Intermittenze del cuore cantate in coro da soldatini di piombo

Da sinistra, Amelia Longobardi, Enzo Moscato, Tonia Filomena e Simona Barattolo in un momento di «Ronda degli Ammoniti» di Enzo Moscato, presentato nella Sala Assoli (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Da sinistra, Amelia Longobardi, Enzo Moscato, Tonia Filomena e Simona Barattolo
in un momento di «Ronda degli Ammoniti» di Enzo Moscato, presentato nella Sala Assoli
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – Ne sono stato sempre convinto, Enzo Moscato è il nostro Ibsen, l’Ibsen napoletano. E ne viene una nuova conferma da «Ronda degli Ammoniti», il testo che sarà presentato il 9 e il 10 giugno, in «prima» nazionale, nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Per affrontarne l’analisi parto dunque, ancora una volta, dalla decisiva osservazione che sul drammaturgo norvegese fece Peter Szondi.
Scrisse il grande studioso ungherese: «In Ibsen il problema è quello di rappresentare il passato, vissuto interiormente, in una forma letteraria che conosce l’interiorità solo nella sua oggettivazione, e il tempo solo nel suo momento di volta in volta presente; ed egli lo risolve inventando situazioni in cui gli uomini seggono a giudici del loro passato ricordato, e lo portano così alla luce aperta del presente». E la necessità di riportare il passato ricordato alla luce aperta del presente deriva dal fatto che, in Ibsen, al posto della vita s’accampa un presente che, sempre stando alle parole di Szondi, «si limita» proprio «a essere un pretesto per l’evocazione del passato», mentre il futuro resta affidato all’improbabile ipotesi del «meraviglioso», di un «prodigio» in cui, peraltro, non si crede più.
Ebbene, non è questo che si verifica con Moscato? Lungo le tappe della sua produzione drammaturgica, assistiamo a un continuo (e tanto insistito da rivelarsi come irrinunciabile) ritorno su temi e personaggi già affrontati in precedenza: giacché, per l’appunto, il presente non offre che lo stillicidio del vuoto. E ad allontanare anche il più pallido sospetto che si tratti di pura routine professionale o di uno sterile esercizio di perfezionamento stilistico, sta la circostanza che tale continuo ritorno al passato assume come punto di partenza fisso la città di Napoli, un’entità geografica e sociale precisa e concreta.
Ma non a caso, poi, quella città Moscato la nomina solo con l’iniziale del suo nome, la «N». Anzi, nei versi scritti come introduzione alla mia raccolta di recensioni, «Mar del teatro», Enzo la definì «Contea sfrondata-pallida di N*». E tanto per dire, giusto, che Napoli ha perso l’antico verde ed oggi s’ammanta solo del colore cinereo degli alberi spogli.
Adesso, venendo a «Ronda degli Ammoniti», c’è da dire subito che – sempre nel solco dell’irrinunciabile ritorno al passato – Moscato riprende qui un episodio già presente ne «Gli anni piccoli», il libro, uscito nel 2011 con una mia introduzione, in cui aveva rievocato la propria infanzia e prima adolescenza: quello relativo alla scuola elementare comunale «Emanuele Gianturco» di via Girardi, che si diceva fosse infestata dai «morticelli», le «anime vaganti» degli alunni che – era accaduto almeno dieci-venti volte – s’erano uccisi gettandosi giù dal quarto piano nell’androne del custode.

