Quell’ultima recita fra il teatro e la vita

Franco Branciaroli in un momento di «Servo di scena»

Franco Branciaroli in un momento di «Servo di scena»

Se non fosse stato per le premure e la forza di persuasione del fedele vestiarista Norman, quell’ennesima replica di «Re Lear» – in un decrepito teatrino di provincia, nell’Inghilterra del ’42 tormentata dai quotidiani bombardamenti tedeschi – non sarebbe andata in porto. Il mattatore, il vecchio e illustre Sir Ronald, era stanco, sentiva che si stava avvicinando la fine. Al termine della recita, infatti, si spegne nel camerino mentre ancora dura l’eco degli applausi. E sotto lo sguardo smarrito di Norman, Madge, l’altrettanto fedele direttrice di scena, lo ricopre – naturalmente – col manto di Lear.
Questo, in estrema sintesi, il plot di «Servo di scena», la celebre commedia di Ronald Harwood ora presentata al Bellini. E dunque, siamo di fronte a un testo che è, insieme, autobiografia (l’autore, in gioventù, fu lui stesso «dresser» di un tipico e famoso mattatore inglese, Sir Donald Wolfit, del quale ha pure scritto la vita), affettuoso omaggio al teatro «d’antan» e metafora di varie e più complesse realtà. E si tratta senza dubbio di un bel testo.
Il suo merito, in breve, è che – con notevole equilibrio – mescola numerosi temi (il teatro nel teatro, l’uomo e il proprio «doppio», l’arte contro la barbarie, l’uomo e il suo lavoro, e così via) con i non meno numerosi rimandi a identificazioni che sono, per l’appunto, di tipo metaforico: quella tra la follia di Lear e la follia della guerra, quella tra la fine del grande attore e la fine della gerarchia, quella tra Lear e il «fool» da una parte e Sir Ronald e il vestiarista dall’altra.
Ma tutto questo viene lasciato piuttosto in ombra dalla regia di Franco Branciaroli, che punta, invece, a sottolineare e ad amplificare i risvolti comici della commedia e i connotati istrionici dei personaggi: vedi, tanto per fare solo un esempio, quel Norman che qui appare tratteggiato esplicitamente come un omosessuale mentre, nel testo di Harwood, dà luogo in tal senso appena a un’ipotesi.
In linea con una simile impostazione la prova, in quanto interprete, dello stesso Branciaroli, un Sir Ronald debitamente tronfio, collerico e dispettoso. E al suo fianco, Tommaso Cardarelli rende con grande convinzione ed energia il Norman che gli è stato costruito. Gli altri – Lisa Galantini (Milady), Melania Giglio (Madge), Valentina Violo (Irene), Daniele Griggio (Geoffrey Thornton) e Giorgio Lanza (Mr. Oxenby) – si attestano sul versante di una tranquilla professionalità.
Giova precisare, infine, che il nostro termine «servo di scena» (la traduzione qui adottata è di Masolino D’Amico) non corrisponde esattamente all’inglese «The dresser», che è pure il titolo originale della commedia di Harwood. Il «dresser», infatti, è colui che fa da vestiarista, sì, ma soprattutto da attendente e confidente a un grande attore: e perciò, mentre ha cura dei suoi abiti, si preoccupa pure, ad esempio, della sua salute e di ricordargli le battute difficili prima che vada in palcoscenico.
È anche per questo, voglio dire, che il rapporto fra Norman e Sir Ronald risulta nel testo di Harwood assai più articolato e tormentato di quanto appare nello spettacolo di Branciaroli. E allora non si può fare a meno di ricordare che, in proposito, funzionava molto meglio, nella stagione ’94-’95, la coppia Turi Ferro (Sir Ronald)-Piero Sammataro (Norman). Senza contare, ovviamente, quella incomparabile formata da Gianni Santuccio (Sir Ronald) e Umberto Orsini (Norman), che, con la regia di Gabriele Lavia, per primi – nella stagione ’80-’81 – portarono «Servo di scena» sui palcoscenici italiani.

                                                                                                                                Enrico Fiore

(«Il Mattino», 21 novembre 2013)

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