Euridice e Orfeo come eroi dell’Assenza

Federica Fracassi e Michele Riondino nei panni di Euridice e di Orfeo (foto di Francesco Squeglia)

Federica Fracassi e Michele Riondino nei panni di Euridice e di Orfeo (foto di Francesco Squeglia)

Attenzione. Il titolo dello spettacolo che il Bellini ha presentato nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia è «Euridice e Orfeo», ma quello del racconto di Valeria Parrella da cui lo spettacolo discende è «ASSENZA», scritto così, in lettere maiuscole. «Euridice e Orfeo» risulta, in definitiva, appena un sottotitolo.
Infatti, rispetto al mito – che, come sappiamo, prevede la possibilità per Orfeo di riportare sulla terra la moglie Euridice, uccisa dal morso di un serpente, a patto che non si volti a guardarla durante il cammino di ritorno dagl’Inferi – qui, al contrario, è proprio Euridice che dice a Orfeo: «… se mi ami devi guardarmi». E specifica: «Non puoi fare altro che voltarti e guardarmi».
Valeria Parrella, in breve, ricalca, rendendolo ancora più esplicito sul piano ontologico, l’assunto che anni fa spasimava nel monologo di Claudio Magris – «Lei dunque capirà» – dedicato al mito in parola. Siccome Euridice sa che la legge ineludibile e inesorabile che ci governa è quella della perdita (con il portato, giusto, dell’Assenza), decide di procurarsi una perdita totale e conclusiva: decide, cioè, di negarsi al mondo – e certo, anche all’amore – per chiudersi irrevocabilmente nella propria anima e nella propria mente.
Per quanto, poi, riguarda Orfeo, c’è un altro passo-chiave nel testo della Parrella: «La morte è questione di chi resta, non di chi parte». E mi fa pensare all’Orfeo che Er descrive nella «Repubblica» di Platone: la sua anima, venuta nell’Ade a scegliersi la propria esistenza, sceglie la vita di un cigno per non nascere da una donna. Anche Orfeo, insomma, sceglie di abbandonarsi alla perdita e all’Assenza di sé. E tutto questo – a costituire un pregio decisivo – si traduce, come doveva, in una prosa di stampo classico, e leggera e ferma insieme.
Del resto, a garantire la coerenza strutturale dello spettacolo, anche la regia di Davide Iodice è connotata dalla leggerezza e dalla fermezza congiunte. Il connubio di amore e di morte, per esempio, viene reso, nell’efficace impianto scenico di Tiziano Fario, mediante i rami rinsecchiti degli alberi dell’Ade che invadono il letto nuziale di Euridice e Orfeo. E si capisce, allora, qual è l’idea intelligente e ispirata che sorregge l’allestimento: gli elementi della realtà si tramutano costantemente in simbolo, come, poniamo, l’archetto del violoncello che diventa un bastone da cieco.
Allo stesso modo, ad esaltare l’argomento centrale del testo è la sottolineatura per contrasto: da un lato la proverbialità (il tema di «Orfeo negro» e la falce della morte brandita da Hermes) e dall’altro l’astrazione (il corpo di Euridice che si riduce al vestito bianco di lei che Orfeo stringe in un ballo tenerissimo e disperato oltre che a un burattino del Bunraku giapponese manovrato a vista da una canonica operatrice in nero).
Queste ultime due sequenze, acute e struggenti ad un tempo, basterebbero da sole a fare di «Euridice e Orfeo» un evento significativo. Un evento a cui, s’intende, concorre la bella prova degl’interpreti: Federica Fracassi (Euridice), Michele Riondino (Orfeo) e Davide Compagnone (Hermes), affiancati da Raffaella Gardon e Guido Sodo per ciò che attiene alle figure, al coro e alla musica in scena.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 26 giugno 2015)

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