Natura morta di un matrimonio con cocci

Silvio Orlando in «Lacci»

Silvio Orlando in «Lacci»

NAPOLI – Aldo e Vanda si sposarono giovani, all’inizio dei fatidici anni Sessanta, più che altro per desiderio d’indipendenza. Ma ecco che – dopo dodici anni di matrimonio, e con due figli ancora piccoli, Sandro e Anna – lui se ne va di casa e si trasferisce a Roma, dove intreccia una relazione con una ragazza. Salvo lasciarsi convincere, poi, dalle lettere tra rabbiose e dolenti di Vanda e tornare in famiglia. Senza, però, che i cocci di quell’unione si possano riattaccare. Di tanto è metafora l’appartamento devastato da presunti ladri. E finirà con i figli che, ormai adulti, in quello stesso appartamento cominceranno anche loro a mandare in frantumi vasi e ninnoli, sotto specie di metafora, stavolta, di una ribellione generazionale.
Questo, in estrema sintesi, il plot di «Lacci», il testo di Domenico Starnone tratto dal suo omonimo romanzo e in scena ancora stasera e domani al Bellini per la regia di Armando Pugliese. E non v’è dubbio alcuno circa la complessità e la sottigliezza dell’analisi che l’autore conduce in merito alla psicologia e ai sentimenti dei personaggi in campo. Il problema, come sempre, sta nel passaggio dalla pagina scritta al palcoscenico, dalla letteratura al teatro.
Qui, per farla breve, al posto del dialogo, ossia dello scambio di battute ch’è il cardine ineliminabile della drammaturgia, s’accampa un paralizzante scambio di monologhi, dichiarati o variamente mascherati. E, come se non bastasse, si tratta di monologhi che vertono sul passato, mentre – lo sappiamo, o lo dovremmo sapere – il teatro conosce solo l’opzione del presente. È un problema vecchio, che dovette affrontare – stanti la crisi del dramma borghese e, quindi, l’impossibilità dell’azione qui e ora – anche un signore che si chiamava Ibsen. Lui tentò di risolverlo trasformando il passato nell’«imputato» di un vero e proprio processo, ma non è che i risultati siano stati soddisfacenti. E lo stesso accade, sempre per riassumere, nello spettacolo di cui parliamo.
Vedi, per esempio, la lunga sequenza iniziale, in cui Vanda dice ad alta voce una delle lettere indirizzate al marito girando intorno alla sedia che ospita un Aldo immobile e muto per tutta la durata di quella «esternazione». E non resta, insomma, che la prova degl’interpreti. Com’era prevedibile, spicca Silvio Orlando, per la sommessa e pure decisa cura con cui tratteggia lo stillicidio dell’umbratile e smarrito sopravvivere di Aldo; e non demerita, accanto a lui, Vanessa Scalera nel ruolo di Vanda. Meno convincenti, anche per l’obiettiva debolezza dei rispettivi personaggi, Roberto Nobile (il vicino di casa Nadar), Sergio Romano (Sandro), Maria Laura Rondanini (Anna) e Giacomo de Cataldo (il poliziotto).

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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