Se il teatro è autoreferenziale, possiamo farne a meno

Una delle sale teatrali rimaste vuote in seguito al decreto governativo sul coronavirus

Una delle sale teatrali rimaste vuote in seguito al decreto governativo sul coronavirus

NAPOLI – Riporto la riflessione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno». E vi aggiungo – nel dar notizia delle molte e qualificate adesioni alla stessa, fra cui quelle del presidente del Premio Napoli, Domenico Ciruzzi, del direttore dello Stabile di Napoli, Roberto Andò, e del presidente di Italia Nostra Napoli, Guido Donatone – una frase che mi ha detto Roberta Russo, che gestisce insieme con i fratelli Daniele e Gabriele il Teatro Bellini: «In questo momento dobbiamo dimenticare di essere teatranti. Siamo chiamati ad essere cittadini». 

«Carissimo,
anche il Teatro si è ammalato, tocca curarlo.
Un paese senza Teatro è più buio.
C’è il calcio a porte chiuse e in diretta televisiva, il Teatro deve fare lo stesso.
Lo Stabile di Napoli comunica la sospensione, ormai non serve più. Le telecamere le hanno usate solo per i primi piani delle lacrime.
Il Biondo (lo Stabile di Palermo, n.d.r.) manda in diretta gratuita il buon lavoro su Frida.
Chiediamo alla Rai dirette dai teatri, recuperando fondi per chi ci lavora.
Chiediamo alle compagnie di mettere in rete in orari di spettacolo i loro lavori.
Il Teatro è un modo di guardare la vita, ci serve.
Usiamo la rete.
Se condividi fai qualcosa, tu puoi».
È il messaggio che ha mandato al mio sito, Controscena.net, un grande e competente appassionato di teatro, Raffaele Mastroianni. E, naturalmente, ne condivido lo spirito, nel contempo giudicando interessante la proposta di sostituire la rete alla chiusura delle sale decretata per limitare la diffusione del coronavirus. Ma il caro Raffaele mi attribuisce un potere che non ho. Io posso soltanto mettere in campo qualche considerazione sulla base della mia esperienza ultracinquantennale di spettatore professionista. Cosa che faccio qui partendo dalla domanda: si può vivere senza il teatro?
La mia risposta è sì. E mi spiego, cercando in qualche modo di controbattere in anticipo la valanga di proteste indignate che, immagino, quella risposta susciterà soprattutto da parte dei diretti interessati, ossia dei teatranti.
La mia sarà una spiegazione articolata, nel senso che si dividerà fra constatazioni d’ordine pratico, addirittura ovvie, e riflessioni d’ordine teorico, meno ovvie per il semplice motivo che i teatranti d’oggi preferiscono, generalmente, non condividerle.

Peter Brook

Peter Brook

Le constatazioni d’ordine pratico discendono dal fatto che io – essendo un comunista non pentito e un marxista nonostante tutto ancora osservante – so (e dovrebbero saperlo anche quanti non sono e non sono mai stati comunisti e marxisti) che è la struttura, ovvero l’economia, che influenza la sovrastruttura, ovvero l’insieme delle attività afferenti l’esercizio del pensiero e la creazione artistica in particolare. Non può mai accadere il contrario. E basti, al riguardo, l’affermazione di un nero africano in un documentario girato molti anni fa nell’ambito di quello che allora si chiamò «cinema verità». Disse quel nero: «Quando si ha fame, non si dipingono quadri».
Qualche teatrante ha dichiarato di non capire perché sia stata decretata la chiusura dei teatri e non, poniamo, dei centri commerciali e dei supermercati. Ed è, palesemente, una dichiarazione essa sì incomprensibile, oltre che francamente inaccettabile. La decisione di chiudere i teatri e non i centri commerciali e i supermercati è stata presa perché, appunto, la fame, che costituisce uno stimolo «strutturale», non può fare a meno di vincere sul bisogno di cultura, che costituisce uno stimolo «sovrastrutturale», per giunta, oggi, piuttosto aleatorio e, come ognuno può rilevare, assai poco diffuso.
È come se quei teatranti avessero detto – estremizzo, s’intende – che non capiscono perché sia stata decretata la chiusura dei teatri e non dei reparti ospedalieri in cui si tenta di contrastare l’avanzata del virus, a costo dei sacrifici di medici e infermieri che ogni giorno mettono in gioco la propria vita. Siamo seri, per favore. Poiché mi sembra che proprio nell’invito alla serietà possano riassumersi le raccomandazioni fatte dal Capo dello Stato nel suo messaggio televisivo al Paese. Occorre anteporre all’interesse individuale, pur rispettabilissimo, l’interesse generale, che in questo momento – dico cose persino superflue – attiene al bene concreto e decisivo che è la salute.

