«Questi fantasmi!» 3 – Uno straniero a Castellammare

Partigiani comunisti dell'Elas, l'Esercito Popolare Greco di Liberazione

Partigiani comunisti dell’Elas, l’Esercito Popolare Greco di Liberazione

NAPOLI – Riporto la rievocazione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Il corpo emaciato, i capelli bianchi e gli occhiali dalle lenti spesse lo facevano sembrare molto più vecchio. Ma quando lo conoscemmo aveva solo sessantadue anni. Scendeva tutte le sere dalle scale di lato a quella ch’era stata la portineria, lì nell’androne del palazzo numero 102 di corso Vittorio Emanuele a Castellammare, la città dove allora vivevo. Gettava dentro un rapido sguardo furtivo, come di chi volesse entrare e non ne avesse il coraggio, e poi si allontanava a passi rapidi, come chi temesse di attirare su di sé un’attenzione pericolosa.
L’ex portineria era diventata lo studio del pittore e scultore Antonio Gargiulo, che fra l’altro realizzò il busto di Annibale Ruccello collocato nella Villa Comunale e – nella sezione Lenin del Partito Comunista, alla quale fui iscritto – l’affresco in memoria dei fatti avvenuti a piazza Spartaco il 20 gennaio del ‘21, l’uccisione di sei innocenti durante l’assalto fascista al Palazzo di Città retto da una giunta socialista. Ed era diventata, l’ex portineria, anche il luogo di riunione abituale di una variegatissima tribù: tutti rigorosamente di sinistra (dal Pci a Lotta Continua, da Servire il Popolo al Manifesto) ma altrettanto rigorosamente diversi per età, carattere, posizione sociale, cultura e atteggiamento politico.
Fu uno di quei «pellerossa», Pino D’Elia, un altro pittore (ma non aveva mai esposto, rifiutava il mercato) che abitava in una soffitta nello stesso palazzo, a fermare una sera il misterioso personaggio: «Vuole entrare? Venga, non ci sono problemi». E lui entrò. A passi lenti ed esitanti, ma come spinto da un bisogno insopprimibile d’incontri e di parole. E apprendemmo che si chiamava Michalis Lilis.
Era un editore e scrittore comunista (per l’esattezza trotzkista) di Atene. Aveva tradotto in greco – a parte Marx, Lenin e Trotzkij – persino «Il dottor Zivago» di Pasternak. Ed essendo già finito all’isola sotto la dittatura di Metaxas, nel ’36, appena i colonnelli misero in atto il loro colpo di stato se ne fuggì in esilio. Per un po’ vagabondò in varie parti d’Europa, sempre affamato e sempre inseguito dai sicari: perché l’unico bene che s’era portato dietro era una macchina per scrivere elettrica Ibm, con cui non smise un solo giorno di stilare opuscoli di propaganda contro il regime, che poi introduceva in Grecia attraverso vari canali clandestini. Così aveva fatto in Belgio, dov’era stato per qualche tempo ospite di un fratello che lavorava nelle miniere. E così continuava a fare a Castellammare, dov’era arrivato perché – avendo un polmone bucato dalla tubercolosi – qualcuno gliene aveva consigliato l’aria.

Il busto di Annibale Ruccello, scolpito da Antonio Gargiulo e collocato nella villa comunale di Castellammare

Il busto di Annibale Ruccello, scolpito da Antonio Gargiulo e collocato nella villa comunale di Castellammare

In seno a quella variegatissima tribù Michalis mi scelse come suo referente intellettuale. E insieme scrivemmo un piccolo saggio, che nessun giornale volle pubblicare, sul buco nero rappresentato, nella storiografia europea, dalla guerra civile greca fra il ’43 e il ’49. Michalis sosteneva che il colpo di stato dei colonnelli veniva da lontano, affondando le radici in quegli accordi di Varkiza che nel ’45 costituirono il primo esempio di compromesso storico.
Così – senza che nessun altro della tribù lo abbia mai saputo o sospettato – divenni uno dei canali clandestini di cui sopra. E mi trovai, in una notte d’agosto del ’72, nella casa di Michalis, di fronte al Partenone. C’erano alcuni dei principali rappresentanti del fronte di opposizione al regime: imprenditori edili, professori universitari… e fra loro un uomo che tutti chiamavano Yannis e per il quale tutti dimostravano, insieme, affetto profondo e rispetto infinito. Parlava pochissimo, solo qualche parola stenta. E proprio questo mi fece intuire di chi si trattava. Doveva essere prudente, soprattutto alla presenza di stranieri, perché appena da pochi mesi era tornato dal carcere e dal confino dei colonnelli, lui che già aveva conosciuto, fra il ’48 e il ’52, l’internamento nei «campi di rieducazione».
Ricordo, poi, che a un certo punto Ketty, la moglie di Michalis, volle che prendessi la chitarra e gli cantassi «La ballata del Pinelli». E l’operazione fu piuttosto laboriosa. Con una mano (dato che poteva esserci qualche spia in ascolto) Ketty mi faceva segno di tenere basso il volume e con l’altra, appoggiando il gesto a vigorosi ma a loro volta sommessi «alt» e «vai», mi bloccava ad ogni fine verso e mi rilanciava all’inizio di quello successivo. Si capisce, doveva tradurre.
– «Quella sera a Milano era caldo»…
– Alt! Ekíni ti níkta sto Milano ékane zésti. Vai!
– «ma che caldo che caldo faceva!»…
– Alt! Ma ti zésti ti zésti pou ékane! Vai!
– «È bastato aprir la finestra»…
– Alt! Ítan arketó n’aníxi to paràthiro. Vai!
– «una spinta, Pinelli va giù»…
– Alt! Ke me mía sproxià o Pinelli vréthike pesménos kato. Vai!…

