Sulla spiaggia e di là da Viviani

Aniello Arena e Alessandra D'Elia in un momento di «Pescatori», dato sulla spiaggia della Rotonda  Diaz (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Aniello Arena e Alessandra D’Elia in un momento di «Pescatori», dato sulla spiaggia della Rotonda Diaz
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Prima di parlare dell’allestimento di «Pescatori» che la Galleria Toledo ha presentato per la regia di Laura Angiulli alla Rotonda Diaz, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia, occorre sottolineare ancora una volta che in quella tragedia convergono, e deflagrano al massimo livello dell’espressività drammaturgica, tutti i fondamenti ideologici, tutti temi decisivi e tutti i connotati formali del teatro di Viviani. A cominciare, naturalmente, dalla lingua.
Lo ripeto. Nel caso di Viviani siamo di fronte a una lingua autentica, e potente e originale insieme: che, cioè, non si limita ad essere connotativa (ossia, rispetto agli ambienti e ai personaggi, puramente descrittiva), ma è al contrario, costantemente e strenuamente, una lingua costitutiva. E forse è opportuno, nel merito, riandare alla famosa formula di Sartre circa il linguaggio come «corpo verbale»: poiché, se è vero che io sono linguaggio, che ciascuno di noi è il linguaggio che parla, ecco che anche i personaggi di Viviani (o i vicoli e le piazze in cui si muovono) sono esattamente la lingua che parlano (o che li evoca).
In breve, è una simile lingua a costituire la prova inconfutabile della statura eccezionale di Viviani. Viviani è un autore grandissimo perché, servendosi di quella lingua, come tutti gli scrittori suoi pari mette in campo – contemporaneamente – un estremo realismo, una capacità straordinaria di catalogazione e illustrazione dei singoli elementi di un ambiente, di un personaggio, di una situazione, e il sistematico slittamento di quel realismo in una dimensione altra, vale a dire astratta e simbolica. Ed è un errore, dunque, mettere in scena Viviani nella chiave (quella che, purtroppo, viene di solito adottata) del semplice bozzettismo, e per l’appunto di stampo esclusivamente realistico. Giacché, per arrivare subito al nocciolo della questione, Viviani, come autore, va collocato tra due poli che sono da un lato, quello più vicino a noi, le avanguardie storiche (il futurismo, l’espressionismo, il surrealismo) e dall’altro, quello «ancestrale», la tragedia greca classica.
Secondo me, infatti, ancora non è stato approfondito come sarebbe necessario il legame strettissimo che si riscontra fra i testi di Viviani e quelli dei grandi tragici greci. Esistono, al riguardo, delle parentele, estremamente evidenti, d’ordine strutturale: dai titoli (che so, giusto «Pescatori», o «Zingari» e «Padroni di barche»), costituiti da categorie collettive esattamente come avveniva nella tragedia greca (vedi, sempre per fare qualche esempio, «Persiani», «Coefore», «Troiane»), alla presenza costante e determinante del coro. Ed esiste, soprattutto, la presenza non meno costante e determinante della vittima sacrificale: giacché in ogni testo di Viviani c’è un personaggio che fin dall’inizio risulta connotato come tale; e questo, fra l’altro, ci porta all’impianto decisamente ritualistico di quei testi.
Di questo, come ho detto all’inizio, «Pescatori» costituisce un riscontro esaustivo. I connotati della tragedia greca ci sono proprio tutti: le tre unità aristoteliche di luogo, tempo e azione, il coro (addirittura diviso in due semicori, quello maschile e quello femminile, e che non solo dà il titolo al lavoro ma, per di più, realizza materialmente le introduzioni ai tre atti), la musica e il canto come specchio dello stretto rapporto d’interdipendenza fra la «tyche» (l’evento, ovvero la quotidianità) e la dimensione altra dell’inconoscibile (il destino o la volontà degli dei) e, infine, la vittima sacrificale (qui il «capoparanza» Dummineco, che non a caso verrà ucciso dal figliastro Cicciariello, della cui sorella Catarina ha abusato, per l’appunto nel corso di un preciso rituale: quando le barche, per festeggiare una pesca insolitamente abbondante, partono per un’escursione celebrativa al suono di chitarra e mandolino).

Alessandra D'Elia e Pietro Pignatelli in un altro momento dello spettacolo, diretto da Laura Angiulli

Alessandra D’Elia e Pietro Pignatelli in un altro momento dello spettacolo, diretto da Laura Angiulli

