Quella sera all’Olympia

Pino Daniele durante uno dei suoi ultimi concerti

Pino Daniele durante uno dei suoi ultimi concerti

Il mio ricordo di Pino Daniele esce dall’orgia della retorica che in questi giorni ci ha sommersi. Nel senso che si limita alla storia dell’artista e ai dati di fatto che l’hanno scandita. E ripubblico, dunque, la cronaca del concerto, la sua consacrazione in Europa, che Pino tenne all’Olympia di Parigi. La scrissi nella veste d’inviato de «Il Mattino», il giornale per cui allora, appena assunto, mi occupavo di musica leggera.

PARIGI – Ma che cosa ci fa sul palcoscenico dell’Olympia questo musicante napoletano vomitato dal ventre molle di Santa Maria La Nova e segnato, ad un tempo indifeso e indifferente, da tutta l’accidia rabbiosa dei vicoli? Stavolta gli s’aggirano intorno le ombre strane di gente come Édith Piaf e Yves Montand, Joséphine Baker e Bernard Lavilliers, Jacques Brel e Paul Anka, Georges Brassens e Bob Dylan, Marlene Dietrich e Gilbert Bécaud, Mireille Mathieu e Joan Baez. E i ragazzi che lo invocano e lo applaudono sono, infine, uguali e diversissimi da quelli che finora hanno colmato per lui le piazze e gli stadi.
Certo, l’ingresso nel tempio della musica leggera internazionale rappresenta la definitiva consacrazione di Pino Daniele. E ben lo testimoniavano i giornali francesi, nell’occasione tranquillamente attestati sul fronte dell’iperbole: per Libération e Actuel Pino è «Il re di Napoli», per L’Événement «un secondo vulcano accanto al Vesuvio», per L’Express «la sola risposta all’egemonia della musica angloamericana», per Est Républicain «il Maradona del rock» e per L’Ebdo des Savanes addirittura «un dio». Ma forse la verità su quanto è accaduto l’altra sera all’Olympia l’aveva anticipata Jazzhot, non a caso uno dei più notevoli periodici specializzati d’Europa: «Pino Daniele è la forza tranquilla che nasce da un perfetto equilibrio fra l’umanità e la tecnica».
Già, chi sono i ragazzi che davanti al teatro compongono una fila interminabile due ore e mezzo abbondanti prima che cominci il concerto? Chi sono i ragazzi – e l’idioma transalpino si mischia con i dialetti napoletano e calabrese e siciliano – che occupano tutte le duemila poltrone foderate di morbido panno rosso e poi dilagano nei corridoi e s’aggrovigliano gli uni sugli altri fino a diventare tremila? Chi è questa ragazza scura come un cioccolatino, i capelli a treccine tal quali serpenti nell’agitarsi della testa sull’onda del ritmo? È lei che dà una delle due risposte. Si chiama Suzy Etoth, ha 19 anni ed è nata a Parigi da genitori del Camerun: «Io non capisco niente di quello che Pino Daniele dice, ma è una cosa che mi prende allo stomaco».
L’altra risposta è di Enzo Rizzo, 25 anni, animatore della radio libera TransItalia: «A noi emigrati, e soprattutto in una grande città come questa, mancano specialmente i sentimenti: Pino è il collegamento con le nostre radici». E lui, Pino, parlava proprio ad Enzo, e a tanti altri come Enzo, quando ha esordito affermando di voler salutare con poche parole in francese: «Nous venimmo ‘a Napule et je panse que pour les sentiments il n’y a pas des frontieres». Adesso è chiaro chi sono questi ragazzi e perché alternano, a quello di «Pino, Pino», il coro «Napoli, Napoli». Aveva scritto L’Express: «Il 3 dicembre l’Olympia ballerà su un vulcano». Ma il fuoco dell’altra sera divampava sull’altare di un rito che officiava una dolorante passione. Così, l’urlo e l’applauso che accolgono la prima canzone, «Terra mia», non sono un urlo e un applauso, sono il delirio della lontananza.
