Un Eduardo tutto «magia» e niente Pirandello

Nando Paone in un momento de «La grande magia», che ha aperto la stagione dello Stabile al San Ferdinando (le foto dello spettacolo che illustrano questo articolo sono di Marco Ghidelli)

Nando Paone in un momento de «La grande magia», che ha aperto la stagione dello Stabile al San Ferdinando
(le foto dello spettacolo che illustrano questo articolo sono di Marco Ghidelli)

NAPOLI – Come si sa, nel presentarne l’edizione televisiva del ‘ 64 Eduardo definì «La grande magia» – che adesso, in un allestimento prodotto dallo Stabile di Napoli e diretto da Lluís Pasqual, ha aperto la stagione del San Ferdinando – «la commedia che forse mi sta più a cuore e che mi ha dato più dolore».
Evidentemente – ripeto quanto in altre occasioni ho già avuto modo di osservare – la sofferenza si riferisce al fatto che Eduardo non volle più riprendere «La grande magia» dopo l’insuccesso che la commedia aveva ottenuto al debutto del ’48, mentre la predilezione si spiega con la coscienza e l’orgoglio di aver dimostrato con «La grande magia» una perfetta padronanza della lezione appresa da quel Pirandello che Eduardo ha sempre, e dichiaratamente, considerato il suo maestro. E valga, in proposito, il significativo lapsus freudiano in cui Strehler – in vista del suo allestimento de «La grande magia» al Piccolo, nel maggio del 1985 – incappò nel corso della prima lettura del testo insieme con gli attori. Disse: «Questa è una delle commedie più amare di Pirandello».
In proposito, non si può fare a meno di partire dall’ultima battuta, quella che il personaggio protagonista, Calogero Di Spelta, pronuncia rivolgendosi a se stesso: «Chiusa! Chiusa! Non guardarci dentro. Tienila con te ben chiusa, e cammina. Il terzo occhio ti accompagna… e forse troverai il tesoro ai piedi dell’arcobaleno, se la porterai con te ben chiusa, sempre!».
Si tratta della battuta-chiave, giacché riassume tutti i motivi ideologici e tutte le caratteristiche strutturali de «La grande magia». Infatti, Calogero parla della scatola che gli venne consegnata, dopo la fuga di sua moglie, da Otto Marvuglia, il mago che, con il proprio spettacolo da baraccone, di quella fuga s’era reso complice. E il mago, consegnandogliela, aveva spiegato che la vita è solo illusione e apparenza, di modo che a lui, Calogero Di Spelta, bastava aver fede per credere che la moglie stesse nascosta esattamente lì, nella scatola in questione. Ma ora, ora che a distanza di anni il mago gli riporta la consorte fedifraga, Calogero ha imparato la lezione a tal punto che rifiuta la realtà, li caccia via entrambi e resta solo con la sua scatola.

