possiamo incontrare? qual è il vero rapporto che stabiliamo con lui? E anche qui si parte dall’ordinario, dall’orgia mediatica che sommerge il Sacro: ossia dal Gesù corrente, «tatuato dipinto affrescato scolpito intarsiato stampato inculcato messaggiato taggato twitterato whatsappato facebookato linkato sull’iphone sull’ipod sull’ipad in casa in macchina nel portafoglio al collo al cesso a letto al ristorante all’ospedale dal benzinaio sui dollari sui muri sulle magliette»…
Ma poi, con uno scarto lancinante, c’imbattiamo nella verità umanissima di un Gesù che si sente male «tra la gente indifferente» e nello slancio politico di un Gesù al quale sparano in metropolitana perché ha «in testa un’idea di rivoluzione». In breve, questo «Jesus» mescola l’«alto» e il «basso». Senza sosta, in un crescendo di slittamenti di senso. E l’iperrealismo risulta tanto esacerbato che, nel solco della sottolineatura per contrasto, si volge in una stranita e livida comicità: «Jesus è il nome del fidanzato di Madonna Jesus è un paio di jeans Jesus gioca nell’Inter […] entravo all’autogrill e mi sembrava di essere in Vaticano tra Fabio Volo Luciana Littizzetto e Antonella Clerici».

L'Agnus Dei da infornare

L’Agnus Dei da infornare

Per questo, in una delle sequenze forti dello spettacolo, lo stesso Casagrande spara con un cannone, sulla strepitosa protagonista Valeria Raimondi e sugli spettatori, centinaia d’immaginette del Pastor Bonus mentre si sente la celeberrima marcia di Topolino. E per questo l’Agnus Dei diventa un mangereccio agnello destinato al forno, che cala dall’alto su un mare di patate. Ma non parlerei, come qualcuno ha fatto, di un’operazione al limite della blasfemia. Anzi, ripeto nella circostanza quello che, in polemica con i manipoli leghisti che protestavano davanti al Teatro Olimpico di Vicenza, scrissi nel settembre del 2015 a proposito dello spettacolo di Angélica Liddell «Prima lettera di San Paolo ai Corinzi»: si trattava, al contrario, di un’adesione perfetta al testo di cui nel titolo.
In «Jesus» avviene la stessa cosa. Solo se viene seppellito nel buio il seme potrà produrre il fiore che nella luce darà il frutto. E di conseguenza, come dimostrano gli esempi che ho fatto, il corpo mistico di Gesù viene seppellito nel suo corpo «fisico» indotto dall’orgia mediatica perché proprio da questo seppellimento nasce la tensione verso l’assoluto che coincide col Sacro.
Nientemeno che vertiginoso, tanto per proporre un altro esempio, appare al riguardo il passo: «Io a volte ho paura / soprattutto di sera / di notte / quando non c’è il sole a illuminare le cose». Rimanda a quel che dicono i due discepoli al Cristo risorto (e sulle prime da loro non riconosciuto) che hanno incontrato a Emmaus: «Rimani con noi, perché si fa sera, e il giorno declina» (Luca, XXIV, 29).
Non a caso, del resto, cito il Vangelo di Luca: lo cito perché è quello che, rispetto agli altri, si cala strenuamente in una quotidianità concreta. Infatti, lo spettacolo di Babilonia Teatri verte su un Gesù che ci conduce al di là dell’adesione a una fede religiosa. E con ciò, si capisce, parlo anche della poesia, smarrita ma indomita, che connota il testo di Castellani. Al bambino suo e di Valeria, Ettore, tre anni, Enrico confessa: «Vorrei saperti dire come si fa da morti a tornare a casa se ci viene ancora voglia di giocare, vorrei saperlo e non lo so»; e poi tenta di mitigare quella confessione d’impotenza con una delle solite bugie consolatorie che si ammanniscono ai bambini, racconta a Ettore che «quando moriremo ci spunteranno le ali».

Il bombardamento con le immaginette del «Pastor Bonus»

Il bombardamento
con le immaginette
del «Pastor Bonus»

Non sono le ali che ad Emmaus i due discepoli chiedono al Cristo risorto per volare oltre il buio e la paura? Si spiega così un altro dei passi significanti del testo, quello che di Gesù dice: «[…] lo lascio là / al suo posto / lo lascio inchiodato a una croce inchiodata a un muro / voglio che resti là / che non scenda / che non venga a farmi la predica / a parlarmi / a interrogarmi / a chiedermi di seguirlo né di conoscerlo». Siamo di fronte a un radicale rifiuto del Gesù preconfezionato e, quindi, ideologizzato. Un rifiuto che apre la strada a un Gesù che dobbiamo andare a scoprire da soli, nei più profondi recessi dell’anima e, giusto, nel più ansante pulsare dell’esistenza quotidiana.
Per questo, alla fine, si leva la preghiera che dice: «Credo nelle chiese di pietra / nelle piccole chiese […] credo nel loro silenzio […] nel loro isolamento […] nel loro essere mondo / dove il giorno resta fuori dalla porta / e anche quando il sole è alto fa freddo […] nella loro capacità di attrarre e spaventare / di interrogarci sul tempo sul senso sull’enigma / dell’uomo e del mondo […] credo nel loro ruolo di tramite». Penso ancora una volta a «Luci d’inverno» di Bergman. Il pastore Tomas Ericsson non ha più fede, ma continua a interrogarsi sul silenzio di Dio. E quando alla fine di una delle sue giornate stanche si ritroverà in una chiesa sperduta nella neve, una chiesa dove i fedeli non ci sono più, di nuovo pronuncerà, anche di fronte a quei banchi vuoti, le alte ed eterne parole del rito: «Santo, santo, santo il Signore Dio degli eserciti. Benedetto colui che viene nel nome del Signore».
Può di nuovo pronunciarle, quelle parole, proprio perché le pronuncia nella solitudine e nell’assenza dei destinatari «istituzionalizzati». E allora, per concludere, non so fare a Babilonia Teatri elogio migliore del seguente. «Jesus» mi ha ricordato Vittorio Russo, colui che che mi aiutò a capire Dante, e dunque a cogliere il brivido di una bellezza perenne. Nel 1979 mi mandò, con una dedica affettuosa e per me lusinghiera, il testo del suo intervento nell’ambito delle «Letture classensi» di Ravenna. Vi si leggeva, fra l’altro: «Nessuno, credo, oggi può osare sperare di ritrovare Dante solo nei silenzi chiostrali o nella penombra delle biblioteche. Rischierebbe di incontrarlo in qualche stilema di Franco Fortini o nelle ultime pagine di Pier Paolo Pasolini, già intrise di disperazione e di sangue, o nell’attesa confusa di un giovane barbuto, o ancora, come pure è avvenuto, in alcune scritte rosse sui muri delle università e delle strade, e non essere più in grado di riconoscerlo».
Ecco, possiamo dire le stesse cose anche del Gesù di Babilonia Teatri.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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