Quella vita allo sbando in anticipo su Pasolini

 

Da sinistra, Davide Paciolla e Michele Costabile in una scena di «Ragazzo di Trastevere»

Da sinistra, Davide Paciolla e Michele Costabile in una scena di «Ragazzo di Trastevere»

In fondo, la recensione di questo spettacolo – «Ragazzo di Trastevere», presentato nel Ridotto del Mercadante nell’ambito della rassegna «Storie naturali e strafottenti» dedicata alle opere di Giuseppe Patroni Griffi – l’ha già scritta l’adattatore del testo originale e regista, Giuseppe Sollazzo: non solo mette sulla prima pagina dell’adattamento la celebre fotografia con Totò e Ninetto Davoli tratta da «Uccellacci e uccellini», ma, soprattutto, nelle note di regia dice che quella di Patroni Griffi è «una scrittura che ha la forza di un linguaggio che parla della vita, senza essere il linguaggio della vita». E specifica che si tratta di «un linguaggio alto, letterario».
Il riferimento a Pasolini serve a sottolineare, giustamente, che Patroni Griffi affrontò con notevole anticipo (il racconto «Ragazzo di Trastevere» è del ’51) i temi portanti di «Ragazzi di vita» (1955) e «Una vita violenta» (1959): qui, infatti, si narra la vicenda di un Otello che strappa la giornata prostituendosi con ricchi omosessuali; mentre il discorso sul linguaggio chiama ancora una volta in causa un problema su cui sono costretto a tornare perché Luca De Fusco, in quanto ideatore della rassegna in questione, persiste nel tentativo, quasi sempre destinato al fallimento, di trasferire la letteratura sul palcoscenico.
Tanto per fare solo un esempio, vorrei che qualcuno mi spiegasse com’è possibile riprodurre a teatro l’atmosfera che, in «Ragazzo di Trastevere», determina il brano seguente: «Un rosa autunnale d’alba, li vide al porto, sulle banchine violette, battute da arcobaleni di nafta; il piroscafo grigio a chiazze mimetiche, illividiva, spandendo in echi lo squillare dei passi sulle lamiere». E com’è possibile, poi, anche soltanto evocare il silenzio, «ritrovato e non cercato», che avvicina Otello alla madre dinanzi al fratello più piccolo febbricitante per il tifo?
«Dovete attendere che passi la nottata», ha detto il medico di Patroni Griffi nell’eco di Eduardo. Ma, rispetto a suggestioni del genere, che solo la parola scritta è in grado d’innescare, l’adattamento di Sollazzo non può che ridursi alla distribuzione fra gl’interpreti in campo (Anna Ammirati, Davide Paciolla e Michele Costabile) di brani del testo originale, il cui attacco è invece affidato alla voce registrata di Mariano Rigillo.
Per il resto si accumulano, contraddittoriamente, i segni di uno straniamento ironico (vedi la pioggia fatta con l’innaffiatoio o il «chicchirichì» del gallo imitato da Otello o il Pinocchietto rosso che prende il posto nel letto del bambino malato) e quelli di un realismo spicciolo (vedi l’italiano parlato dai militari americani). Fino a un nudo maschile e a un rapporto orale fra uomini di cui, ovviamentre, in Patroni Griffi non c’è traccia.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 18 febbraio 2015)

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