La Biennale di Latella: il tema è chi lo svolge

L'immagine ufficiale scelta per tradurre il titolo, «Nascondi(no)», dato alla Biennale Teatro 2020

L’immagine ufficiale scelta per tradurre il titolo, «Nascondi(no)», dato alla Biennale Teatro 2020

Qui di seguito il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Riparto dall’osservazione che feci il 5 agosto scorso in sede di commento alla tredicesima edizione (la quarta diretta da Ruggero Cappuccio) del Napoli Teatro Festival Italia, di cui s’era appena chiusa la sezione estiva. Circa la spropositata congerie di spettacoli del tutto slegati fra loro offerta dalla stessa, ricordai che Cappuccio dice di non voler attribuire alla sua rassegna un tema unico per non imbrigliare la libertà creativa degli artisti invitati a parteciparvi. E ribadii la necessità che fra gli eventi scenici di un Festival ci sia un rapporto dettato non tanto, per l’appunto, da un tema unico, quanto da un progetto al cui interno quegli eventi trovino un amalgama culturalmente significante pur mantenendo ciascuno di essi la propria fisionomia e autonomia contenutistica ed espressiva.
Ebbene, un esempio concreto ed esaustivo di come si possa soddisfare tale necessità è costituito dal 48° Festival Internazionale del Teatro promosso dalla Biennale di Venezia e che si svolgerà dal 14 al 25 prossimi sotto la direzione di Antonio Latella. Il tema unico (nella circostanza la censura) non manca, ma – ciò che viene annunciato in maniera impagabile dal titolo dato quest’anno alla rassegna, «Nascondi(no)» – si traduce in un’invenzione che non esito a definire strepitosa, cioè nel perfetto identificarsi con quel tema degli autori e registi – tutti italiani e tutti o quasi giovani e giovanissimi – chiamati a svolgerlo.
«Nascondi(no)», si capisce, è un gioco di parole che – mentre allude, nel citare il tradizionale svago infantile, all’intenzione manifestata da Latella di concludere nel segno della leggerezza il suo mandato di direttore del Settore Teatro della Biennale – pone in luce il senso profondo (e coinvolgente, proprio in termini politici) del tema in questione. Dice infatti Latella: «Abbiamo cercato di costruire una mappatura di artisti che sono al di fuori delle leggi di mercato e che raramente vengono programmati dai teatri istituzionali, ma che si stanno imponendo all’attenzione della critica e degli operatori; artisti che, soprattutto, stanno costruendosi un loro pubblico, fortemente trasversale e che esce dalla costrizione dell’abbonamento».

Antonio Latella (foto di Andrea Pizzalis)

Antonio Latella
(foto di Andrea Pizzalis)

