Che strano ladro, va in giro a rubare poesie

 

Da sinistra, Luca Zacchini e Alberto Astorri in un momento di «Un quaderno per l'inverno», in scena fino a domenica al Fabbricone di Prato

Da sinistra, Luca Zacchini e Alberto Astorri in «Un quaderno per l’inverno», fino a domenica al Fabbricone di Prato

PRATO – Ho di nuovo incontrato, al Fabbricone di Prato, la coppia che costituisce una delle realtà più interessanti del teatro italiano di oggi: quella composta dall’autore Armando Pirozzi, napoletano, e dal regista Massimiliano Civica, reatino. Avevo visto quattro anni fa il loro eccellente «Soprattutto l’anguria». E adesso mi sembra che questo «Un quaderno per l’inverno» – prodotto dal Teatro Metastasio, è in scena fino a domenica – riveli un livello e un valore non minori.
C’imbattiamo nel professore universitario di letteratura Velonà che, rientrando a casa con una busta di arance, trova ad aspettarlo un ladro, Nino, che lo minaccia con un coltello. Ma Nino non vuole soldi. Nella borsa del computer che ha rubato al professore in facoltà c’era un quaderno con sette poesie. Nino le ha trovate «bellissime» ed ora vuole che Velonà gliene scriva, seduta stante, un’altra come quelle. E il professore, che dapprima si rifiuta, dicendo che non ha più voglia di scrivere, finirà per cedere alla richiesta, partorendo di malavoglia un rachitico componimento di appena tre versi.

Massimiliano Civica

Massimiliano Civica

Questa, dunque, la situazione di partenza. E subito, proprio all’inizio dello spettacolo, Civica mette in campo un’invenzione che non esito a definire strepitosa, perché anticipa, e illumina come meglio non si sarebbe potuto, tutti i risvolti profondi del testo: Velonà e Nino si presentano insieme, non ci sono un prima (il professore che entra in casa) e un dopo (il professore che vi scopre il ladro); e di conseguenza, il tempo del plot si annulla, giusta, simbolicamente, la battuta successiva di Nino: «[…] non ho avuto il tempo. Non c’era più tempo. Era finito il tempo. Finito».
Infatti, i personaggi in questione sono intercambiabili, tanto è vero che, con una seconda invenzione non meno decisiva, Massimiliano Civica affida a Nino – dopo che i due si son fatta e bevuta un’aranciata – il compito di rimettere nel cassetto del tavolo della cucina lo spremiagrumi e i bicchieri che aveva tirato fuori Velonà. E si capisce, allora, che qui il realismo della situazione, solo apparente, scivola continuamente e strenuamente in una dimensione altra.
Velonà e Nino, più che veri e propri personaggi, sono, insomma, funzioni di una storia senza storia, ossia funzioni dell’essere al momento. E il plot, più che un vero e proprio plot, è il racconto del plot. È, nel solco di Pirandello, la Forma in cui l’uomo tenta disperatamente d’ingabbiare l’imprevedibilità della vita: del resto, sono già una forma, per l’appunto, il quaderno e le poesie che contiene, intese a trattenere nella metrica l’attimo fuggevole dell’innamoramento dal quale il professore racconta che nacquero.
Si spiega così, con il bisogno della Forma, l’insistenza con cui Velonà si rivolge a Nino: «D’accordo?» – «D’accordo? Dimmi che siamo d’accordo» – «Di’ che sei d’accordo. Di': sono d’accordo». E non a caso, poi, nella terza delle tre scene che compongono quest’atto unico la situazione si capovolge. Dopo otto anni il ladro torna nella casa del professore e gli porta la seguente poesia scritta dal figlio: «Oggi papà mi ha regalato un quaderno. / Dentro c’è qualche poesia. / Mi ha detto di scriverci anche una mia. / Ha detto che è per far passare più presto l’inverno. / Oggi papà mi ha regalato un quaderno, per l’inverno».

Un'altra scena dello spettacolo

Un’altra scena dello spettacolo

Come si vede, la poesia scritta nel quaderno dal figlio di Nino ha per tema il quaderno stesso. Giacché la suprema saggezza (o l’unica consolazione) è nella tautologia, nella vita che non significa altro che la vita.
Ancora non a caso, infatti, Pirozzi dichiara in una nota: «Il tema centrale del testo è la scrittura e la sua possibilità di incidere direttamente sulla realtà». E quindi torna, nella circostanza, il Don Chisciotte che già presiedeva a «Soprattutto l’anguria»: il Don Chisciotte che rappresenta la frattura tra le parole e le cose nella quale consiste la crisi fondamentale dell’età moderna. Di modo che «Un quaderno per l’inverno» si risolve in un lancinante ossimoro. Poiché la grande scrittura (o, semplicemente, la scrittura significante) è sempre una scrittura problematica, una scrittura che si mette in dubbio e in discussione nel momento stesso in cui si fa.
Ho pensato da un lato al Maurice Blanchot per il quale scrivere è un «gioco insensato» e dall’altro all’Enzo Moscato che in «Mal-d’-Hamlé» prorompe nel grido: «No, no, ati, ate! Altre, sempre! / Sempe cchiù parole, voglio! / Words, words, words, a mmuorze, a mmuorze, a mmuorze!».
Maurice Blanchot è il Velonà che afferma: «No, non scriverò più una parola. Non io. Mi basta questa condanna a leggere e studiare tutte queste stupide parole che hanno scritto tutti gli altri, scritte chi sa per chi, e chi sa in che modo trattati poi da queste persone che tanto insostituibili sembravano per loro». Ed Enzo Moscato è il Nino che, parlando della moglie in coma, dice a Velonà: «Io sono sicuro che se le leggo una tua poesia stasera Anita reagirà, e si sentirà meglio, forse non si sveglierà, non si sveglierà subito, non si sveglierà adesso, ma col tempo, se tu mi aiuti, le leggerò le tue poesie, e lei si sveglierà, prima o poi si sveglierà».
Concludo – anche a proposito dei due bravissimi interpreti, Alberto Astorri (Velonà) e Luca Zacchini (Nino) – citando l’osservazione capitale che Civica fa nelle sue note di regia: «Il massimo dell’arte e della tecnica è non far notare l’arte e la tecnica». Questo spettacolo la invera perfettamente.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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