Lluís Pasqual

Lluís Pasqual

Quella scatola, insomma, è l’equivalente del presepe di Luca Cupiello. E, come il presepe di Luca Cupiello, rimanda direttamente alla corona dell’Enrico IV pirandelliano: ossia, come ho rilevato per l’ennesima volta anche di recente, al perenne e disperato tentativo di fissare la vita, ch’è un susseguirsi di momenti di disgregazione, per giunta slegati l’uno dall’altro, in una Forma unica, data per sempre e per sempre riconoscibile. Il presepe di Luca Cupiello e la scatola di Calogero Di Spelta sono esattamente la Forma che per l’Enrico IV di Pirandello è il ruolo dell’imperatore medievale.
Persino sul piano linguistico, poi, agisce la lezione del Girgentino: se dobbiamo badare alla comparsa nel testo de «La grande magia» di stilemi squisitamente pirandelliani quali «giuoco» e «cangiato»; e addirittura impressionante è la somiglianza di certe scene della commedia eduardiana con momenti analoghi di «Enrico IV»: tanto per fare solo un esempio, basta notare che la sequenza della riunione di Calogero Di Spelta con i propri familiari e quella dell’incontro di Enrico IV con i «missionari» che si propongono di guarirlo culminano nel «buffone» rivolto da Calogero al fratello Gregorio e nel «Buffoni! Buffoni! Buffoni!» riferito dall’«imperatore» alla marchesa Spina, a sua figlia Frida, al barone Belcredi, al marchese Di Nolli e al dottor Genoni. Senza contare che la madre di Calogero Di Spelta si chiama Matilde, proprio come la marchesa Spina.
Ma – pur avendo dichiarato in una sua nota (e sia pure sotto specie di scoperta dell’acqua calda) che «È un Eduardo particolarmente vicino a Pirandello quello della “Grande magia”» – Pasqual di tutto quanto sopra si disinteressa con olimpica indifferenza. E dà luogo a una rappresentazione scolastica che mescola senza costrutto un naturalismo andante, un grottesco di maniera, un buffo ostentato, un sentimentalistico misto al patetico e un intrattenimento volto sostanzialmente al farsesco, oscillando, tanto per intenderci, fra macchiette, gag, battute e «numeri» di prestidigitazione inventati, il tavolo che si sposta a un cenno del mago, una posteggia con voce, chitarra, mandolino e fisarmonica che compare reiteratamente in platea giungendo persino ad invitare gli spettatori al solito doppio coro degli uomini e delle donne e – last but not least – la citazione della scena degli spaghetti da «Miseria e nobiltà».

Claudio Di Palma in un altro momento dello spettacolo, diretto da Lluís Pasqual

Claudio Di Palma in un altro momento dello spettacolo, diretto da Lluís Pasqual

Fra l’altro, simili sortite sono in netto contrasto con l’atmosfera psicologica che connota «La grande magia», sottolineata in maniera simbolica dall’imperversare, nelle didascalie, dell’aggettivo «stremenzito»: «stremenzito» è l’applauso che accoglie Otto Marvuglia all’inizio della sua esibizione, «stremenzito» è l’applauso che un attimo dopo accoglie Zaira, «stremenzita» è la giacca di pigiama indossata dal mago, «stremenzite» sono le due candele che vengono portate dalle casigliane quando muore Amelia. E comunque sarebbe ancora niente. Ciò che risulta grave, e assolutamente inammissibile, è il fatto che il regista catalano elimina il personaggio della stessa Amelia, la giovanissima figlia del «palo» Arturo Recchia.
È un fatto grave e inammissibile per i seguenti motivi: 1) Amelia, che parla dal balcone con un suo spasimante che non vediamo, rappresenta il consolidamento del «format» varato due anni prima con il Pasquale Lojacono che, in «Questi fantasmi!», parla dal balcone con l’altrettanto invisibile professor Santanna; 2) Amelia muore, per un attacco di cuore, in casa di Otto Marvuglia, a rimarcare il contrasto fra la realtà e la Forma proposta dal mago; 3) Amelia muore fuori scena, come in una tragedia greca, a inverare l’incombere sulle nostre misere beghe di un Fato imprevedibile e inspiegabile; 4) Amelia costituisce la «personificazione» della battuta centrale di «Enrico IV» e dell’intera opera di Pirandello: «Monsignore, però, mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche vi scivola, vi scivola, vi sguiscia come un serpe qualche cosa, di cui non v’accorgete. Monsignore, la vita! E sono sorprese quando ve la vedete d’improvviso consistere davanti, così sfuggita da voi…».
Sì, Amelia è una di quelle «sorprese». E qui chiudo, non sembrandomi di dover aggiungere altro. Resta solo da annotare, sul piano della cronaca, che fra gl’interpreti, accreditabili al massimo della buona volontà, figurano Nando Paone (Otto Marvuglia), Claudio Di Palma (Calogero Di Spelta), Alessandra Borgia (Zaira), Angela De Matteo (Marta Di Spelta) e Francesco Procopio (il brigadiere).

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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2 risposte a Un Eduardo tutto «magia» e niente Pirandello

  1. Salvatore Ferrari scrive:

    Che bella recensione!
    Grazie.
    Salvatore Ferrari

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Salvatore,
    grazie a te dell’attenzione e del complimento.
    A presto.
    Enrico Fiore

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