Un’altra conferma da Tato Russo

Tato Russo

Tato Russo

Ancora a proposito del commento che pubblicai il 12 marzo scorso per confutare la vecchia e ormai logora asserzione, fatta propria dal direttore dello Stabile cittadino Luca De Fusco, secondo cui «Napoli è la capitale del teatro italiano».
Replicai a quell’asserzione tracciando, per sommi capi, il quadro delle condizioni desolanti del teatro napoletano che sono sotto gli occhi di tutti coloro i quali sanno e vogliono vedere, e si rifiutano alle illusioni consolatorie o ai travisamenti di comodo. Arrivò subito, su questo sito, la risposta di Mimmo Borrelli, che levò un vero e proprio grido di dolore per essere stato costretto all’esilio da quella desolazione. E dopo la conferma indiretta data alle mie considerazioni da un drammaturgo della statura di Enzo Moscato e, ancora su questo sito, da un regista della sensibilità di Davide Iodice, è adesso il turno di quella data da Raffaele Di Florio (sotto specie di un commento alla recensione di «Exit», la commedia di Fausto Paravidino in scena nel Piccolo Bellini) e da Tato Russo.
Quest’ultimo, concludendo un’intervista rilasciata a «Il Mattino», dichiara: «Napoli negli anni Settanta e Ottanta ha prodotto, spontaneamente, artisti importanti: De Simone, quelli della Compagnia di Canto Popolare, come Peppe Barra, e poi la Sastri, Martone, Servillo, Neiwiller, Bruno Cirino, Gennaro Vitiello, Tato Russo… Poi è arrivata la politica, ha messo le mani sulla creatività. E la vena d’oro si è esaurita».
È per l’appunto quel che ho sostenuto io.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

 

 

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