Solitudini di donne nella roulotte della vita

 

In senso orario, dall'alto, Marta Lubos, Daniela Pal e Paula Ransenberg in una scena di «Dinamo» (foto di Marco Sommella)

In senso orario, dall’alto, Marta Lubos, Daniela Pal e Paula Ransenberg in una scena di «Dinamo» (foto di Marco Sommella)

«Io vedevo i morti. Sembravano vivi».
No, chi parlava non era Luigi Alfredo Ricciardi, il commissario di Maurizio de Giovanni. Lui ha fatto la sua comparsa a Castel Sant’Elmo. Al Mercadante chi c’informava di quella singolare capacità (o condanna) era Marisa, uno dei tre personaggi femminili protagonisti di «Dinamo», il testo di Claudio Tolcachir, Melisa Hermida e Lautaro Perotti che, per la regia degli autori, la compagnia argentina Teatro Timbre 4 ha presentato nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia.
Marisa è un’ex tennista che ha vissuto per trent’anni in un istituto psichiatrico dopo il presunto suicidio dei genitori in seguito a una sua sconfitta in un torneo juniores. E le altre due sono la zia di Marisa, Ada, un’ex performer settantenne in perenne stato di trance, e Harima, giunta da un paese lontano e che, venendo di tanto in tanto fuori dai suoi nascondigli (credenze, armadi e soffitto), si esprime in una lingua incomprensibile.
Queste tre donne hanno in comune solo lo spazio in cui vengono a contatto: l’interno di una roulotte, la casa di Ada, abbandonata con le ruote bucate in un luogo imprecisato e deserto. Ma forse il contatto fra le tre è solo apparente. Forse Marisa, Ada e Harima sono le tre facce di un’unica donna. Forse sono i soprassalti della coscienza nel vuoto della solitudine. E forse, insomma, quella roulotte è una metafora della vita.
Il testo, alquanto leggero, non offre sufficienti appigli per orientarsi utilmente fra le ipotesi che ho proposto. E non è un caso, del resto, che sia opera di un collettivo di autori, i quali cercano di darsi forza l’uno con l’altro e, comunque, innalzano il vessillo di una maniera. Infatti, «Dinamo» ricalca esplicitamente i contenuti e le forme de «La omisión de la familia Coleman», lo spettacolo di Tolcachir che ottenne grande successo nel corso del Napoli Teatro Festival Italia del 2012.
Solo che l’invenzione fondamentale di allora (quella di un’iperbole surreale che, esasperando fino al parossismo i dati della situazione e della trama, li rovesciava esattamente nel loro contrario) qui si traduce in un facile e piuttosto svagato divertissement. Che, a conti fatti, si regge soprattutto sulla bella prova delle interpreti: Daniela Pal (Marisa), Marta Lubos (Ada) e Paula Ransenberg (Harima).
Alla «prima», dunque, le risate non sono mancate. E così, per concludere, non trovo di meglio che adottare il giudizio che al termine dello spettacolo mi ha espresso un collega spagnolo: «Carino».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 30 giugno 2015)

Questa voce è stata pubblicata in Recensioni. Contrassegna il permalink.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>