Un'altra immagine del vuoto creato nelle sale teatrali dall'epidemia di coronavirus

Un’altra immagine del vuoto creato nelle sale teatrali dall’epidemia di coronavirus

Del resto – ne parlavo ieri con Vincenzo Salemme, costretto a rinunciare alle repliche del suo spettacolo programmate al Diana – è un autentico non senso consentire ai teatri di restare aperti a patto che garantiscano la distanza di almeno un metro fra uno spettatore e l’altro. Se, mettiamo, la larghezza di una poltrona è di mezzo metro, significa che intorno a uno spettatore dovrebbero essere lasciate vuote due poltrone alla sua destra, due poltrone alla sua sinistra, due poltrone dietro di lui e due poltrone davanti a lui. In tutto fanno otto poltrone vuote per una sola poltrona occupata. Ciò che – dato che il tutto esaurito da noi è quasi sempre una chimera – equivarrebbe «sic et simpliciter» alla chiusura di fatto dei teatri.
Peraltro, la decisione presa da talune sale di restare aperte vendendo solo una parte dei biglietti per i posti che hanno a disposizione appare – dato che quelle sale risultano spesso semivuote e talvolta vuote del tutto – come un puro esibizionismo, nella migliore delle ipotesi riconducibile a un’ormai insopportabile mistica del teatro. E qui, abbandonando il terreno delle constatazioni d’ordine pratico, vengo alle riflessioni d’ordine teorico.

Bernard-Marie Koltès

Bernard-Marie Koltès

Il teatro, oggi, è ridotto a un piccolo mondo autoreferenziale che s’illude d’essere un grande mondo, anzi il mondo «tout court». Ma occorrerebbe ricordarsi del monito lanciato da quello che viene considerato il più grande regista vivente, Peter Brook.
L’ho già scritto e lo riscrivo. Nel maggio del 1989, quando a Taormina gli fu assegnato il Premio Europa per il Teatro, assistetti a un incontro fra Brook e una foltissima platea di giovani. E lui subito li gelò: «Io non amo il teatro». Ma altrettanto rapidamente si affrettò a spiegare, raccontando come avesse reagito con un pianto disperato allorché, bambino, fu portato per la prima volta a teatro e, dietro il sipario dipinto con mille disegni fantasmagorici, trovò una terrificante assenza di movimento. E poi il grande regista aggiunse: «È importante non amare quello che si sta facendo, perché solo il contatto con una realtà sentita come insopportabile può costringere a guardare oltre e a superarne le vuote forme e le convenzioni».
Invece, molti, troppi teatranti di oggi sono convinti (lo si evince dalle interviste che rilasciano) di essere dei geni e di partorire immancabilmente capolavori, dinanzi ai quali tocca agli spettatori (normali o di professione che siano) l’unico dovere d’inchinarsi, accogliendoli come un dono munifico. Il risultato, si capisce, è la messe cospicua di spettacoli assolutamente inutili che dilaga dai palcoscenici. Ed è a questo tipo di teatro che mi riferivo quando ho detto che si può vivere senza il teatro. Si può vivere, cioè, senza il teatro con l’iniziale minuscola, che è l’esatto contrario del Teatro con l’iniziale maiuscola a cui si riferisce più volte, nel suo messaggio, l’amico Mastroianni.
Insomma, forse varrebbe la pena, per molti teatranti, di scoprire (o di riscoprire) l’acutissimo e indiscutibilissimo paradosso di uno dei massimi fra loro, Bernard-Marie Koltès: «Il teatro non mi è mai piaciuto molto, perché è evidentemente il contrario della vita: eppure ci torno sempre, e mi attira proprio perché è il solo posto nel quale si ammette subito che la vita è altrove».

