Dublino Teatro Festival Irlanda

La statua di James Joyce in Earl Street a Dublino

La statua di James Joyce in Earl Street a Dublino

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Sapete una cosa? Io penso che, in realtà, il Napoli Teatro Festival Italia si chiami Dublino Teatro Festival Irlanda e che a dirigerlo non sia Ruggero Cappuccio, ma James Joyce. E mi spiego.
Com’è noto, nell’ultimo dei quindici racconti che compongono «Gente di Dublino», intitolato non a caso «I morti», Joyce descrive il ballo annuale in casa delle signorine Morkan, le zie Julia e Kate e la nipote Mary Jane. Ma quell’evento non ha più nulla dell’aspetto rituale che aveva anni addietro, ormai s’è ridotto ad essere solo una delle tante, stanche abitudini che connotano il grigio stillicidio dei giorni sempre uguali subiti dai personaggi che vi partecipano.
Il momento culminante è la cena, una grande abbuffata degna di Trimalcione e Pantagruel messi insieme: oca, prosciutto, manzo alle spezie, gelatina gialla e rossa, bianco mangiare, marmellata, uva e mandorle sbucciate, fichi di Smirne, mostarda coperta di crema e spruzzata di noce moscata, cioccolatini, gambi di sedano, arance, mele americane, pudding, birre, porto e sherry. E si suona il piano, si cantano vecchie canzoni, si danza la quadriglia, si discute – con prosopopea pari alla superficialità – di tutto e del contrario di tutto, dal Papa all’opera lirica, dalla villeggiatura nelle isole Aran alla critica letteraria, dalla pesca al nazionalismo.
Il simbolo di tutto questo è l’altro nipote di Julia e Kate, Gabriel Conroy: insegna al college, scrive recensioni per il «Daily Express», frequenta le botteghe di libri usati, si pone il problema se citare Browning o Shakespeare nel discorso che terrà dopo cena, ma, contemporaneamente, si sente perfettamente a suo agio nell’affrontare il compito di tagliare l’oca che gli viene affidato ogni anno, ripetendosi in cuor suo che nulla gli riesce «più gradito che trovarsi a capo d’una tavola bene imbandita».
Dite la verità, non vi sembra, un simile quadro, il preciso equivalente del Napoli Teatro Festival Italia? Parafrasando il commento di un’autorità come Ezra Pound, aboliamo «i nomi locali e alcune allusioni locali specifiche, e i pochi fatti storici del passato», sostituiamo «qualche nome, qualche riferimento e qualche dato di cronaca», e avremo «un racconto adattabile» in ogni dettaglio alla nostrana rassegna, giunta alla tredicesima edizione (la quarta diretta da Cappuccio) e di cui s’è appena chiusa la sezione estiva.

Federica Rosellini e Lino Musella in un momento di «Nella solitudine dei campi di cotone»

Federica Rosellini e Lino Musella in un momento di «Nella solitudine dei campi di cotone»

Pescando nel vastissimo pelago delle sue nove sezioni e dei suoi centotrenta eventi, ho scelto di vedere la mostra dedicata a Roberto Herlitzka da Tommaso Le Pera e gli spettacoli «Nella solitudine dei campi di cotone», «Plastilina», «Il seme della violenza», «Antichi Maestri», «’A cirimonia» e «Pescatori»: come rappresentativi, rispettivamente, della grande drammaturgia europea moderna, dei nuovi autori catalani, del teatro-inchiesta riferito ad argomenti d’attualità (in questo caso all’omofobia), dell’analisi circa il senso e il ruolo dell’arte in generale, del rapporto fra il presente e la memoria e della tradizione scenica napoletana d’alto rango. E ovviamente, non si tratta di stabilire la più o meno rilevante qualità formale di quegli spettacoli. Ciò che conta è che tra essi non esiste alcun legame riconoscibile.
Cappuccio dice che non assegna al suo Festival un tema unico per non imbrigliare la libertà creativa degli artisti invitati a parteciparvi. Ma – a prescindere dal fatto che una volta, quando era direttore della rassegna beneventana «Città Spettacolo», non la pensava così – la questione è che fra gli eventi scenici del Napoli Teatro Festival Italia dev’esserci un rapporto dettato non, per l’appunto, da un tema unico, bensì da un progetto al cui interno quegli eventi trovino un amalgama culturalmente significante pur mantenendo ciascuno di essi la propria fisionomia e autonomia contenutistica ed espressiva.
Al momento, l’assenza di un tema unificante si traduce solo – come già ho avuto modo di osservare – in un aumento della facilità con cui si può procedere alla distribuzione dei pani e dei pesci al maggior numero possibile di teatranti, quelli locali innanzitutto. Ma un Festival non può limitarsi ad essere una succursale della Caritas. E ripeto quanto ho già scritto in circostanze precedenti anche a proposito dell’altro cavallo di battaglia messo in mostra da Cappuccio, quello dei biglietti venduti a prezzi stracciati e degli ingressi gratis per le fasce di popolazione con i redditi più bassi: finito il Festival, durante la stagione, pure il teatro che chiederà soltanto dieci euro a biglietto sarà percepito come esoso e fuori mercato.