Non posso aver paura dell’infamia e dell’impotenza delle parole, giacché non avevano paura Pino e i suoi compagni di fronte alla tremenda nudità dello straordinario avvenimento che li trascinava. Ed ecco, infatti, «Lazzari felici». Ed ecco arrivare sul palcoscenico Tullio De Piscopo: un abbraccio, perché lui – lui che all’Olympia c’era già stato, e al fianco di personaggi come Gerry Mulligan e Astor Piazzolla – è tornato per stare ancora una volta accanto a Pino in una circostanza decisiva. E più grintosi e più ispirati e più audaci sembrano le tastiere di Joe Amoruso, il basso di Rino Zurzolo, il sax di Larry Nocella e le percussioni del magico Nanà Vasconcelos ch’era negli studi di registrazione di Formia quando venne il terremoto e Pino si preoccupò soltanto di regalare un grido rassicurante a quel folletto nero piombato giù nell’inferno dall’immemore culla del suo Brasile.
Insomma, il soul stream – come, in occasione del concerto del 20 settembre alla Mostra d’Oltremare, mi accadde di definire l’incredibile e affascinante tessuto di sonorità che caratterizza l’ultima produzione di Daniele – stavolta ha raccolto lungo il cammino qualcosa che appunto all’anima, e ai suoi recessi profondi e misteriosi, appartiene di diritto. Perciò, non credo che sia necessario o interessante soffermarsi ulteriormente sui pur pregevolissimi aspetti tecnci della serata all’Olympia: che so, sugli eccezionali duetti fra Vasconcelos e De Piscopo o, per fare un altro esempio, sulla voce particolarmente commossa e vibrante e tesa dello stesso, lucido Pino.
Cresce il delirio, e migliaia di piedi frenetici – per sollevare i ragazzi oltre la barriera di chi sta davanti – vanno a violentare il morbido panno rosso delle illustri poltrone. Ma quando arrivano quelle parole, «Napule è mille culure, Napule è mille paure», scende sul furore della carne il brivido di un improvviso, inatteso e inenarrabile silenzio. E la spugna che piove ad asciugare l’ultimo sudore del pugile piazzato al centro del ring – insolito pugile e ancor più insolito ring, l’uno e l’altro intesi a un match con la propria identità – è un fazzolettone bianco su cui appaiono disegnati il tricolore d’Italia e, sempre a lettere tricolori, la scritta «Viva Napoli».
Il giorno prima, e per tutta una dannata serie di disservizi tra il maltempo e le carenze organizzative, il cronista era rimasto bloccato nell’aeroporto di Fiumicino per la bellezza di undici ore, precisamente dalle otto del mattino alle sette di sera. Ma, finalmente giunto – sia pure affranto e incarognito – nello scalo parigino «Charles De Gaulle», ecco sbucare da uno di quei fantascientifici tubi di plastica e acciaio – trasportato dal tappeto mobile come un sorso del beaujolais di fresca vendemmia che in questi giorni sta confortando la capitale francese – proprio lui, Pino Daniele.
Occhialoni scuri, infagottato in un giaccone di panno, arriva trafelato da Londra, dov’è andato a comprare, senza poi comprarla, non so quale portentosa chitarra d’avveniristica costruzione: «M’hanno purtato dint’a ‘nu sobborgo, ‘nu casino». Ha la faccia sfottente e amara come la faccia vera di Napoli. E dietro Pino passa Salvatore Accardo con l’astuccio in cui tiene il suo preziosissimo violino. Questa Napoli dalle mille ferite e dalla mille paure che tuttavia, come l’antica Canaria, canta anche mentre muore. E mentre muore continua a mandare in giro i suoi messaggeri d’amore.
«Yes, I know my way». Ed è la stessa strada sulla quale secoli fa s’incamminò Tiberio Fiorilli, gran comico napoletano dell’Arte. Fu maestro di Molière e fece crepar dal ridere sovrani, principi e letterati. Ma qualcuna delle canzoni che ancora ad ottant’anni cantava sulla chitarra era intrisa d’inguaribile malinconia: e inevitabilmente nero era il suo costume. Nero come un cielo notturno senza stelle. O come, appunto, la Les Paul Custom di Pino Daniele.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

 («Il Mattino», 5 dicembre 1984)

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