                                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 7/3/2020)

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12 risposte a Se il teatro è autoreferenziale, possiamo farne a meno

  1. Raffaele Mastroianni scrive:

    Ciao.
    Ho detto che tu puoi perché sei autorevole ed hai ascolto.
    Il problema è il silenzio: gli stupidi che fanno rumore, non solo sui palchi, diventano più fragorosi per il silenzio degli altri. Se uno chiede non fermiamo il teatro in questa fase passa per pazzo, se lo si fa in due si passa per snob, se fossimo tanti sarebbe normale.
    Peraltro trasmettere spettacoli e partite a porte chiuse sarebbe un modo pure per rafforzare i motivi di stare in casa. Molti in questi giorni citano la nuttata eduardiana, io penso alla “Musica dei ciechi”.
    Grazie.
    Raffaele Mastroianni

  2. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a te, come sempre, per la stima e l’attenzione che mi riservi.
    Enrico Fiore

  3. Raffaele Mastroianni scrive:

    Comunque, come per gli altri settori, esiste anche in quello dello spettacolo un problema di crisi occupazionale da virus. Bisognerà intervenire su quanti hanno perso lavoro, e tra questi ci sono gli attori. E gli Stabili, chiusi o aperti, costano danaro pubblico, devono provare a esistere comunque.
    Il discorso sulle cose di prima necessità, lo confesso, mi mette i brividi, perché prevede un elenco che parte dalla ragionevolezza e poi approda al campo di concentramento.
    Non so se il calcio, che amo, sia di prima necessità, ma continua e qualcuno richiede la trasmissione in chiaro delle partite, evidentemente é ritenuto vitale.
    Forse, in tempi di crisi, la cultura non è indispensabile, possiamo chiudere librerie, edicole, giornali. Basterà un comunicato sui fatti a reti unificate.
    Ci possiamo vestire con abiti semplici e comunque che già abbiamo, chiudiamo le boutique.
    Per un bicchiere di vino può bastare un tavernello, chiudiamo le enoteche.
    Per nutrirci bastano pane, olio e un frutto, inutili gli approvvigionamenti.
    Poi, però, diventiamo ancora più bestie, e quel pane e quell’olio molti che vivevano negli altri settori economici non avranno più modo di comprarlo.
    Secondo me, sbaglia chi non capisce la chiusura al pubblico dei teatri, la condivido. Ma vorrei che il teatro, al pari del calcio, comunque, sia pure in televisione, andasse avanti.
    Poi, però, come dovremo farlo con i lavoratori licenziati e le aziende in crisi degli altri settori, dovremo intervenire anche per i lavoratori e le aziende dello spettacolo.
    Enrico, sai bene che quei lavoratori guadagnano davvero poco, anche i migliori, e sai che non possono vivere di passione, hanno pure loro utenze da pagare e pane e olio da comprare.
    La sopravvivenza dovrebbe, per tutti, rientrare nei beni di prima necessità.
    Raffaele Mastroianni

  4. Enrico Fiore scrive:

    Caro Raffaele,
    ancora una volta sono perfettamente d’accordo con te. In particolare per quanto riguarda la necessità di salvaguardare i diritti di tutti, superando gl’interessi di parte.
    Enrico Fiore

  5. Marco Mario De Notaris scrive:

    Lei è un Gigante.
    Marco Mario De Notaris

  6. Enrico Fiore scrive:

    Grazie del complimento. Ma non sono un gigante, e men che meno con l’iniziale maiuscola: sono soltanto un cittadino e un giornalista che cerca di guardare in faccia la realtà.
    Enrico Fiore

