Se la vita si trasforma
in pioggia interminabile

 

Una scena di «Malacqua»

Una scena di «Malacqua»

«Scusate, scusate tanto, devo assentarmi un attimo, vado a vedere Castel dell’Ovo. Due minuti soltanto, tanto che fretta c’è? Nessuna, proprio, con tutta questa vita che se ne scivola via».
Sono le parole che il giornalista Andreoli Carlo rivolge ai colleghi in un ristorante del Borgo Marinari. E collocate in posizione fortemente icastica, all’inizio del libro, costituiscono il passo-chiave di «Malacqua», il romanzo di Nicola Pugliese da cui suo fratello Armando ha tratto un adattamento presentato al Politeama nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Ma costituiscono anche, quelle parole, la dimostrazione che adattare al teatro il romanzo in questione risulta estremamente difficile, se non – puramente e semplicemente – impossibile. Non a caso Enzo Moscato declinò l’invito, quando anni fa gli proposero tale operazione.
La pioggia che Nicola Pugliese fa cadere su Napoli per quattro giorni di fila, ininterrotta e sempre uguale, è chiaramente una metafora della vita. E rispetto alla vita l’unico scampo (ma si tratta solo di una fuggevolissima boccata d’aria) sta, come dice ancora Andreoli, nella «frattura», nell’«attimo d’incertezza» opposto al «riflusso indecifrato»; oppure, come per il portiere Irace Salvatore, nella rassegnazione di una presa di coscienza definitiva: «Perché a dire il vero la vita se n’è andata, ormai, e certe volte se restano da soli lui e la moglie c’è sempre questa presenza oscura, questo pensiero triste della vita della loro vita che se n’è andata».
Perciò non c’è definizione, né descrizione, per quella pioggia che scende interminabilmente. Sovviene appena la tautologia, che è, per l’appunto, sinonimo d’immobilità e immutabilità: la pioggia di Nicola Pugliese «scende come pioggia che scende». E in che modo, allora, sarebbe mai possibile riprodurre sul palcoscenico i momenti di sospensione che da tanto conseguono, e in cui, peraltro, consiste la smarrita poesia di «Malacqua»?
Ad Armando Pugliese – che per giunta (vedi la lavatrice in funzione) ha di quella pioggia un’idea piuttosto riduttiva, interpretandola come un bagno purificatore – non resta che trasformare i personaggi del romanzo in bozzetti realistici, affidando agli attori il compito di dire alla men peggio i brani testuali di carattere narrativo. E insomma, lo spettacolo vale sostanzialmente come il tributo d’affetto che il regista indirizza alla memoria del fratello. Infatti, è dalla voce fuori campo dello stesso Armando Pugliese che ascoltiamo alcuni di quei brani.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 19 giugno 2015)

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