Quel detective chiamato Ruccello

Maria Pia Calzone in un momento di «Week-end» , dato nel cortile del Maschio Angioino (le foto che illustrano questo articolo sono di Marco Ghidelli)

Maria Pia Calzone in un momento di «Week-end» , dato nel cortile del Maschio Angioino
(le foto che illustrano questo articolo sono di Marco Ghidelli)

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Mi dispiace, ma non se n’esce: la rassegna «Scena Aperta», organizzata dallo Stabile di Napoli nel cortile del Maschio Angioino, è cominciata male, con l’arbitrario allestimento de «La Chunga» di Vargas Llosa da parte di Pappi Corsicato, ed è finita peggio, con il riduttivo e fuorviante allestimento di «Week-end» di Ruccello da parte di Enrico Maria Lamanna. Ma, a proposito di quest’ultimo spettacolo, occorre innanzitutto raccontare un antefatto.
La sera del 12 settembre 1996 Lamanna presentò in «prima» nazionale al «Comunale» di Benevento, nell’ambito della XVII edizione di «Città Spettacolo», un suo allestimento di «Notturno di donna con ospiti». C’era in sala la mamma di Ruccello, perché proprio in quel giorno, dieci anni prima, Annibale ci aveva lasciati.
Di «Notturno di donna con ospiti» conoscevamo due versioni, quella «ufficiale» e un’altra precedente, in sostanza simile e intitolata «Una tranquilla notte d’estate». Entrambe erano comprese nel volume, pubblicato nel ’93 da Guida a cura di Luciana Libero, che accoglieva l’opera teatrale completa di Ruccello. Ma nello spettacolo di Lamanna si riscontrava qualcosa di completamente diverso, sia rispetto alla prima che alla seconda versione: diversa la trama, diversa la «struttura» dei personaggi e, soprattutto, diversi i temi, le atmosfere e i risvolti «ideologici».
Lamanna sostenne di aver portato in scena un copione regalatogli da Ruccello molti anni prima. E certo, non c’erano elementi per mettere in dubbio le sue affermazioni. Ma stava di fatto che a quell’inedito copione nessuno – stranamente – aveva mai accennato nelle mille interviste e conferenze stampa rilasciate e organizzate circa lo spettacolo in questione. E nessuno – nemmeno i più stretti sodali e collaboratori di Ruccello, da Lello Guida ad Enzo Moscato e Francesco Silvestri – ne aveva mai saputo niente. Del resto, la sera della «prima» venne distribuito in fotocopia, ai critici presenti a Benevento, per l’appunto il testo della versione «ufficiale» di «Notturno di donna con ospiti», quella che lo stesso Annibale, sia pure con qualche modifica, aveva portato in scena, debuttando al Teatro Nuovo di Napoli il 24 novembre dell’83.
Comunque, lo spettacolo di Lamanna, spinto in una dimensione a metà fra il Grand Guignol e la commediola sexy all’italiana, giungeva sino al punto di ridurre a una squallida pomiciata la scena del ballo accompagnata da Mina che canta «I giardini di marzo» di Battisti, cancellando completamente la commozione, tale da togliere letteralmente il fiato, che quella scena suscitava nell’allestimento dell’autore. E vengo, adesso, a «Week-end».
Come sappiamo, Ruccello definì i suoi personaggi «figure deportate»: deportate, s’intende, dalla loro cultura originaria e genuina. E Ida, la zitella zoppa protagonista di «Week-end», rientra a pieno titolo fra quelle figure: non solo perché, sul piano meramente esterno, è – come recita la didascalia iniziale – «una professoressa di lettere di origini meridionali trapiantata a Roma ormai da molti anni», ma anche e soprattutto per un ben più sostanziale motivo d’ordine interno. La stessa didascalia iniziale sottolinea il fatto che – nel primo quadro, durante una lezione di ripetizione a Marco – lo «spiccato accento romano» del ragazzino «contrasta con la molle cadenza linguistica di Ida».