Yannis Ritsos

Yannis Ritsos

Perdevo il ritmo e qualche volta mi dimenticavo da dove dovevo ripartire. Ci misi più io a cantare «La ballata del Pinelli» che il Pinelli a cadere giù dalla finestra della Questura di Milano, a morire e ad essere seppellito. Ma nemmeno per un secondo, durante quella laboriosa esecuzione, mi lasciarono gli occhi acutissimi dello sconosciuto che chiamavano Yannis. Occhi abitati, insieme, da una fredda determinazione e da un mite abbandonarsi. Era Yannis Ritsos, quello sconosciuto.
Poi, sul polmone bucato dalla tubercolosi s’innestò un cancro. E Michalis se ne andò ad aspettare la morte in una gelida stamberga della frazione di Scanzano, bunker della malavita. E quando, infine, il regime dei colonnelli crollò, e da Atene arrivò Ketty, che voleva fargli rivedere la Grecia libera, io obiettai che, nelle condizioni in cui si trovava, Michalis non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare in patria vivo. E siccome Ketty insisteva, disperata e vaneggiante, mi chiamai fuori. Per mio conto, senza che nessuno se ne accorgesse, andai da solo lassù a Scanzano, a trovare Michalis come per una normale visita ma, in realtà, per dargli l’ultimo saluto.
Era una mattinata pallida accesa dai cortei degli operai del cantiere navale in lotta contro la cassa integrazione. Michalis stava disteso su una sudicia brandina e, quando entrai, mi chiese di aiutarlo ad alzarsi e a sedersi sulla poltrona sfondata che costituiva, insieme con la brandina, tutto l’arredamento della stamberga. Michalis non pesava più niente. Mi chiese, ancora, di accendergli una delle sue micidiali Gauloise senza filtro. E restammo a lungo in silenzio, con quella sigaretta che bruciava interminabile.
Michalis Lilis non fece in tempo a vedere la Grecia liberata dai colonnelli. Morì sul traghetto dieci minuti prima di arrivare a Patrasso. E Giovanni Spagnuolo, lo studente di medicina che lo aveva assistito durante il viaggio con le iniezioni di morfina, gli tenne gli occhi aperti, perché, allo sbarco, sembrasse ancora vivo: altrimenti sarebbe occorso il carro funebre, e non c’erano i soldi per pagarlo.
Però Michalis non se n’è mai andato. Ogni tanto ricompare. Per esempio, mentre al Mercadante, in una sera di febbraio del ’98, assistevo alla «Ballata di fine millennio» di Moni Ovadia, era seduto nella poltrona accanto alla mia. E quando si sentì «Mir zenen do», il canto dei partigiani del ghetto di Varsavia, con la coda dell’occhio vidi che le sue labbra mute si muovevano a tempo con i versi: «Non dire mai che hai percorso l’ultimo cammino. / Anche se le nuvole nascondono l’orizzonte, / verrà ancora la nostra ora tanto attesa, / risuonerà ancora il nostro passo. Noi siamo qui».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 20/3/2020)

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2 risposte a «Questi fantasmi!» 3 – Uno straniero a Castellammare

  1. Francesco de Notaris scrive:

    Gentile dottore,
    ho letto questo articolo con particolare interesse, perché, già senatore del collegio di Castellammare, sono sempre attento alle notizie provenienti da quella Città e alle vicende che in qualche modo la riguardano.
    Il suo scritto, molto intrigante, mi ha fatto tornare alla mente – a parte i racconti di mio padre, che era stato, durante la guerra, ufficiale presso la contraerea – un episodio che mi riguarda e che qui di seguito riporto.
    Una mia amica di Perugia era fidanzata con uno studente greco dell’Università degli stranieri in Umbria. In quell’Università erano molti, fra gli altri, gli studenti greci; e numerosi tra questi ragazzi criticavano il regime dei colonnelli, che erano al potere in seguito al colpo di Stato avvenuto il 21 Aprile del 1967.
    Nel 1972 la mia amica mi telefonò e mi raccontò che il fidanzato e altri amici, richiamati in Grecia per motivi burocratici legati all’iscrizione all’Università, non avevano avuto il permesso di tornare in Italia. Mi chiese che cosa si poteva fare, e se, in particolare, si potevano preparare per loro documenti falsi. Poi lei li avrebbe portati in Grecia, rischiando.
    La ragazza aveva chiesto a me perché… il mito dei napoletani non le era estraneo.
    Io, abitando in via santa Lucia, conoscevo qualcuno che… aveva le mani in pasta in fatto di documenti. Raccontai a questo amico la vicenda e gli chiesi che cosa si poteva fare per procurare documenti utili ai ragazzi in Grecia.
    Niente di più facile! Mi chiese fotografie e date di nascita e mi promise che si sarebbe impegnato per risolvere il problema. Condivideva anche la condanna del colpo di Stato dei colonnelli.
    Ottenni fotografie e notizie accessorie e gliele passai.
    Dopo alcuni giorni ebbi i documenti. Li inviai a Perugia. L’amica andò in Grecia e tornarono tutti, imbarcandosi in due aerei. La mia amica e il suo fidanzato greco si sposarono in Italia e fui invitato al loro matrimonio.
    Ecco tutto. Piccole storie accanto a grandi storie. Sempre in nome della libertà.
    Un saluto. Buon lavoro.
    Francesco de Notaris

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro amico,
    grazie per la segnalazione di questo episodio. Ma, quando si parla delle battaglie per la libertà, non ci sono storie piccole e storie grandi. Sono tutte ugualmente importanti.
    Le ricambio il saluto.
    Enrico Fiore

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