  7. Raffaele Di Florio scrive:

    Gentile Enrico,
    come non essere in linea con il titolo dell’articolo (“Se il teatro è autoreferenziale, possiamo farne a meno”), titolo che dovrebbe valere anche in un periodo di “normalità” (almeno questo è l’auspicio)?
    Per quanto mi riguarda, da “bravo” cittadino resto a casa, osservando le indicazioni del Governo, e cercando di riempire il tempo spingendo sul pedale della curiosità: internet, TV, libri, giocare con mio figlio, organizzare le attività casalinghe con mia moglie… “cercare” di studiare.
    Ecco, questo verbo “cercare”, coniugato all’infinito, comincia a starmi stretto e, soprattutto, comincia a spaventarmi.
    Chiudere i teatri e le attività culturali, per me, non solo è mancanza di lavoro e di reddito, ma un lento e inesorabile sclerotizzarsi della creatività, una mancanza della relazione vitale che “non è teatro, ma lo nutre” (come sosteneva Neiwiller).
    Cosa resterà dopo questo “Tsunami” (perché di questo si tratta)?
    Io non lo immagino ancora, ma di sicuro posso ipotizzare che molte compagnie e imprese teatrali saranno costrette a chiudere per problemi economici, mentre altre, non per meriti artistici, ma per tranquillità economica, continueranno a “vivere” e praticare l’attività imprenditoriale (ubbidendo alla legge della natura: sopravvive il più resistente (economicamente forte), non il più forte (artisticamente resistente).
    Anche io, come Lei, gentile Enrico, da semplice cittadino e libero professionista (per il Fisco sono un piccolo imprenditore con Partita Iva) cerco di guardare in faccia la realtà, augurandomi che in futuro non resista proprio il teatro autoreferenziale, di cui si può fare a meno ora e per sempre.
    Buon soggiorno casalingo.
    Raffaele Di Florio

  8. Enrico Fiore scrive:

    Caro Raffaele,
    La ringrazio molto per questo commento, lo condivido in tutto e per tutto.
    Buon soggiorno casalingo anche a Lei.
    Enrico Fiore

  9. Davide Pascarella scrive:

    Caro Enrico,
    da suo appassionato lettore, mi sono domandato, in questi giorni, cosa ne sarebbe stato di questo spazio virtuale, Controscena, mentre i teatri sono chiusi e gli spettacoli cancellati.
    Ho provato a darmi una risposta, e la condivido con lei.
    Ho pensato che sarebbe bello che lei ci raccontasse lo stesso.
    Le storie del teatro che è andato via, per esempio.
    A me, che ho ventidue anni, adesso piacerebbe che mi si raccontasse di Thierry Salmon, di Antonio Neiwiller, di Leo de Berardinis, di tutti gli altri che non ho potuto conoscere né vedere in scena…
    A volte, le confesso, rileggo con malinconia le sue cronache raccolte in “Mar del teatro”, o quelle di Garboli raccolte nei vari volumi pubblicati.
    Una malinconia di cose mai vissute, ma che posso almeno sfiorare grazie a chi, testimone, trova le parole e il tempo per raccontarle.
    Non so chi meglio di lei potrebbe farlo.
    Non mi dilungo oltre. Questo suo articolo, «Se il teatro è autoreferenziale, possiamo farne a meno», dovremo serbarlo nel cuore soprattutto quando questa epidemia sarà lontana nel tempo e magari dimenticata. Perché ha un valore che supera quello dettato dall’urgenza del momento.
    Intanto la ringrazio, la saluto con affetto, e le auguro di trascorrere lietamente questi giorni che ci vogliono rinchiusi per il bene di tutti.
    Davide Pascarella

  10. Enrico Fiore scrive:

    Caro Davide,
    grazie per la stima che mi accorda. E le ricambio l’affetto e l’augurio.
    Enrico Fiore

  11. Davide Iodice scrive:

    Caro Enrico, come stai?
    Ti mando un abbraccio affettuoso e ti ringrazio per la compagnia dei tuoi articoli, in questo momento ancora più preziosi.
    A prestissimo, spero.
    Davide Iodice

  12. Enrico Fiore scrive:

    Caro Davide,
    grazie a te per il valore che attribuisci ai miei articoli.
    Anch’io spero di rivederti al più presto.
    Enrico Fiore

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