La vita sconosciuta che nasce dalla morte di quella conosciuta

Aldona Bendoriute in un momento di «Zinc (Zn)», che ha aperto il Napoli Teatro Festival Italia (le foto dello spettacolo sono di Laura Vanseviciene)

Aldona Bendoriute in un momento di «Zinc (Zn)», che ha aperto il Napoli Teatro Festival Italia
(le foto dello spettacolo sono di Laura Vanseviciene)

NAPOLI – Per favore, mettiamo da parte l’omaggio che s’è inteso tributare alla memoria di Eimuntas Nekrosius perché nelle edizioni 2017 e 2018 del Napoli Teatro Festival Italia aveva condotto il progetto laboratoriale «Theatre Bridges». Questo rientra nella sfera dei sentimenti. Mentre il nostro dovere di esegeti o di semplici spettatori è quello di esaminare «Zinc (Zn)», lo spettacolo di Nekrosius che del Napoli Teatro Festival Italia ha aperto la dodicesima edizione, per ciò che vale in sé.
Ha debuttato a Vilnius nel novembre del 2017 e si basa sui testi di Svetlana Aleksievic, «Ragazzi di zinco» e «Preghiera per Cernobyl», che evocano, per l’appunto, il ritorno in casse di zinco dei soldati morti durante la guerra combattuta dall’Unione Sovietica in Afghanistan e l’esplosione dell’ormai tristemente celebre centrale nucleare ucraina. E quel che accomuna i due testi, e ne costituisce il pregio, sta nel fatto che la loro sostanza drammatica risiede non nel racconto degli eventi in questione, ma nell’analisi puntuale di ciò che agli stessi seguì. In breve, qui il dramma consiste non tanto nella fine della vita, quanto nella circostanza che, dopo la fine della vita che si conosceva, prende a scorrere una vita assolutamente diversa, e in precedenza inimmaginabile.
Infatti, la madre di uno dei soldati tornati vivi dice: «Adesso non so più chi è mio figlio». E racconta: «Ha ammazzato un uomo con la mia mannaietta da cucina, quella che uso per tagliare la carne… E la mattina dopo l’ha rimessa al suo posto nell’armadietto delle stoviglie». Aggiunge, quella madre, che se n’era accorta: «Mi avevano restituito un’altra persona… Non era mio figlio…». E a sua volta Ljudmila Ignatenko, moglie del vigile del fuoco Vassilij perito in seguito all’esplosione di Cernobyl, precisa subito: «Lo scoppio vero e proprio non l’ho sentito», e immediatamente dopo parla della «fuliggine che ricadeva dal cielo come fosse pioggia, una strana pioggia mai vista prima».
Di conseguenza, ecco che la morte di Vassilij è, piuttosto, l’inesorabile mutazione che via via il suo corpo subisce in seguito all’irradiazione. Ljudmila dice che «perfino le fotografie non hanno su di me un effetto così forte come il ricordo della sua voce». Perché «il mondo era cambiato, Vasenka stesso cambiava. Ogni giorno incontravo una persona diversa. Le ustioni affioravano in superficie, il colore del viso, del corpo cambiava. Blu, rosso, marrone, grigio… era incredibile… Non si può raccontare! Né scriverne!».
È proprio quanto rileva la Aleksievic: «Mancavano persino le parole per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi». Che, cioè, aveva paura della vita perché, ormai, era prigioniera di un’altra vita, una vita sconosciuta che non contemplava più, per l’appunto, l’acqua, la terra, i fiori e gli alberi. Al riguardo, i medici dell’ospedale non potrebbero essere più espliciti quando dicono a Ljudmila: «Lo deve sempre tenere presente. Davanti a lei non c’è più suo marito. L’uomo che lei amava non esiste più. Suo marito è un oggetto radioattivo».