Totò Onnis e Maria Pia Calzone in un altro momento dello spettacolo, diretto da Enrico Maria Lamanna

Totò Onnis e Maria Pia Calzone in un altro momento dello spettacolo, diretto da Enrico Maria Lamanna

Senonché, qualcosa d’insolito e d’inquietante s’insinua progressivamente nell’asfittico ambiente in cui vive Ida e nel grigio tessuto delle sue abitudini «proverbiali». Sarà, per esempio, il fatto che lei, dopo aver pignoleggiato con Marco su Leopardi e Dostoevskij e dopo aver messo sul giradischi l’«Eine Kleine Nachtmusik» di Mozart, può indifferentemente cercare alla radio un canale che trasmette musica leggera. O saranno certi repentini scatti d’irritazione che la portano addirittura a schiaffeggiarlo, quando coglie in Marco pruriginose fantasie. E qui è la parte più bella – e dolorosa e lancinante – del testo: sul filo di una feroce assunzione di tutti gli stereotipi della cultura di massa, le battute, brevissime e ineffettuali, acquistano lo stesso ritmo spento dello stillicidio dei giorni, quasi paralizzate dall’illusione che – nei minimi interstizi fra l’una e l’altra, come nei sussulti della coscienza fra l’uno e l’altro giorno – possa per ipotesi accamparsi la vita.
A Ida, però, l’autore attribuisce anche una seconda faccia: quella di una virago assatanata che, a metà fra la Cianciulli e la Bette Davis di «Che fine ha fatto Baby Jane?», immagina (e in ciò, naturalmente, richiama l’Adriana di «Notturno di donna con ospiti») di assassinare i suoi giovani e occasionali amanti, lo studente Marco, appunto, e l’idraulico Narciso. È il solo modo che ha a disposizione per ribellarsi ed affermarsi. Ed ecco il punto. Nel momento in cui, continuando quel delirio, le si affaccia alla mente il terrore d’essere stata scoperta, Ida si chiude nell’armatura protettiva di un recupero della propria cultura e del proprio dialetto originari: sotto specie del vaneggiante racconto di una favola-incubo ad alta e lucidissima stratificazione linguistica, quella de «la signora co lo zampone» che le ripeteva la mamma quando lei, da piccola, s’intestardiva a non voler mangiare.
A questo si riferiva Ruccello quando, in un ciclostilato distribuito a mo’ di programma di sala in occasione del suo allestimento, dichiarava fra l’altro: «”Week-end” è una storia di depistamenti. Ciò che avviene in scena, ciò che viene detto è irrilevante di fronte a ciò che non viene detto, di fronte a ciò che avviene fuori scena»; e ancora: «”Week-end” è un tentativo, un esperimento sulla paranoia potenziale degli spettatori. Dovrebbe indurre al sospetto, al presumere, all’indagare».
Ma Lamanna riduce quelle dichiarazioni all’ultima frase, e la prende alla lettera: sicché, nelle note di regia, insiste su Patricia Highsmith e sul cinema thriller e horror, prendendo atto, d’accordo, di certe passioni di Ruccello, e però – dal momento che trascura il resto – precipitando nelle sabbie mobili del realismo. E faccio al riguardo l’esempio di una sua scelta che mi pare assolutamente emblematica, la sostituzione dell’«Eine Kleine Nachtmusik» di Mozart con il «Canone» di Pachelbel.
In «Eine Kleine Nachtmusik» c’è la maestria sicura acquisita da Mozart a Vienna (il qui e ora), ma c’è pure il clima festoso e amabile di Salisburgo (la fuga da quella maestria verso un approdo non codificato). E questo è in perfetta sintonia con «Week-end». Nel «Canone» di Pachelbel, invece, non c’è che il proliferare di variazioni che il basso ostinato offre ai violini. E quindi c’è, per l’appunto, solo il realismo della maestria in sé.
In tal direzione va anche, per fare un altro esempio, il vistoso tutore che Lamanna applica alla gamba sinistra di Ida, laddove Ruccello si limita a dire che la donna «nel camminare si rivelerà leggermente claudicante». E insomma, sia lo Stabile di Napoli che il Napoli Teatro Festival Italia hanno perso un’occasione: proponevano negli stessi giorni Viviani e colui, Ruccello, che di Viviani si considerava un erede, ma lo hanno fatto attraverso spettacoli molto lontani dall’auspicabile riflessione sul rapporto fra quei due autori e, dunque, sulla nostra tradizione teatrale alta.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 4/8/2020)

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