Una Filumena che adesso è il sasso gettato nello stagno

Wanda Marasco in un momento di «Giulietta e le altre» (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Wanda Marasco in un momento di «Giulietta e le altre»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – Wanda Marasco, lo sappiamo, è una narratrice di vaglia. Basta e avanza, a dimostrarlo, il romanzo «Il genio dell’abbandono», in cui accosta Gemito a Viviani sulla base del fatto che entrambi sentirono Napoli come un incubo, da ritrarre senza mediazioni intellettualistiche di sorta, e quell’accostamento indaga mediante una lingua che, per l’appunto, somiglia moltissimo a quella vivianea: una lingua costitutiva e non semplicemente connotativa, capace, contemporaneamente, di un realismo estremo e del sistematico slittamento del realismo in una dimensione «altra», vale a dire astratta e simbolica.
Però, come ho ricordato in queste pagine commentando il suo atto unico «Quei fantasmi del presepe», Wanda Marasco è anche una che si diplomò in regia e recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica «Silvio D’Amico», avendo avuto quali maestri, fra gli altri, personaggi del calibro di Aldo Trionfo, Marisa Fabbri e Andrea Camilleri. E non se n’è mai dimenticata. Infatti, dopo aver scritto «Quei fantasmi del presepe», per il momento ancora non rappresentato, ha scritto un altro atto unico, «Giulietta e le altre», che invece andrà in scena il 13 e il 14 giugno, interpretato da lei stessa, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia.
Wanda me l’ha mandato a casa accompagnandolo con un biglietto in cui dichiara di averlo scritto con queste intenzioni: «ripensare il senso del tragico attraverso il gioco teatrale e dare un saluto al palcoscenico che non ho potuto vivere come avrei voluto». E quale sia «il senso del tragico» per la Marasco mi sembra che possa rintracciarsi nelle seguenti battute attribuite rispettivamente alla Giulietta di Shakespeare, alla Medea di Euripide, alla Nora di Ibsen e all’Antigone di Sofocle dal personaggio protagonista, una nutrice ch’è una dichiarata metafora del teatro.
Comincia Giulietta: «Dillo tu, luna, che morii Romeo, / che Romeo morì Giulietta / perché decisi io, atto per atto, / questo rifugio nella fiaba / al posto della vita». Aggiunge Medea parlando dei propri figli: «No, non piango. / Uccido. Li faccio diventare spettri / nel racconto e poi li porto via con me». A Medea fa eco Nora: «Certo, me ne sono andata. La bambola ha fatto i primi passi da sola. Ma non gli ho lasciato i figli. Li ho portati via con me. Nella mia libertà». E conclude Antigone: «Mai ci si riposa dal proprio nome. / Antigone vuol dire brancolare / contro la nascita, contro la stirpe…».
Dunque, credo che Wanda Marasco centri perfettamente il cuore del problema: «il senso del tragico» sta nell’identificarsi con l’«altro da sé», ovvero nella rottura che rispetto a una situazione data (a partire, giusto, dai classici del teatro qui citati) impone di perseguire il bisogno insopprimibile sentito dalla Giulietta, dalla Medea, dalla Nora e dall’Antigone evocate nella circostanza di affermare la propria identità di persone nel mondo contro quella di semplici personaggi sul palcoscenico. In fondo, una rottura è anche, sul piano della forma, la fuga della distesa evidenza della prosa nella sincopata «reticenza» dei versi.
Del resto, proprio in rapporto a tale compresenza di prosa e di versi si manifesta l’altro aspetto interessante di quest’atto unico: il fatto che pone il quesito se in esso prevalga la Wanda Marasco drammaturga e attrice o la Wanda Marasco narratrice.