Svetlana Aleksievic

Svetlana Aleksievic

Tuttavia, ben presto la vita conosciuta riesce a trovare nel buio qualche barlume e comincia a mandare nei deserti avvelenati di quella sconosciuta i primi, sia pur deboli, segnali della propria voglia di riprendere il sopravvento. Uno dei soldati spediti nell’area intorno a Cernobyl per sigillare le case allo scopo d’impedirne il saccheggio racconta che trovavano sulle porte cartelli come questo: «Uomo gentile e caro, non cercare oggetti di valore, non ne abbiamo mai avuti. Utilizza tutto ciò che ti serve ma non saccheggiarci la casa. Ritorneremo». Quel soldato commenta: «Si congedavano dalla casa come da una persona». E si vedevano anche messaggi scritti su pagine strappate dai quaderni: «Non ammazzare la gatta, se no i topi si mangiano tutto» e, vergato da una mano infantile, «Non ammazzare la nostra Zulka, è una brava gatta».
Ebbene, nello spettacolo che abbiamo visto al Napoli Teatro Festival Italia questi segnali, questi racconti e questi messaggi non c’erano. E dunque il pensiero corre subito al pessimismo immedicabile che serpeggiava in «A hunger artist – Un digiunatore», l’allestimento di Nekrosius presentato al Bellini due anni fa. Ricorderete che l’attrice protagonista, Viktorija Kuodyte, verso la fine tirava fuori da uno scatolone un congruo numero dei diplomi, delle targhe e dei trofei guadagnati dal maestro lituano nel corso della carriera, li esponeva in bella mostra al proscenio e quindi li ricacciava nello scatolone attaccando a quest’ultimo il cartello «Monte dei pegni». Sembrava, tale cartello, una malinconica dichiarazione di resa. E proprio la Kuodyte, nel corso di un’intervista concessa a «Il Mattino», avallò quell’impressione: «Credo che non per caso Nekrosius sia approdato a questo testo. Forse si sente alla fine della vita artistica. Egli negherà, ma tutti, a cominciare da me che lo conosco, vedendo il suo spettacolo questo pensano».
Debbo però aggiungere che forse, per quanto riguarda la cancellazione dallo «Zinc (Zn)» che abbiamo visto al Napoli Teatro Festival Italia dei segnali, dei racconti e dei messaggi di cui sopra, Nekrosius non c’entra. All’ultimo momento, a due giorni dal debutto dello spettacolo al Politeama, mi sono state mandate a casa, in rapida successione, due versioni del testo in lituano tradotto in inglese e in italiano. E la seconda conteneva modifiche alla prima. La più eclatante è la seguente: nella prima versione, la madre dice che, dopo il delitto da lui commesso, ha guardato il figlio «con orrore», mentre nella seconda – quella presentata agli spettatori mediante i sovratitoli in italiano – la precisazione «con orrore» viene sostituita dalla frase «cuore di madre…».
C’è da chiedersi: chi ha apportato queste modifiche, visto che Nekrosius è morto? e insomma, che cosa ci ha fatto vedere, il Napoli Teatro Festival Italia, lo «Zinc (Zn)» di Nekrosius o lo «Zinc (Zn)» di Nekrosius rifatto (almeno in parte) da qualche altro?
In ogni caso, lo «Zinc (Zn)» che abbiamo visto al Politeama conferma il fatto che la parabola creativa di Nekrosius era da anni in fase discendente. In questo spettacolo è possibile riscontrare unicamente pallide, pallidissime tracce della potenza visionaria che impose il regista lituano all’attenzione e all’ammirazione del mondo, né si dispiega la straordinaria capacità, quella di racchiudere in una sola immagine un intero discorso, che soprattutto esaltò il suo lavoro. Qui – sulla base dell’alternanza di lunghi monologhi e spunti coreografici o semplici pantomime, secondo una schema fisso che finisce per provocare (lo spettacolo dura tre ore abbondanti) un effetto di monotonia – si susseguono invenzioni, facili, che s’inscrivono nella pura funzionalità narrativa e in un non meno facile e comunque scontato straniamento. Mi limito ad elencarne di seguito appena cinque.

Aldona Bendoriute in un altro momento dello spettacolo, firmato da Eimuntas Nekrosius

Aldona Bendoriute in un altro momento dello spettacolo, firmato da Eimuntas Nekrosius

Già prima che si apra il sipario c’è sul bordo del proscenio, in un vaso minuscolo, una piantina che, evidentemente, deve far le veci dei fiori e degli alberi di cui la gente ha paura perché teme che siano stati contaminati dalle radiazioni. Il corpo di una soldatessa morta passa di braccia in braccia per significare che la guerra dell’Unione Sovietica in Afghanistan è una tragedia collettiva. Il processo contro Svetlana Aleksievic, accusata di aver oltraggiato la patria con il suo libro su quella guerra, si svolge come un partita di calcio, con tanto di arbitro e cori dei tifosi. Il racconto dell’esplosione di Cernobyl viene svolto dalla stessa Aleksievic a mo’ di un rap scandito dal battito delle mani. E per finire, ancora la Aleksievic pronuncia il giuramento militare di fedeltà all’URSS prima con tono mieloso, standosene accoccolata al proscenio con la sigaretta accesa, quasi una diva nel salotto di casa, e poi con il risentimento e il fastidio che le detta l’essere costretta a ripetere parole in cui non crede.
Né più pregnanti mi sembrano quegli elefantini via via sempre più grandi che compaiono a mano a mano che si passa dalla bambina Svetlana alla donna scrittrice Svetlana, in modo da simboleggiare il rimpianto crescente per l’innocenza perduta che si manifesta di fronte al diffondersi dell’orrore. Ripeto, si tratta d’invenzioni alquanto facili. E bravi, certo, risultano gl’interpreti, ma di una bravura senza accensioni, attestata sostanzialmente sul piano tecnico e, per giunta, incline, talvolta, al didascalismo.
Non posso valutarli singolarmente perché la compagnia, a detta dell’ufficio stampa del Napoli Teatro Festival Italia, si è rifiutata di fornirne l’elenco con l’indicazione dei personaggi a loro affidati. Con l’unica eccezione della protagonista, Aldona Bendoriute, che vediamo nelle vesti di Svetlana Aleksievic trascinare per il palcoscenico, dall’inizio alla fine, l’enorme registratore destinato alle interviste su cui baserà i suoi libri. E del resto, un altro mistero è rappresentato dal fatto che la poesia in lituano recitata ad apertura di sipario dalla Svetlana bambina non l’hanno tradotta, con la conseguenza che non è comparsa nei sovratitoli in italiano. Gli spettatori, a meno che non conoscessero il lituano, hanno dovuto fare a meno di capire che cosa stesse dicendo la Svetlana bambina.
Io, dopo molte insistenze, sono riuscito a sapere, sempre dall’ufficio stampa del Napoli Teatro Festival Italia, che si tratta di una filastrocca russa scritta – appunto per i bambini, che in genere la recitano a scuola – da Kornej Ivanovic Chukovskij. E in piena «zona Cesarini», mentre finivo di scrivere questa recensione, me ne sono arrivati tradotti in italiano otto versi su venti, tanti quanti – alla faccia della Brexit – ne sono stati tradotti in inglese. Vi si parla, in chiave di «nonsense», di una mosca che trova una moneta in un campo e invita gli scarafaggi a un tè.
La cronaca della «prima», infine, registra una sala non gremita, varie fughe nell’intervallo e, al termine, gli applausi di rito da parte di un pubblico come al solito folto d’invitati e addetti ai lavori.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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