Da sinistra, Alessandro Burzotta, Sandro Lombardi e Martino D'Amico in un momento di «Antichi Maestri» (la foto è di Luca Manfrini)

Da sinistra, Alessandro Burzotta, Sandro Lombardi e Martino D’Amico in un momento di «Antichi Maestri»
(la foto è di Luca Manfrini)

Ma, per non continuare a ripetere cose già dette e ridette, assumo come emblema riassuntivo di alcuni dei tanti aspetti negativi del Festival uno dei citati spettacoli che ho visto. E scelgo, non a caso, «Nella solitudine dei campi di cotone»: proprio perché ne ho scritto in termini addirittura entusiastici (secondo il regista Andrea De Rosa la mia è stata «una delle recensioni più belle» che lui «abbia mai ricevuto») e, dunque, non sono sospettabile di ragionare per partito preso.
A margine dello spettacolo ho riscontrato, almeno per quanto riguarda la «prima», le deficienze seguenti, che elenco in maniera schematica:

1) IL TESTO. Quello di Koltès è straordinariamente complesso, e quindi difficile da comprendere già di per sé. In più, risultava a tratti inaudibile: un po’ perché il volume della colonna sonora (le «Variazioni Goldberg» di Bach suonate da Glenn Gould) era troppo alto, un po’ perché Federica Rosellini, una dei due interpreti, non ha una voce molto potente e un po’ perché nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale non c’era l’acustica che sarebbe stata necessaria.

2) LE FOTO DELLO SPETTACOLO. L’ufficio stampa del Festival mi ha comunicato che, per averle, bisognava che fossero approvate dalla Compagnia. E ci sarebbero voluti due giorni. Le ho avute nel giro di dieci minuti dopo aver fatto una bella lavata di testa a Luana Nisi, addetto stampa della Compagnia Orsini, produttrice dello spettacolo.

3) IL PUBBLICO. Praticamente non c’era. I pochi posti lasciati a disposizione dalle norme in fatto di distanziamento erano quasi tutti occupati da addetti ai lavori. Nelle prime due file, oltre a me, c’erano Irene Petris, coprotagonista de «La Chunga» data qualche giorno prima nel cortile del Maschio Angioino, Masolino D’Amico, critico teatrale de «La Stampa», Gianfranco Capitta, critico teatrale de «Il Manifesto», Roberto Canziani, critico teatrale de «Il Piccolo», Bruno Roberti, docente all’Università della Calabria, e l’architetto Marcello Panza, autore, insieme con l’architetto Claudio Giunnelli, pure lui presente, del progetto per il Ridotto del Mercadante.
Ebbene, al termine dello spettacolo ne scattò un altro, quello – non so se più triste o più ridicolo – offerto dalla «claque» dei colleghi degli attori che s’erano esibiti. Applausi deliranti, cori esaltati di «bravi, bravi», grida gutturali di giubilo. Più che se avessero appena assistito a un normale spettacolo in un normale teatro affollato in ogni ordine di posti da normali spettatori.
Avete capito perché paragono il Napoli Teatro Festival Italia alla quadriglia ballata in casa delle signorine Morkan di Joyce? Io capisco che bisogna darsi coraggio. Ma è pericolosissimo scambiare il coraggio con l’illusione. Porta a compiere autentici delitti: come quello (l’ha compiuto l’allestimento di «Antichi Maestri» presentato dal Festival nello stesso Cortile delle Carrozze) di mettere un attestato di fiducia nel teatro in bocca a uno, Thomas Bernhard, che ha scritto: non c’è «davvero niente che detesti di più dell’arte drammatica».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 5/8/2020)

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