Quest’Europa che somiglia a Elephant Man

Da sinistra, Michele Altamura e Gabriele Paolocà  in una scena di «Little Europa» (foto di Angelo Maggio)

Da sinistra, Michele Altamura e Gabriele Paolocà in una scena di «Little Europa» (foto di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – Nel loro «giardino d’inverno arredato con eleganza e buon gusto» e affacciato sul fiordo, Alfred Allmers e sua moglie Rita covano la colpa di aver causato la zoppìa del figlio Eyolf. Il bambino cadde dal tavolo su cui la madre e il padre lo avevano dimenticato: lei non lo sentiva legato a sé, lui era perso dietro la stesura di un grosso libro intitolato «La responsabilità umana». Ma ora Alfred dichiara che abbandonerà quel libro e si dedicherà a «illuminare» l’anima di Eyolf, a «sviluppare le ricche promesse che vi dormono» e a «far fiorire e fruttificare i nobili germi che porta in sé». Dal canto suo, l’amico ingegnere Borgheim annuncia che costruirà una nuova strada tra le montagne del Nord. E intanto Eyolf, ancora una volta dimenticato e abbandonato a se stesso, annega nel fiordo perché non sa e non può nuotare.
Ricordate? È, in estrema sintesi, il plot de «Il piccolo Eyolf» di Ibsen. E adesso dovete dirmi a che cosa vi fa pensare un simile intreccio (o, meglio, intrico) di rimorsi, presunzioni filosofiche, progetti vaghi e discorsi parolai. Se rispondete che vi fa pensare alla fine ch’è toccata all’Europa rispetto all’idea di quanti la immaginavano come unione di popoli e integrazione di culture, allora non mancate di vedere «Little Europa», lo spettacolo – ispirato per l’appunto al dramma di Ibsen – che la compagnia Vico Quarto Mazzini ha presentato in «prima» nazionale nell’ambito della XVII edizione del festival «Primavera dei Teatri».
Qui, in breve, si racconta una favola nera e apocalittica, che riassumo negli snodi narrativi essenziali.
Ci sono una moglie nordica, che parla svedese e sniffa cocaina, e un marito «terrone», che parla un inglese maccheronico e desidera solo tornarsene da mammà. La svedese vorrebbe imporre al «terrone» i riti di Santa Lucia, indossando la corona di candeline accese e affibbiando a lui il cappello a cono decorato di stelle, e il «terrone» vorrebbe imporre alla svedese di cucinare la pasta alla carbonara, all’amatriciana e al pesto. E litigano spesso, con furia animalesca e in plateale e allusivo contrasto con la pacata voce fuori campo di un narratore, che ne snocciola le vicende nei termini, giusto, di una favola.
I due hanno messo al mondo un figlio, naturalmente «il piccolo Europa», che però è un mostro, somiglia sputato a Elephant Man. E ha paura, il piccolo Europa, quando lo lasciano solo. E quando ha paura, il piccolo Europa si rifugia in un mondo suo, comincia a sognare: per esempio, sogna di avere una tata dolce e comprensiva che è la reincarnazione di Mary Poppins. Ma il sogno si trasforma in incubo, Mary Poppins diventa, sull’onda dell’«Inno alla gioia», un’erinni (la Merkel?) con la frusta. E allora il piccolo Europa diventa a sua volta crudele, distruggendo tutto quanto ha intorno.
Molto tempo dopo, in uno scenario post-nucleare fatto solo di macerie, vedremo aggirarsi due «eploratori”» in tute isolanti, muniti di bombole d’ossigeno e maschere antigas. Si riconoscono, si abbracciano, tentano persino di darsi al sesso pur con l’ingombrante involucro che si ritrovano addosso. E insomma sono la moglie e il marito di cui all’inizio (o una loro «riedizione»).
Riusciranno stavolta a far meglio? L’interrogativo rimane senza risposta, e proprio in questo risiede l’ennesimo pregio di «Little Europa», firmato per l’ideazione e la drammaturgia da Gabriele Paolocà e dallo stesso Paolocà e da Michele Altamura per la regia. Ottimi anche gl’interpreti: Gemma Carbone (la moglie), ancora Michele Altamura (il marito) e Gabriele Paolocà (il piccolo Europa) e Maria Teresa Tanzarella (la tata). Semmai occorrerebbe procedere a qualche taglio e, soprattutto, moderare i toni. Tanto per intenderci con un altro esempio, la sequenza in cui il piccolo Europa si sbatte sul tavolo della cucina è troppo lunga ed esibita, e a tratti spinge l’espressionismo a contatto col Grand Guignol.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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