Wanda Marasco in un altro momento dello spettacolo, diretto da Ettore Nigro

Wanda Marasco in un altro momento dello spettacolo, diretto da Ettore Nigro

Direi che le due «incarnazioni» dell’autrice si equivalgano, ed è in ciò che, poi, risiedono l’interesse e l’efficacia di «Giulietta e le altre». Basta considerare, al riguardo, la sequenza finale. La nutrice vorrebbe chiudere perdendosi nel «buon odore» del pane che ha appena cotto per le sue quattro «bambine», ma le piomba addosso una Filumena che sbotta: «Giesù, e chisto fosse ‘o finale? Chella s’è scurdata ‘e me! Avete capito? S’è scurdata ‘e me!». E quando la nutrice replica: «Questo lo credi tu! È che ti volevo lasciare alla carne vera e ‘a lengua toia», Filumena prende una sedia e comincia a raccontare una storia che porta a galla tutto quello che ha nascosto la storia raccontata da Eduardo.
La Filumena di Eduardo si limita a dire che, quando tornò una sera nel basso di vico San Liborio dopo essere finita in quella «casa» che le pareva «na reggia», i parenti la guardavano «comm’a una superiore a loro, che dà suggezione»; e aggiunge che nel basso di vico San Liborio non tornò più. La Filumena di Wanda Marasco, invece, ha il coraggio di dire: «’A gente ha da sape’ ca quanno accuminciaie a purta’ ‘e solde ‘a casa, ‘e ccose cagnaieno. Mammà e papà s’accattaieno ‘a mubbilia nova, mettetteno ‘e riggiole ‘e ceramica, nu lampadario ‘e cristallo a sei… no, a dudece luce, poi comprarono ‘a cucina nova, ‘a radio… ‘O mestiere mio, ‘ncopp’a da Madama, facette brilla’ ‘o vascio, Rusalì! Po’ mammà accuminciaie a presta’ ‘e solde cu ll’interesse, e papà s’arrangiaie a vennere ‘a frutta… e i’ me ne iette. Mi stabilii dalla Madama notte e ghiuorne».
Ora, per concludere, torno alla seconda delle intenzioni con cui, nel biglietto che mi ha mandato, Wanda dichiara di aver scritto «Giulietta e le altre», quella di «dare un saluto al palcoscenico che non ho potuto vivere come avrei voluto». Si tratta, comunque, di un saluto che non è un addio, ma un appassionato atto di fede nel teatro. Lo compie la nutrice quando, in apertura, osserva: «Ho smesso d’allattare tanto tempo fa, le mie mammelle si sono fatte secche, ma impasto ancora il pane per le mie bambine, il loro cibo eterno insieme a questa luce… Ah, per le mie vecchie poppe! Stanno tornando, avranno fame! È questo che devo credere: le mie bambine non sono morte, tornano in me, sono soltanto un poco più vecchie…»; e il cerchio si chiude quando al termine, assumendo il ruolo di Rosalia Solimene ma parlando come se fosse Filumena Marturano (di nuovo l’identificazione con l’«altro da sé»), recita la battuta: «Me passaie ‘o film ‘e tutta ‘a vita mia annanze a ll’uocchie. Filumena piccerella e Filumena femmena crisciuta… fino a chesta seggia: ‘o vestito d’ ‘o matrimonio, ‘e scarpe nove ca m’astrignevano ‘e piede… E chiagnette. E comm’era bello ‘o cchiagnere… No pecché Domenico Soriano m’aveva spusato, ma pecché stevo dinto a na malìa. I’ chiagneve ‘e llacreme ‘e tutt’ ‘e femmene, ‘e tutte quante… Giulie’… Nora… Medea… e chell’ata… comme se chiammava?… Ah, Antigone… Venite! Chisto è ‘o finale. ‘E llacreme hann’ ‘a cade’ ‘nterra e po’ hann’ ‘a ruciulia’ pe’ tutto ‘o munno, comme a na catena…».
Già, il paradosso (ma felice paradosso) è che quest’appassionato atto di fede nel teatro, persino commovente, viene da una signora che non vive con il teatro. E l’avete capito, siamo sempre alla necessità di ritrovare la vita uscendo dalla prigione del risaputo.
Fin qui l’analisi di «Giulietta e le altre» che pubblicai sul «Corriere del Mezzogiorno» il 6 giugno. E per quanto riguarda l’allestimento del testo, affidato alla regia discreta ma puntuale di Ettore Nigro, mi limito a pochissime osservazioni. È un allestimento semplice, persino disadorno: perché, sostanzialmente, si colloca nell’ambito della mozione degli affetti (a proposito del teatro) e degli intenti polemici (a proposito della gestione corrente del teatro) che lo ispirano. Sicché non mette conto di dilungarsi sull’impegnata prova d’attrice di Wanda Marasco, sul suo sentito e risentito girare intorno a quel tavolo ch’è l’altare di un rito d’amore per la parola recitata. Ciò che importa è soprattutto il sasso che questo spettacolo getta nello stagno del pigro e acritico ossequio a una tradizione imbalsamata, a partire, appunto, da Eduardo De Filippo.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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