Dunque, il titolo di questo quarto ed ultimo «atto» (così Latella, non a caso, ha definito ciascuno degli anni della sua direzione) è da intendere – dopo il primo dedicato alle registe, il secondo centrato sul rapporto fra attore e performer e il terzo riservato a un’indagine sul fare drammaturgia oggi – quasi come un riepilogo volto ad auspicare un domani più accettabile e produttivo, un riepilogo che assume il tono di un monito e di un appello congiunti: non nascondere, non emarginare.
Di conseguenza, precisa Latella, la sua scelta «non è avvenuta su spettacoli già visti, ma sugli incontri e sui contenuti». Ed è stata, contemporaneamente, determinata dai percorsi degli artisti presi in considerazione e dai riconoscimenti che lungo quei percorsi essi hanno ottenuto. Così, poniamo, ci saranno Liv Ferracchiati, già presente alla Biennale Teatro 2017 con una trilogia sul tema dell’Identità, Martina Badiluzzi, vincitrice della terza edizione della Biennale College Registi under 30, e Leonardo Lidi, che per primo vinse il bando destinato a registi non ancora trentenni e che adesso, firmando la regia de «Il lampadario» di Caroline Baglioni, vincitrice della Biennale College Autori under 40, salda in un’esperienza unica l’intera Biennale College Teatro.
Per riassumere, giustamente Latella parla di «una Biennale Teatro senza rete», commentando: «È quasi come se il pubblico fosse chiamato ad assistere a un unico grande spettacolo e gli appuntamenti proposti dal Festival e dalla successione degli artisti non fossero che contributi che aggiungono o tolgono domande al tema portante». Del resto, non poteva essere diversamente. Babilonia Teatri, che sarà presente al Festival con uno spettacolo ancora non a caso intitolato «Natura morta», in una sua nota scrive fra l’altro: «Cerchiamo di non camminare mai su terreni dissodati e noti. Costruiamo attorno a noi dei progetti e delle condizioni di lavoro che non sappiamo dove e a cosa ci porteranno. Per quanto coscienti che ognuno di noi non faccia altro che ripetersi e reiterarsi abbiamo problemi con la reiterazione. Proviamo a scardinare le nostre dinamiche e le nostre certezze convinti che solo la crisi sarà foriera di un nuovo ordine e che la nebbia ci costringe a restare vigili, a cercare una strada e ad attendere il momento in cui si alzerà».
Ovviamente, la crisi è anche quella indotta dal coronavirus. E di quest’ultimo aspetto troviamo un lancinante riscontro nel catalogo del Festival: un volume delle dimensioni di un vocabolario, spesso quattro centimetri e pesante un chilo e mezzo. Le schede dei singoli spettacoli occupano ciascuna svariate pagine e comprendono: una conversazione fra Latella e Federico Bellini (uno dei suoi drammaturghi stabili insieme con Linda Dalisi) sulle ragioni della scelta di quel determinato spettacolo, un autoritratto dell’artista che lo propone, le note di regia e una dichiarazione in cui l’artista spiega se e come il Covid-19 lo ha costretto a modificare il progetto di partenza. E quest’ultimo contenuto della scheda, inutile sottolinearlo, non solo serve a fornire allo spettatore informazioni doverose circa quello che avrebbe visto e che ora effettivamente vedrà, ma configura una sorta di seduta psicanalitica collettiva, illuminante e a tratti persino sconvolgente, intorno al processo di creazione artistica quale si determina, in particolare, nelle condizioni attuali.

Un'altra immagine emblematica della Biennale Teatro 2020: alla ricerca di un nuovo equilibrio

Un’altra immagine emblematica della Biennale Teatro 2020: alla ricerca di un nuovo equilibrio

È francamente impietoso il paragone con il catalogo del Napoli Teatro Festival Italia, una sorta di dépliant da agenzia di viaggi in cui le schede dei singoli spettacoli si riducevano a una manciata di righe riferite sostanzialmente alla trama, proprio a mo’ delle striminzite e frettolose spiegazioni fornite dalla guida ai partecipanti a un tour organizzato. E bellamente si sorvolava, dunque, sul diritto dello spettatore potenziale ad essere correttamente informato: un diritto, non dimentichiamolo mai, sancito se non altro dal fatto che lo spettatore, se resta potenziale, lo spettacolo di cui si parla lo paga comunque attraverso le tasse e, se diventa effettivo, lo paga due volte, prima attraverso le tasse e poi attraverso il biglietto.
Insomma, finito il Napoli Teatro Festival Italia, il suo catalogo poteva tranquillamente essere buttato via, avendo esaurito la funzione di promemoria. Mentre quello del Festival Internazionale del Teatro promosso dalla Biennale resterà a pieno titolo in uno scaffale della libreria, quale documento storico e critico di una stagione per molti versi drammatica. E non parliamo, infine, dell’intelligenza, del coraggio e dell’originalità con cui i giovani registi in campo a Venezia hanno scelto i testi da portare in scena per svolgere il tema proposto da Latella.
Penso a Liv Ferracchiati, che, con il «Platonov» di Cechov, mette alla sbarra la censura metaforica della vita chiusa fra parentesi. Penso a Giovanni Ortoleva, che, con «I rifiuti, la città e la morte» di Fassbinder, rievoca la censura ideologico-politica che per ben trentaquattro anni ne impedì la rappresentazione sui palcoscenici tedeschi. E penso, soprattutto, al Leonardo Lidi che affronta «La città morta» di D’Annunzio: un testo ch’è oggetto di una doppia censura, quella imposta (per l’appunto dalle leggi di mercato, ovvero dalla dittatura del consumismo «gastronomico» di brechtiana memoria) al teatro del Vate in generale, ormai bandito dai cartelloni, e quella che s’inflisse da sé, in quanto tentativo fallito di riscrivere la tragedia greca.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 11/9/2020)

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