Quando la verità è una torta che non si riesce a tagliare

Da sinistra, Enzo Vetrano e Stefano Randisi in un momento di «'A cirimonia» (le foto che illustrano questo articolo sono di Giusva Cennamo)

Da sinistra, Enzo Vetrano e Stefano Randisi in un momento di «’A cirimonia»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Giusva Cennamo)

NAPOLI – Una stanza senza porte. L’unica luce, fioca, è quella che proviene dalla candelina accesa sulla torta collocata su uno sgabello alto al centro del proscenio. E a destra e a sinistra della torta due sedie su cui stanno «’U masculu», cieco e dai modi burberi, a tratti crudeli, e «’A fimmina», un altro uomo – vestito da sposa – che appare, invece, mansueto e dai modi garbati.
È la situazione di partenza che s’accampa in «’A cirimonia», l’atto unico di Rosario Palazzolo portato al Napoli Teatro Festival Italia, nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, dalla Cooperativa Le Tre Corde. La cerimonia in questione si svolge ogni anno, una volta sola, nello stesso giorno, l’uno, dello stesso mese. E se non si precisa di quale mese si tratti, così come non si precisa il rapporto che esiste fra i due personaggi in scena, in compenso, circa lo scopo del loro ritrovarsi insieme, «’U masculu» dice: «[…] se non ci ricordiamo la cirimonia non può cominciare».
Dunque, si capisce che l’oggetto del testo di Palazzolo – scritto in un non casuale e non a caso ostentato miscuglio d’italiano e siciliano – è per l’appunto il ricordo: innanzitutto il ricordo del ricordo, ovvero il ricordo della necessità e/o del desiderio di ricordare. E i due personaggi opposti di «’U masculu» e di «’A fimmina» servono ad inquadrare e sottolineare il carattere ambivalente e nello stesso tempo ambiguo di ciò che costituisce la materia dei ricordi che essi sono spinti a suscitare: né più né meno che la verità.
Infatti, il sottotitolo di «’A cirimonia» suona: «L’impossibilità della verità». E ne consegue che ci troviamo di fronte a una struttura drammaturgica che – a metà fra Pirandello e Pinter – mescola continuamente la realtà e l’apparenza, il presente e il passato, la quotidianità e il sogno. Forse «’U masculu» e «’A fimmina» sono marito e moglie, forse «’U masculu» è il padre che non vuole ammettere l’omosessualità del figlio che ha preso, appunto, a vestirsi da «fimmina», forse «’U masculu» e «’A fimmina» incarnano, rispettivamente, la durezza della vita che si scopre da adulti e la dolcezza evasiva che dona l’infanzia.

Stefano Randisi ed Enzo Vetrano in un altro momento dello spettacolo, dato nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia

Randisi e Vetrano in un altro momento dello spettacolo, dato nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia

Un’ipotesi vale l’altra. Di modo che (e non è un espediente di poco conto) s’alternano, ad intervalli più o meno regolari, due voci fuori campo tagliate su misura per tradurre come meglio non si potrebbe tali «corni del dilemma»: quella di un bambino che canta una filastrocca («Mi chiamo Lola, e son spagnola, / per imparare l’italiano vado a scuola, / la mia mamma è parigina, / il mio papà è imperatore della Cina»…) e quella di un uomo che legge da un giornale cruenti fatti di cronaca (l’assassinio di una donna con due coltellate al torace, i due morti nello scontro fra un autotreno e un’automobile…). E, naturalmente, le due voci finiscono per fondersi, poiché ad un certo punto l’uomo, interrompendo la lettura del giornale, urla: «[…] che ci fai vestito accussì, levati ‘sto vestito e posalo, perché lo hai preso, levatelo subito! e finiscila di cantare, finiscila…».
Inutile specificare che, allo stesso modo, «’U masculu» e «’A fimmina» giungeranno a scambiarsi non solo il posto, ma addirittura l’abito: «’U masculu» diventerà «’A fimmina» e «’A fimmina» diventerà «’U masculu». Sono le due facce della medaglia. E comunque, quella torta non riusciranno a mangiarla, giacché, per tagliarla e mangiarla, bisognerebbe che prima riuscissero a ricordare. Ma non può arrivare il ricordo di una verità che non può essere raggiunta. «’U masculu» e «’A fimmina» si aggrediscono, l’uno brandendo un cacciavite e l’altro il coltello che dovrebbe servire a tagliare la torta. Magari è solo un delirio, o magari i due sono entrambi già morti. Il testo si conclude con «’U masculu» che soffia sulla candelina e «’A fimmina» che dice nel buio: «E ora ci addivertiamo!». Mentre l’ultima didascalia recita: «La musica si prende ogni cosa, loro è come se scomparissero».
Ovviamente, una simile, ininterrotta e strenua sovrapposizione di piani non poteva non generare qualche confusione e, non di rado, pleonasmi e momenti di stanca. Ma, s’intende, «’A cirimonia» è soprattutto un testo per gli attori, che, voglio dire, affida quasi per intero alle capacità dei suoi interpreti il dispiegarsi del proprio potenziale drammaturgico. E, nel merito, non potevano darsi interpreti più adatti di Stefano Randisi («’U masculu») ed Enzo Vetrano («A fimmina»).
Più scontato e prevedibile, invece, l’allestimento in sé, affidato alla regia degli stessi interpreti. Anche perché parliamo di uno spettacolo che – per atmosfere e stilemi espressivi – ricalca in maniera evidente la messinscena splendida, realizzata da Randisi e Vetrano nel 2017, di «Ombre folli», il terribile, vaneggiante e, insieme, feroce e amorevole atto unico di Franco Scaldati.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

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