Riflettiamo, al riguardo, sul famoso canto «’E piscature». La sua prima quartina suona: «’E vuzze d’ ‘o ssicco, cu ll’uommene attuorno, / cu “Oh tira!” e cu “Oh venga!” se scenneno a mmare. / Se forma ‘a paranza, va fore e scumpare / e a buordo, surtanto, se danno ‘o buongiorno». E sono versi che illustrano come meglio non si sarebbe potuto tutto quanto ho accennato sinora.
Viviani comincia con una descrizione estremamente precisa e dettagliata dell’operazione di «scendere» (ossia di trascinare) in mare le barche da pesca, nella circostanza i gozzi. Le «voci» lanciate dai pescatori («Oh tira!», «Oh venga!») servono, in pratica, a «sostenere» la fatica, e sono esattamente quelle che risuonavano un tempo. E consideriamo (anzi, sentiamo) l’eccezionale forza mimetica di questa lingua: i gozzi vengono trascinati in mare «d’ ‘o ssicco», cioè dalla terraferma, che, rispetto all’acqua, è per l’appunto «secca». Ma Viviani lo dice con un’immagine verbale assolutamente pregnante, che trasforma l’aggettivo («sicco») in un sostantivo («’o ssicco») e quest’ultimo, di conseguenza, in vero e proprio personaggio.
Senza dubbio, una «pennellata» degna dei grandi pittori impressionisti. Subito dopo, però, comincia il predetto slittamento di senso in una dimensione altra: «Se forma ‘a paranza, va fore e scumpare». Perché «scumpare»? Viviani avrebbe potuto limitarsi a dire «va fore». Dice, invece, «va fore e scumpare». E aggiunge: «e a buordo, surtanto, se danno ‘o buongiorno». Sì, è tutto molto realistico. Eppure la scelta delle parole, i ritmi, i suoni ci trasportano, ripeto, in una dimensione che di realistico non ha più nulla: qui, insomma, si sta svolgendo – giusto – un’autentica cerimonia rituale, è come se si fosse costituito un gruppo di sacerdoti che, una volta avviato il meccanismo esteriore del loro rito (il trascinamento delle barche in mare), cominciano – per così dire – a parlare in latino (dandosi il buongiorno, e cioè riconoscendosi fra loro quali membri della stessa «setta», soltanto «a bordo» e dopo essere «scomparsi»), come un tempo facevano i preti di fronte ai fedeli che non capivano niente.
Ma nemmeno l’ombra di tutto questo si riscontrava sulla spiaggia della Rotonda Diaz. I tre atti di Viviani ridotti al «bignamino» di un’ora di spettacolo, quella lingua potente affogata in un pedestre tono declamatorio, «’E piscature» spezzettato in frammenti sparsi qua e là come un immotivato e stucchevole intercalare. E si finiva, così, in quella sceneggiata che Viviani chiamò la puttana dell’arte. Viene spontaneo riassumere un simile aborto con la parafrasi del celebre titolo di Mario Tobino: sulla spiaggia e di là da Viviani.
Aggiungo solo che le cose che ho detto qui su Viviani e «Pescatori» le dissi anche, nel 2011, durante il convegno «La lingua italiana e il teatro delle diversità», realizzato dall’Accademia della Crusca nel quadro delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità. E vennero giudicate tanto importanti che successivamente, nel corso di una cerimonia svoltasi alla Pergola di Firenze, l’allora presidente dell’Accademia, Nicoletta Maraschio, mi donò una copia della ristampa anastatica della prima edizione del vocabolario della Crusca, datata 1612. Lo dico per fornire un’ennesima dimostrazione del fatto che altrove la grande tradizione nostra viene onorata a dovere, mentre a Napoli ce ne riempiamo la bocca ad ogni pie’ sospinto ma poi, fin troppo spesso, ce la mettiamo sotto i piedi, con prosopopea pari soltanto all’insipienza.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 1/8/2020)

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2 risposte a Sulla spiaggia e di là da Viviani

  1. Salvatore Ferrari scrive:

    Mi soffermo in particolare sulla frase “Viviani è un autore grandissimo… come tutti gli scrittori suoi pari…” della splendida e analitica recensione di “Pescatori” riportata in questo blog e mi chiedo perché questo grandissimo autore è poco conosciuto e poco rappresentato a livello internazionale.
    In occasione dei “Cantieri Viviani” suggerii di organizzare una tavola rotonda tra i massimi esponenti del teatro e degli studiosi di teatro (come ad esempio Mario Martone, Emma Dante, Ruggero Cappuccio, lei, Roberto Andò) sul tema “Perché Raffaele Viviani non appartiene ai grandi del teatro?”.
    La risposta potrebbe essere ricercata nel fatto che non esistono registi al livello di Peppino Patroni Griffi che mettano in scena i testi di questo meraviglioso autore?
    Salvatore Ferrari

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Salvatore,
    non è così: ricordo di aver visto al Piccolo di Milano, nel 2006, un ottimo allestimento de “I dieci Comandamenti” prodotto dalla Volksbühne dell’ex Berlino Est e diretto da Christoph Marthaler, uno dei maggiori registi di oggi. Il problema, piuttosto, va ricercato nell’estrema complessità di Viviani, a partire, come ho cercato di dimostrare, dalla sua lingua assolutamente fuori dal comune. Ed esiste, poi, anche il problema costituito dal fatto che il gran numero di personaggi presente in ogni testo di Viviani implica costi di allestimento difficilmente sopportabili, soprattutto nella situazione attuale.
    Enrico Fiore

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