Benedetto Casillo ed Enzo Moscato in un altro momento dello spettacolo

Benedetto Casillo ed Enzo Moscato in un altro momento dello spettacolo

Mi sembra incontrovertibile, allora, che la vera battuta-chiave di «Ronda degli Ammoniti» non appartenga al testo in parola, ma a «Co’Stell’Azioni», il testo del 1995 nel quale s’immaginava che, nella magica notte di fine d’anno, i Morti venissero tra i Vivi: «(…) per farvi sapitori ‘e sta ferita, / per chiedervene scusa, / scusa e perdono di una differenza, / dello stare nel diverso di un altrove». Poiché «Co’Stell’Azioni» costituiva, manco a dirlo, un’eclatante metafora o, meglio, un indiscutibile paradigma di Napoli. Che è una terra di frontiera su cui s’incontrano e si scontrano, in un groviglio pressoché inestricabile, il calore di un’illustre tradizione, ancora sentita ma ormai impraticabile in termini di quotidianità, e il freddo luccichio delle ordinarie mitologie consumistiche. E il testo di Moscato si poneva proprio su un confine, per l’appunto quello – altrettanto metaforico e paradigmatico – esistente fra i Morti e i Vivi: dove i Morti stanno per l’Inespresso, per il Buio, per la Velocità, per la Distanza, per il Disagio (in una parola, per la Poesia) e i Vivi stanno per il Significato, per la Luce, per la Lentezza, per la Promiscuità, per l’Acquiescenza (in una parola, per il Conformismo).
Accade lo stesso in «Ronda degli Ammoniti». Moscato si riferisce al 1917, in particolare alla Grande Guerra. E commenta il sacerdote («maturo, ma smilzo e asciutto») che entra in scena a sipario ancora chiuso: «Forse la “Ronda degli Ammoniti”, nella suddetta e lugubre scuola, allora è proprio questo! Questa leggenda o grottesco ritorno in vita, “da fantasmi”, di ex bambini divenuti adulti solo per servire, sotto spoglie di soldati, da concime continuato per la guerra e di puri e semplici bambini – morti “da bambini”! – anzitempo e di propria mano – che preferiscono por termine alle esistenze loro spinti dal Terrore – il Terrore, sissignore! – di crescere e finire sotto terra per i cinici decreti burocratici di altre e indifferenti volontà!».
Così, per esempio, nell’aula della scuola elementare comunale «Emanuele Gianturco» qui richiamata entra, «non osservato o percepito da nessuno», il soldato Gavino, morto in guerra, e va ad occupare nel banco il posto che fino a un attimo prima occupava il se stesso bambino, mettendosi a scrivere e a ricopiare dal sussidiario come quest’ultimo stava facendo. E avete capito, insomma: in «Ronda degli Ammoniti» Moscato attua una vertiginosa reinvenzione de «La classe morta» di Kantor.
Se nel capolavoro del maestro polacco c’erano nei banchi dei vecchi decrepiti che – le facce ingrigite dalla morte già sopravvenuta o, comunque, già annunciata – s’aggrappavano ai fantocci che rappresentavano, appunto, loro stessi bambini, le «escrescenze della loro infanzia», nel testo di Moscato c’è anche il rovescio della medaglia, quello dei bambini che s’aggrappano ai fantasmi (le due parole, fantoccio e fantasma, hanno in fondo un’identica radice) venuti da un futuro che non rappresenta più nemmeno l’ipotesi, o il sogno, del meraviglioso e del prodigioso, ma solo la spenta realtà di un destino ineffettuale.

