Un Giappone targato Napoli

Micha van Hoecke in un momento di «Due uomini, due civiltà». Alle sue spalle Patrizia Spinosi e Lello Giulivo (le foto che illustrano questo articolo sono di Francesco Squeglia)

Micha van Hoecke in un momento di «Due uomini, due civiltà». Alle sue spalle Patrizia Spinosi e Lello Giulivo
(le foto che illustrano questo articolo sono di Francesco Squeglia)

PALERMO – Riporto il commento, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», allo spettacolo di Mariano Bauduin «Due uomini, due civiltà».

«Io sono venuto da solo, e cosa può conquistare un uomo solo? La mia solitudine dimostra quanto siano infondate, Arai, le accuse che rivolgete al Cristianesimo. Non sono valide. I cristiani non vogliono conquistare niente. Terre e potere?… la fede nostra non si fonda su terre e potere: difende i deboli, aiuta il popolo, conforta chi soffre, consola chi è ferito, salva l’anima a chi non ha più alcuna speranza per la vita propria e degli altri».
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Dalla mente di Prospero escono Freud, Dalì… e Marilyn Monroe

Eros Pagni in un momento de «La tempesta», che ha aperto la rassegna «Pompeii Theatrum Mundi» (le foto che illustrano questo articolo sono di Fabio Donato)

Eros Pagni in un momento de «La tempesta», che ha aperto la rassegna «Pompeii Theatrum Mundi»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Fabio Donato)

POMPEI – Lo ripeto ancora una volta. M’è sempre parso che la chiave (o, almeno, una delle chiavi) per afferrare il senso profondo de «La tempesta» di Shakespeare possa trovarsi nei seguenti due passi di «Andrea o I ricongiunti», il grande romanzo incompiuto di Hofmannsthal.
Questo il primo: «In quel che c’è di più singolo, particolare, si compie il destino, in quel che c’è di più particolare risiede la forza». E questo il secondo: «La vera poesia è l’arcanum che ci congiunge alla vita, che dalla vita ci separa. Il separare – soltanto se separiamo noi viviamo veramente – se noi separiamo anche la morte è sopportabile, solo quello che è mischiato è orribile».
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Le stanze dei giochi di Tato

Tato Russo all'interno della ricostruzione del suo camerino

Tato Russo all’interno della ricostruzione del suo camerino

NAPOLI – Riporto il commento, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», circa la mostra «Le stanze di Tato Russo. Gli anni del coraggio» in corso nel Castel dell’Ovo.

«La verità è che questo è stato un grande gioco: il Bellini era l’indomabile voglia del bambino che mi porto dentro».
Così disse Tato Russo alla vigilia della riapertura del teatro di via Conte di Ruvo, avvenuta il 19 novembre del 1988. E subito mi son tornate in mente, quelle parole, mentre nel Castel dell’Ovo visitavo la mostra «Le stanze di Tato Russo. Gli anni del coraggio». Perché io ho sempre considerato Tato Russo per l’appunto come un bambino. È stato l’ossimoro che ogni bambino è: da un lato l’egocentrismo, il narcisismo e le impuntature, dall’altro la fantasia anarchica che spesso gli ha consentito di andare fuori e al di là di sé.
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Tre clown allo sbaraglio, con l’occhio ai Momix e a Slava

Da sinistra, Dimitri Jourde, Tarek Halaby e Romeu Runa in un momento di «Eins zwei drei» (la foto è di Augustin Rebetez)

Da sinistra, Dimitri Jourde, Tarek Halaby e Romeu Runa in un momento di «Eins zwei drei»
(la foto è di Augustin Rebetez)

NAPOLI – Per la serie «novità», eccomi a parlare, brevemente, di «Eins zwei drei», lo spettacolo di Martin Zimmermann presentato al Mercadante nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. E ho messo fra virgolette la parola novità perché, s’intende, qui si tratta di tutt’altro: intanto, è la terza volta che il regista, coreografo, scenografo e performer svizzero approda al Napoli Teatro Festival Italia, dopo esserci già stato nel 2010 e nel 2015 insieme con De Perrot; e, poi, davvero non sembra che questa sua nuova creazione, data in «prima» nazionale, brilli per originalità e inventiva.
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Se il teatro di Erodiade ha come fondale il Cristogramma

Imma Villa in un momento di «Erodiade», il monologo di Testori presentato all'Elicantropo (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Imma Villa in un momento di «Erodiade», il monologo di Testori presentato all’Elicantropo
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – A proposito di «Erodiade» – il lungo monologo di Giovanni Testori riproposto all’Elicantropo nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia – ripeto quanto già ho avuto modo di scrivere, aggiungendovi qualche altra considerazione che spiega e avvalora ulteriormente quelle precedenti.
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Una Filumena che adesso è il sasso gettato nello stagno

