Strindberg colombiano a tempo di tammurriata

Tina Mitchell e Jhon Alex Toro in una scena di «Miss Julia»

Tina Mitchell e Jhon Alex Toro in una scena di «Miss Julia»

La decapitazione del canarino diventa il morso dato a una mela tirata fuori dalla gabbia. E l’altro colpo di rasoio – quello con cui Julie si reciderà la gola dopo essersi concessa al servo Jean nel corso dell’ossessiva e allusiva notte di San Giovanni – viene solo annunciato dallo stesso Jean, che lo mima più volte col taglio della mano.
Ecco, basterebbero queste due invenzioni a dimostrare l’intelligenza, e insieme la precisione e la determinazione estreme, con le quali – nell’allestimento de «La signorina Giulia» (qui «Miss Julia») presentato dalla compagnia colombiana Vueltas Bravas alla Galleria Toledo, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia – il regista Lorenzo Montanini ha centrato il cuore del celebre atto unico di Strindberg: poiché, giova ricordarlo, ne «La signorina Giulia» s’invera, forse per la prima volta nella storia del teatro contemporaneo, l’impossibilità della tragedia.
Nella circostanza, la tragedia è impossibile perché impossibili sono i conflitti etici fra quei personaggi, già condannati, e inesorabilmente, alla solitudine dell’esistenza. A loro resta soltanto il furore di un sesso amaro e occasionale. Di modo che – e d’altronde ne aveva dato un esplicito segnale per l’appunto la decapitazione del canarino – il suicidio di Julie è perfettamente prevedibile.
Dunque, nello spettacolo di Montanini l’azione – trapiantata, giusto, in Colombia – sfuma continuamente nell’astrazione e nella formalizzazione: l’appartenenza di classe è sottolineata dal fatto che Julie, vestita d’una sorta di tutù, parla in inglese e i servi, vestiti ordinariamente, parlano in spagnolo; mentre all’inventiva delle musiche originali di Helen Yee da lei stessa eseguite al violino s’accompagnava, nelle repliche napoletane, il tempo bloccato in uno delle tammurriate degli Ars Nova.
Due simboli eclatanti, per giunta, ribadiscono tutto questo: il frac di Jean appeso al centro dello spazio scenico come il simulacro inerte di una persona ridotta al suo ruolo sociale e la serva Kristin che spesso dorme a vista, incarnando, così, l’indifferenza della vita rispetto alle passioni umane. Ed ottima, e assolutamente in linea con le intenzioni della regia, risulta infine la prova degl’interpreti: Tina Mitchell (Julie), Jhon Alex Toro (Jean) e Gina Jaimes Abril (Kristin). «Miss Julia», insomma, è uno dei (rari) picchi di quest’ottava edizione del Napoli Teatro Festival Italia.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 23 giugno 2015)

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