Una «Bisbetica» da Commedia dell’Arte

Come sappiamo, è il travestimento il tema centrale e determinante de «La bisbetica domata». E tanto a cominciare dal fatto che il testo stesso «si traveste»: giacché – appartenendo alla fase sperimentale (e dunque al periodo dell’apprendistato) di Shakespeare – risulta, soprattutto, dal rimaneggiamento di «The Supposes» di George Gascoigne, che, quasi non bastasse, per proprio conto è un rimaneggiamento de «I Suppositi» dell’Ariosto.
Qui, infatti, abbiamo un Ortensio e un Lucenzio che – per poter corteggiare Bianca, che il padre Battista ha deciso non debba sposarsi prima della sorella maggiore, appunto la «bisbetica» Caterina – si spacciano, rispettivamente, per maestro di musica e professore di lettere. E ci son servi che prendono il posto dei padroni. E anche se c’è qualcuno che non si traveste, come Petruccio, in compenso finge dal primo all’ultimo momento: finge di amare Caterina mentre non mira che alla sua dote, finge di trovarla mite e arrendevole per poterla sposare e poi, per domarla, le impedisce di mangiare, dormire e vestirsi fingendo, sistematicamente, di trovare i cibi malcotti, il letto malfatto e gli abiti malcuciti.
Ebbene, Laura Angiulli – regista dell’allestimento de «La bisbetica domata» che si replica alla Galleria Toledo – illustra e sottolinea un simile quadro con una precisione non disgiunta dall’inventiva. E basterebbe, al riguardo, considerare l’attacco e il finale dello spettacolo: il primo riprende il prologo, di solito tagliato, in cui, per l’appunto, si gioca al calderaio Sly la burla di travestirlo da gran signore; e il secondo ci mostra Caterina che recita (è proprio il caso di dire) la sua presunta resa conclusiva nascondendosi a tratti dietro una maschera neutra.
Ma l’invenzione-chiave della Angiulli, e tanto fondata quanto efficace, concerne l’immissione dei dialetti. Si comincia con l’appena accennata cadenza napoletana di Petruccio e si termina col deflagrare del veneto sonoro di Grumio, passando per il baluginare del pugliese del sarto. Non è un perfetto equivalente dell’azione «in progress» del truccarsi?
Ciò significa, è ovvio, che il tema shakespeariano del travestimento viene sviluppato, e non meno opportunamente, anche in rapporto alla Commedia dell’Arte. E molto bravi sono su questo terreno gl’interpreti: accanto ai protagonisti Alessandra d’Elia (Caterina) e Massimiliano Gallo (Petruccio), i vari, e spesso in più ruoli, Federica Ajello, Giovanni Battaglia, Roberto Giordano, Stefano Jotti e Antonio Marfella. Uno spettacolo da vedere.

                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Il Mattino», 28 novembre 2013)

 

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