Il banco vuoto, occupato solo da soldatini di piombo in miniatura

Il banco vuoto, occupato solo da soldatini di piombo in miniatura

Lo dice la canzone che canta proprio il soldato Gavino: «Gli Ammoniti, gli Ammoniti / so’ criature e so’ surdate. / So’ suicidi o richiamati / nun so’ manco assutterrate! / Stando fermi o dando passi / vanno sempe ‘a stessa classe / che è la classe buia d’ ‘a Vita / senza pace, preci o riti!». E a quella canzone corrisponde, come un eco, il commento finale circa i fantasmi del sacerdote di cui all’inizio, murato nel sarcasmo dell’esotico nome (padre Singapore) che gli è stato dato: «(..) alla loro vecchia classe ritornano – confondendosi in mezzo agli scolari attuali – come spinti da un bisogno insopprimibile di ricerca di calore, di contatto e, soprattutto, di memoria, di ricordi… rimembranze, squisitamente umani! Solo che.. solo che… io, padre Singapore, né per gli uni né per gli altri… ho potuto stendere la mano… questa mano.. a benedire… a benedirli!». È l’alto monito di Moscato contro l’attesa fideistica che avvelena e paralizza, appunto, la «Contea sfrondata-pallida di N*».
Fin qui l’analisi di «Ronda degli Ammoniti» che pubblicai sul «Corriere del Mezzogiorno» il 24 maggio scorso. E ben a ragione, dunque, Moscato fonda la messinscena di quel testo, presentata nella Sala Assoli, su due capisaldi essenziali, da un lato la sottolineatura per contrasto e dall’altro la circolarità.
Al centro dello spazio scenico, proprio sotto la cattedra, c’è un banco per un posto solo, su cui compaiono sparsi dei soldatini di piombo in miniatura e che resta vuoto, dall’inizio alla fine, perché vi siede simbolicamente uno scarto: quello fra una guerra grande, gigantesca, e i bambini che ad essa sarebbero stati sacrificati, una volta cresciuti, se per l’appunto non avessero scelto di restare pietrificati nel loro stato di bambini come i soldati in quelle miniature di piombo. E da Kantor viene, in particolare, l’irrefrenabile e anarchico bisogno di parlare dei bambini in questione, assimilati ai vecchi de «La classe morta» nel solco, giusto, della sottolineatura per contrasto.
Di conseguenza, non esistono individualità distinte: quasi sempre gli scolari di Moscato si esprimono in coro, e quel coro finisce, a tratti, per fagocitare anche il maestro Ambrosino. E su tanto dolore, su una simile sospensione della vita, su tali intermittenze del cuore proustiano-napolitane scende poi la benedizione di una comicità corposa ed evanescente insieme, che arriva ad agganciare – tramite la celeberrima battuta di «Miseria e nobiltà», il tormentone «Vicienzo m’è pate a mme!» – anche la tradizione teatrale più accorsata. Così come, del resto, fa con quella musicale la canzone «Desiderio» affidata alla voce indiscutibile di Sergio Bruni.
In breve, quella tradizione prende il posto della vita. Non ci potrebbe essere una disperazione più grande. Ed ecco, allora, che cosa ci costringe ancora una volta a riconoscere il sempre vigile (a se stesso e agli altri) Enzo Moscato nella città di N affollata di dormienti.
Per quanto riguarda infine la circolarità, basta por mente al fatto che all’epigrafe al testo (gli Ammoniti erano un’antica setta egizia, devota al dio Ammone e forse dedita, in suo onore, ad oscuri riti di suicidio collettivo) corrisponde al termine la canzone «Passa la ronda», in cui la voce errabonda di Milly sottolinea che, sì, «gira, gira la ronda […] ma tutto svanisce nel vel / che cinge la terra e il ciel / e la ronda lontano lontano / si perde nell’ombra e va».
Così, alla fine Moscato smette d’essere l’alunno Negrini e riprende i panni di padre Singapore che aveva indossato all’inizio: ma, mentre s’accende uno spot su quel banco vuoto di bambini e popolato solo da soldatini di piombo in miniatura, il suo salmodiare diventa a poco a poco inintelligibile. E una bambina e un bambino, inferiori d’età agli scolari fin lì in azione, arrivano a sedersi nei due banchi di prima fila, a sinistra e a destra, e si depongono davanti una rosa rossa: l’omaggio ai loro «anni piccoli», la conferma della scelta di farli restare tali contro l’orrore della crescita nell’orrore generato nel mondo dai potenti.
Adesso devo parlare degl’interpreti. E mi limito a dire di un monumentale Benedetto Casillo nel ruolo del maestro Ambrosino e di ragazze e ragazzi che, nel ruolo degli scolari, sono i migliori attori che abbia visto da parecchio tempo a questa parte. Mentre a proposito dell’Enzo Moscato che si confonde fra loro debbo aggiungere che incarna un evento al tempo stesso significativo e commovente: il passaggio del testimone fra il cantore impavido del buio che si cela nell’anima di questa città e coloro che, suoi allievi e compagni di strada, rappresentano la speranza di uscire un giorno dal tunnel.
Questo l’intero cast, perché davvero meritano d’essere nominati tutti: accanto a Casillo e Moscato, Simona Barattolo (l’alunna Rosa), Salvatore Chiantone (l’alunno Scopetti), Ciro D’Errico (il bidello Schettino), Giovanni Di Bonito (l’alunno Zappalà), Tonia Filomena (l’alunna Nunzia), Amelia Longobardi (l’alunno Romano), Francesco Moscato (l’alunno Gavino), Antonio Polito (il soldato Savignano) e Michele Principe (il soldato Gavino). Mi sento d’azzardare una previsione: considerando il complesso delle proposte e dei contenuti di questa elefantiaca edizione del Napoli Teatro Festival Italia, in sede di bilancio «Ronda degli Ammoniti» risulterà l’unica cosa che, mi si passi il gioco di parole, sarà stata qualcosa.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

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