Con Ostermeier da Ibsen alla Terra dei Fuochi

 

Christoph Gawenda, nel ruolo di Thomas Stockmann, in una scena di «Un nemico del popolo»

Christoph Gawenda, nel ruolo di Thomas Stockmann, in una scena di «Un nemico del popolo»

Thomas Stockmann, medico della stazione termale di una cittadina della Norvegia meridionale, scopre che le acque del centro di cura sono inquinate dagli scarichi di una conceria. Ma quando denuncia il fatto, convinto di ricevere il plauso e la gratitudine dei concittadini e delle autorità, si vede a poco a poco abbandonato da tutti, e osteggiato da quanti – in testa suo fratello Peter, sindaco e presidente dell’amministrazione delle terme, e Hovstad, direttore de «L’Araldo del Popolo» – antepongono alla salute pubblica il benessere economico e il potere che ne deriva. E a Stockmann, licenziato, non resta che fondare una scuola privata per insegnare ai monelli il valore della verità e della libertà. La sua famosa ultima battuta sarà: «L’uomo più forte del mondo è quello che è rimasto solo…».
Ecco, in estrema sintesi, la trama di «Un nemico del popolo». E basterebbe da sola, credo, a dire come quel testo, datato 1882, sia il più debole dei drammi di Ibsen. Scritto sull’onda dei giudizi negativi e delle polemiche che avevano accolto l’anno prima «Spettri», ci presenta, in effetti, un Brand in sedicesimo, il quale spara sentenze tali che indignarono non solo (ciò ch’era ovvio) gli aristocratici, per le frecciate satiriche che li investono, ma anche (ciò ch’era meno ovvio) i democratici, per il superbo individualismo che le connota. Sarebbe sufficiente, a dimostrare lo spirito di vendetta che animava Ibsen, la battuta messa in bocca a Hovstad: «Noi giornalisti non valiamo granché».
Non a caso il grande critico danese Georg Brandes ritenne che Stockmann sia più una maschera che una persona reale. Del resto fu lo stesso Ibsen che, anni dopo, rinnegò quel personaggio, dichiarando di non essere affatto responsabile di tutte le sciocchezze che pronuncia. E di fronte a un quadro del genere Thomas Ostermeier, regista dell’allestimento di «Un nemico del popolo» che la Schaubühne di Berlino ha presentato al Politeama nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia, si comporta come meglio non avrebbe potuto: d’accordo col suo «dramaturg» Florian Borchmeyer, adatta il testo al presente senza tradire l’autore e, anzi, facendogli un favore.
Dunque, per prima cosa, via le battute citate; e al posto dell’invettiva sciorinata da Stockmann durante l’assemblea cittadina del quarto atto, grondante di una retorica e di un populismo tanto premeditati quanto incontrollati, ampi passi dell’«Insurrection qui vient», un pamphlet pubblicato da La Fabrique nel 2007 e di cui risulta autore un collettivo anarchico anonimo chiamato «Comitato invisibile». Mentre quell’assemblea si trasforma in un dibattito col pubblico che – uno dei miracoli dello spettacolo, insieme, come la vita, potente e ironico – arriva fino alla Terra dei Fuochi senza la benché minima soluzione di continuità rispetto alla rappresentazione.
Di conseguenza, il Thomas Stockmann di Ostermeier è la riedizione di un Rudi Dutschke che vive non più nella casa/sacrario di Ibsen, ma nella casa /accampamento tipica dei giovani antagonisti di oggi, in cui, fra pareti coperte di graffiti, si beve, si suona e si canta tra una poppata e l’altra al bambino che frigna. E davvero, poi, non mette conto di sprecare parole circa la prova superba che – capaci di accoppiare una carica dirompente e uno straniamento degnissimo di Brecht – offrono gli attori della Schaubühne: Christoph Gawenda (Thomas Stockmann), Ingo Hülsmann (Peter Stockmann), Eva Meckbach (la signora Stockmann), Andreas Schröders (Hovstad), David Ruland (Aslaksen), Moritz Gottwald (Billing) e Thomas Bading (Morten Kiil).
Infine, un’autentica stilettata è l’ultima invenzione, che mostra il dottore e la moglie intenti a contemplare, tentati, le azioni delle terme che ha regalato a Stockmann, perché si rimangi le sue accuse, il suocero Morten Kiil, proprietario della conceria di cui sopra con pastore tedesco da SS al seguito. Ci coglie, nel ricordo dell’«Amleto» dello stesso Ostermeier, l’eco delle parole del principe tradotte da Montale: «…così il colore della decisione / al riflesso del dubbio si corrompe / e le imprese più alte e che più contano / si disviano, perdono anche il nome / dell’azione».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 14 giugno 2015)

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