Luna caprese con «nenna» milionaria e sfruttatore

 

Raina Kabaivanska in una scena di «Villa Rhabani»

Raina Kabaivanska in una scena di «Villa Rhabani»

C’è sempre una ragione se un autore teatrale non porta a termine un testo, abbandonandolo in un cassetto senza metterci più mano. E ci dev’essere una ragione soprattutto se non lo porta a termine dopo che, in una lettera ai familiari, ha dichiarato che stava scrivendo «un’opera bellissima e commovente», «ben costruita e intima» e fondata su un «dialogo toccante». E infine ci dev’essere una ragione pure nel fatto che nei 95 (novantacinque) anni trascorsi dalla sua stesura nessuno prima sia venuto a sapere di quel testo o che, venutone a conoscenza, abbia ritenuto di portarlo in scena.
Parliamo di «Villa Rhabani», il copione inedito e per l’appunto incompiuto di Thornton Wilder proposto al Nuovo, per il Napoli Teatro Festival Italia, nella traduzione e nell’adattamento di Dianna Pickens e Riccardo Canessa, il quale ultimo firma anche la regia. E si tratta, almeno stando al testo in italiano che mi ha fornito l’Ufficio stampa del Festival, di una cosetta qualsiasi. A me sembra, in tutta franchezza, un fumettone: che, evidentemente, il ventitreenne Wilder trasse nel 1920, durante un viaggio nelle nostre contrade, dagli appunti che gli suggerirono le facili mitologie partorite dal «jet-set» dell’epoca.
Vi si narra, infatti, della passione travolgente che in quel di Capri coglie la ricca americana Helen Darrall per il cinico cacciatore di quattrini Dario Stiavelli. E vi si leggono frasi del genere: a proposito dell’isola, «l’azzurro del mare è rimasto quello delle gouaches. Né sono cambiati quei due straordinari scogli che emergono dall’acqua e svettano verso l’alto»; a proposito degl’indigeni, «hanno dei volti, degli occhi che Dio ha dato solamente ai Napoletani!»; e a proposito del legame che Dario ha stabilito con Helen, «Che passeggiata di sogno! Navigare in silenzio con la tua mano nella mia era come subire un incantesimo!».
Per loro conto, poi, la Pickens e Canessa s’inventano un personaggio, lo Stage Manager, e un finale con Helen che avvelena Dario: giustificando il primo col fatto che lo stesso personaggio compare nel capolavoro di Wilder «Piccola città» e il secondo sulla base delle suggestioni che i due pretendono di ricavare dal romanzo dello stesso Wilder «Il ponte di San Luis Rey». A questo punto dovremmo organizzare una seduta spiritica, per sapere che cosa effettivamente aveva in mente l’interessato (o, meglio, il pentito).
In ogni caso, uno spettacolo nel segno del debutto: debutta il testo, come s’è detto, e debuttano nella prosa il regista, che finora s’era occupato di opera lirica, e (nei ruoli dello Stage Manager e di un maggiordomo muto) il soprano Raina Kabaivanska.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 22 giugno 2015)

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