«Menecmi» in chiave napoletana:
un avvocaticchio trombone
e un cafone arrivato da Capua

Tato Russo in «Menecmi (Due gemelli napoletani»

Tato Russo in «Menecmi (Due gemelli napoletani»

«Menecmi (Due gemelli napoletani)» – il longevo spettacolo di Tato Russo ora riproposto all’Augusteo – ha due aspetti, l’uno discutibile e l’altro, invece, tanto condivisibile quanto godibile. E sgombro subito il terreno dal primo, che consiste nel vecchissimo equivoco di scambiare per scurrilità quello che in Plauto è, al contrario, un corposo realismo gestito da fine letterato (senza contare che i «Menecmi» – secondo l’autorevole e acuto parere di Carlo Carena – sono per giunta «la commedia più intellettualistica di Plauto»).
Ecco, dunque, due esempi delle conseguenze di tale equivoco. Se il cuoco Cilindro, qui abbondantemente e dichiaratamente effeminato, dice: «Son tutto orecchi», subito Spazzola commenta: «E chesto se sapeva!». E se la cortigiana Erozio (nel nostro caso chiamata Erozia) incarica Menecmo II di farle mettere sulla sopravveste una guarnizione davanti e una dietro, lui precisa – a beneficio del proprio schiavo Messenione e di quanti, fra gli spettatori, non avessero colto l’allusione – che la stessa Erozio «è ambidestra».
In compenso, risaltano l’esattezza con cui Tato Russo – nel reinventarla, per l’appunto ambientando l’azione a Napoli – restituisce la struttura testuale originaria e il gusto con cui trasforma i personaggi – privi di sostanza etica e caratteriale, nient’altro che semplici ingranaggi della sapiente macchina drammaturgica voluta da Plauto – in perfetti stereotipi, caricandoli di tutti gli stilemi e di tutti i tic, verbali e gestuali, partoriti dalla scena popolare napoletana nel corso della sua lunghissima vicenda.
Ovviamente, tutto questo aveva bisogno d’interpreti all’altezza del compito: e, in proposito, mi affretto a rilevare che Tato Russo – nel doppio ruolo dei Menecmi, l’uno caratterizzato come un avvocaticchio trombone e l’altro come un cafone di Capua violento e sboccato – offre una prova di eccellente livello, nello stesso tempo ammiccante e raffinata.
Al suo fianco si segnalano soprattutto, nell’ambito degli stereotipi di cui sopra, Rino Di Martino (Messenione), Marina Lorenzi (Dorippide), Antonio Rampino (Cilindro), Massimo Sorrentino (Spazzola), Renato De Rienzo (Mosco) e Giorgia Guerra (Luciana). E funzionale, infine, risulta – con la regia di Livio Galassi – la cornice costituita dalla scena di Tonino Di Ronza: un panorama di rovine in evidente funzione polemica, come, del resto, dimostra la tagliente battuta: «Ma chi è ‘o magistris ‘e ‘sta città?».

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 6 aprile 2014) 

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