Vent’anni di Corea del Sud raccontati da tre cuociriso

Un momento di «Cuckoo», presentato nell'ambito del Festival Internazionale del Teatro di Lugano

Un momento di «Cuckoo», presentato nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro di Lugano

LUGANO – «Ero ancora un bambino. Mia madre e mio padre lavoravano, quindi era mia nonna ad occuparsi di me. A volte mi metteva un sacchetto di plastica in testa prima di uscire di casa. Mi aveva convinto che era una buona protezione dai gas lacrimogeni».
Credo proprio che sia questa la battuta-chiave di «Cuckoo», la performance che il giovane artista sudcoreano Jaha Koo ha presentato nel centro polifunzionale LAC (Lugano Arte e Cultura) nell’ambito della ventottesima edizione del Festival Internazionale del Teatro e della Scena Contemporanea. Non a caso, del resto, è collocata in posizione fortemente icastica, quasi in apertura.
Il sacchetto di plastica in testa costituisce, oltre ogni dubbio, una metafora relativa al tema centrale della performance: l’isolamento indifeso che oggi caratterizza la vita di molti giovani in Corea, espresso dalla parola intraducibile «Golibmuwon» e identificato, dice il testo, «con uno spazio di totale abbandono, contemporaneamente di inclusione ed esclusione dalla società». Una società che, attenzione, viene definita altrettanto non a caso «sotto pressione».
Infatti, «Cuckoo» ripercorre gli ultimi vent’anni di storia della Corea del Sud, a partire dalla gravissima crisi economica che richiese, nel 1997, il salvataggio da parte del Fondo Monetario Internazionale mediante un prestito di 55 miliardi di dollari; e a raccontare quei vent’anni sono tre elettrodomestici automatici, tre cuociriso in stile coreano prodotti, appunto, dal marchio Cuckoo e ideati, l’avete capito, per cuocere il riso… a pressione.
La performance in questione gioca, in breve, sull’allusività e sull’ambivalenza. I tre cuociriso chiamati a far da testimoni sono Duri, il quale si presenta dichiarando: «Il mio ruolo precedente era cucinare riso, ora sono un attore sul palco»; Hana, il quale «non parla per davvero», giacché sa dire solo cose semplici come «Comincio a preparare il riso» o «Il riso è pronto»; e Seri, il quale ha luci a Led colorate e un pannello Lcd ma non sa cucinare il riso, e non ne è capace proprio da quando ha quel pannello Lcd.
Ci si riferisce, dunque, a un Paese e a una società in cui la finzione sostituisce la realtà identitaria, il discorso culturale e politico si riduce alle funzioni stabilite per ciascuno dal sistema e la tecnologia soffoca l’espressione delle capacità individuali. E il compito di denunciare tutto questo viene affidato al personaggio di un musicista, che decide di trasferirsi in Olanda ma non riesce a liberararsi di ciò che lo opprimeva in patria. Sarà costretto, per esempio, a scrivere una musica per l’amico carissimo Jerry, che s’è ucciso, quattordici giorni dopo che lui era arrivato in Europa, gettandosi da un balcone in un attacco di rabbia.
Mi affretto ad aggiungere, però, che il pregio del testo sta nel fatto che un quadro così drammatico risulta sottolineato per contrasto dal continuo intervento di una lieve ironia straniante. Come quando, poniamo, si osserva: «Chiedersi l’un l’altro “come hai mangiato?” è il modo in cui i coreani si salutano, dato che la Corea era un Paese poco produttivo»; o come quando la madre del musicista gli scrive: «Ho letto sul giornale che il Pil dei Paesi Bassi supera i 50.000 dollari pro capite. Beh, gli olandesi sono i più alti del mondo, no? Se trovi un lavoro lì, lo stipendio sarebbe altrettanto alto?».
Ma, s’intende, non mancano i momenti in cui questa lieve ironia cede il passo a un motivatissimo sarcasmo di stampo dichiaratamente ideologico. Accade, per esempio, quando Jaha Koo si toglie le maschere di Robert Rubin che indossa l’una sull’altra: è la sottolineatura del ruolo di agente dell’imperialismo neocapitalistico svolto da colui il quale – copresidente della Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo, e Segretario al Tesoro con Clinton – sollecitò il citato prestito del Fondo Monetario Internazionale, con la conseguenza che, specifica Jaha Koo, il mercato coreano fu «completamente mangiato dagli sciacalli delle aziende statunitensi».
Per il resto, e cioè per quanto riguarda lo spettacolo in sé, il performer sudcoreano gestisce in maniera disinvoltamente adeguata il rapporto fra le immagini che scorrono sul fondale (contrattazioni in borsa, operai al lavoro in fabbrica, impiegati di banca che contano danaro, scontri di manifestanti con la polizia…) e quanto avviene dal vivo. Sta in proscenio a dissertare come un classico conferenziere o dietro un tavolo a interagire scherzosamente con i suoi tre cuociriso parlanti.
Alla fine, quando il riso è cotto, ne ricava, servendosi di uno stampo, formelle che mette l’una sull’altra piazzando in cima alle piccole torri così costruite due palline, in modo da raffigurare una sorta di clown. È un gioco, certo. Ma poi quelle costruzioni crollano. Perché, lo capiamo, quando si gioca con argomenti seri il gioco non può durare.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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