Wanda Marasco in un momento di «Giulietta e le altre» (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Wanda Marasco in un momento di «Giulietta e le altre»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – Wanda Marasco, lo sappiamo, è una narratrice di vaglia. Basta e avanza, a dimostrarlo, il romanzo «Il genio dell’abbandono», in cui accosta Gemito a Viviani sulla base del fatto che entrambi sentirono Napoli come un incubo, da ritrarre senza mediazioni intellettualistiche di sorta, e quell’accostamento indaga mediante una lingua che, per l’appunto, somiglia moltissimo a quella vivianea: una lingua costitutiva e non semplicemente connotativa, capace, contemporaneamente, di un realismo estremo e del sistematico slittamento del realismo in una dimensione «altra», vale a dire astratta e simbolica.
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Intermittenze del cuore cantate in coro da soldatini di piombo

Da sinistra, Amelia Longobardi, Enzo Moscato, Tonia Filomena e Simona Barattolo in un momento di «Ronda degli Ammoniti» di Enzo Moscato, presentato nella Sala Assoli (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Da sinistra, Amelia Longobardi, Enzo Moscato, Tonia Filomena e Simona Barattolo
in un momento di «Ronda degli Ammoniti» di Enzo Moscato, presentato nella Sala Assoli
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – Ne sono stato sempre convinto, Enzo Moscato è il nostro Ibsen, l’Ibsen napoletano. E ne viene una nuova conferma da «Ronda degli Ammoniti», il testo che sarà presentato il 9 e il 10 giugno, in «prima» nazionale, nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Per affrontarne l’analisi parto dunque, ancora una volta, dalla decisiva osservazione che sul drammaturgo norvegese fece Peter Szondi.
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Quando si accavalla il nervo dello scrittore di successo

Massimiliano Gallo e Monica Nappo in un momento de «Il silenzio grande» di Maurizio de Giovanni (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Massimiliano Gallo e Monica Nappo in un momento de «Il silenzio grande» di Maurizio de Giovanni
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – Non è un caso che, a proposito di «Ronda degli Ammoniti» di Enzo Moscato, io abbia fatto gli stessi riferimenti a Ibsen che feci, in queste pagine, a proposito dei romanzi di Maurizio de Giovanni centrati sul personaggio del commissario Ricciardi e che adesso riprendo a proposito de «Il silenzio grande», il testo di de Giovanni che sarà presentato il 9 e il 10 giugno, in «prima» nazionale, nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia.
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La vita sconosciuta che nasce dalla morte di quella conosciuta

Aldona Bendoriute in un momento di «Zinc (Zn)», che ha aperto il Napoli Teatro Festival Italia (le foto dello spettacolo sono di Laura Vanseviciene)

Aldona Bendoriute in un momento di «Zinc (Zn)», che ha aperto il Napoli Teatro Festival Italia
(le foto dello spettacolo sono di Laura Vanseviciene)

NAPOLI – Per favore, mettiamo da parte l’omaggio che s’è inteso tributare alla memoria di Eimuntas Nekrosius perché nelle edizioni 2017 e 2018 del Napoli Teatro Festival Italia aveva condotto il progetto laboratoriale «Theatre Bridges». Questo rientra nella sfera dei sentimenti. Mentre il nostro dovere di esegeti o di semplici spettatori è quello di esaminare «Zinc (Zn)», lo spettacolo di Nekrosius che del Napoli Teatro Festival Italia ha aperto la dodicesima edizione, per ciò che vale in sé.
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Napoli Teatro Festival Italia senza sorprese

Il logo della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia

Il logo della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia

NAPOLI – Riporto il commento, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», sulla dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia.

A dire la verità (e a dirla con un generoso eufemismo), il cartellone del dodicesimo Napoli Teatro Festival Italia mi sembra piuttosto deludente. Così come, del resto, erano quelli degli anni scorsi. Al gigantismo esteriore (37 giorni di programmazione, 12 sezioni, oltre 150 eventi) corrispondono contenuti che, al di là della possibile qualità estetica dei singoli spettacoli, appaiono datati e, in ogni caso, poco stimolanti. Ancora una volta, in breve, prevale l’idea vecchia del teatro che vige nella nostra città, sia per quanto riguarda lo Stabile sia per ciò che attiene alle sale private: l’idea di un teatro basato sulla rappresentazione e quindi volto, in sostanza, all’intrattenimento.
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