Il viaggio dei clown che cercano parole nuove

 

Goos Meeuwsen ed Helena Bittencourt in una scena di «Bianco su bianco» (foto di Viviana Cangialosi)

Goos Meeuwsen ed Helena Bittencourt in una scena di «Bianco su bianco» (foto di Viviana Cangialosi)

Come potrebbe non amare i clown un autore, regista e attore che ha alle spalle le esperienze decisive con il Cirque Éloize e il Cirque du Soleil? Infatti i clown sono protagonisti anche di «Bianco su bianco», il nuovo spettacolo che, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia, Daniele Finzi Pasca presenta ancora oggi al Nuovo. E anzi, nonostante che in scena agiscano solo due interpreti (i bravissimi Helena Bittencourt e Goos Meeuwsen), qui c’imbattiamo nel paradigma dell’intera categoria dei clown.
I tre tipi canonici di clown sono: il clown-parlatore, il «clown de reprise» (quello incaricato di riempire i vuoti e di rilanciare la rappresentazione) e il clown-augusto (per definizione «l’uomo che prende gli schiaffi»). E la Bittencourt e Meeuwsen se li accollano tutti e tre, scambiandoseli di continuo lungo il racconto di Ruggero, un ragazzo che da un’infanzia difficile passa all’età adulta conquistando a poco a poco, insieme con la coscienza di sé e del mondo, una serenità fatta di sorridente saggezza.
Dunque, Finzi Pasca ha scritto – senza parere e, forse, senza nemmeno proporselo – un vero e proprio «Bildungsroman», cioè un romanzo di apprendistato alla vita. E si fondono, la letteratura e il circo, perché Ruggero incarna per l’appunto il clown-augusto: dal padre ubriacone ha preso, quand’era bambino, non solo gli schiaffi, ma anche, sulle braccia, i lividi e persino le bruciature.
Tuttavia, non ha mai smesso di camminare, impavido e fiducioso, verso la luce dello stare in pace, con se stesso e con gli altri. E simbolicamente, il suo viaggio – per interposta persona effettuato dai due clown – si svolge allora in una labirintica selva costituita da 348 (trecentoquarantotto) lampadine, che si accendono singolarmente, a gruppi o tutte insieme a seconda dello stadio a cui è arrivato il racconto e della necessità di sottolineare questo o quello snodo narrativo o psicologico.
Si capisce, poi, che il «clown de reprise» viene richiamato dai «numeri» tipicamente circensi (quelli dei giocolieri, degli equilibristi, degli illusionisti) che punteggiano di volta in volta la narrazione. Mentre la sostanza concettuale dello spettacolo – tanto leggero quanto profondo, tanto ilare quanto pensoso, tanto tecnico quanto poetico – è garantita dall’espressione della spinta a trovare nuove parole per quelle usurate, poniamo, dell’amore e della giustizia.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 10 giugno 2015)

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