Finalmente uno Stabile «eccentrico»

Lo slogan della stagione 2020-2021 del  Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, la prima firmata da Roberto Andò

Lo slogan della stagione 2020-2021 del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, la prima firmata da Roberto Andò

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Ho seguito l’altro ieri – in «diretta streaming», come si dice nell’orribile linguaggio diffuso dai «media» odierni – la conferenza stampa con cui, al Mercadante, è stato presentato il primo cartellone dello Stabile di Napoli (adesso si chiama Teatro di Napoli-Teatro Nazionale) firmato dal suo nuovo direttore, Roberto Andò. E di quel cartellone non posso che dichiararmi soddisfatto: perché contiene tutto quello ch’era mancato nei dieci anni della direzione De Fusco e tutto quello che mi aspettavo da Andò.

Roberto Andò

Roberto Andò

Come forse qualcuno ricorderà, sul «Corriere del Mezzogiorno» salutai la nomina di Andò con favore e convinzione massimi: non solo, scrissi, per l’alto livello culturale e professionale della persona, ma anche e soprattutto perché segna il passaggio da un’idea di teatro vecchia (quella del teatro concepito essenzialmente come rappresentazione e intrattenimento) a un’idea di teatro in linea con i tempi (quella del teatro concepito come mezzo per stimolare l’esercizio di un pensiero critico nei confronti del mondo, della vita e della società).
Ebbene, Andò, per il primo suo spettacolo nuovo inserito nel cartellone, ha scelto – a fronte di quelli dei soliti Molière, Pirandello, Goldoni, Shakespeare, Euripide, Sofocle, Brecht, Eschilo e Cechov privilegiati dal suo predecessore – addirittura un testo («Piazza degli Eroi», mai prima messo in scena in Italia) di Thomas Bernhard: vale a dire di colui che si colloca fra i più importanti scrittori contemporanei per il fatto che tutti i suoi testi, teatrali o narrativi che siano, non costituiscono altro che varianti rispetto a due temi centrali, fissi, onnivori e svolti con eroica e lucidissima determinazione: la circolarità coatta dell’esistenza, che soltanto la morte può spezzare, e la vita sentita unicamente come abitudine e, peggio, fardello tanto rifiutato quanto inevitabile.
A Bernhard Andò aveva accennato nel corso dell’intervista pubblicata ancora dal «Corriere del Mezzogiorno», rispondendo alla mia domanda circa gli autori che, secondo lui, meglio degli altri possono aiutarci a capire quello che ci sta capitando e a prevedere in qualche modo ciò che dovremo affrontare nel dopo-virus. E aveva citato, di Bernhard, una battuta del «Minetti»: «Non dobbiamo capitolare / capitolare no / se cediamo è la fine di tutto / se cediamo un solo istante».

Carlo Cerciello (foto di Tommaso Le Pera)

Carlo Cerciello
(foto di Tommaso Le Pera)

Ecco, il primo dato di fatto è che Roberto Andò non parla tanto per parlare, e non spara nomi tanto per pavoneggiarsi: parla dopo aver pensato e pronuncia i nomi che direttamente vengono suggeriti e, di più, imposti da quel pensiero. Così, il testo di Bernhard che ha scelto di portare in scena – un vero e proprio testamento – si riferisce all’annessione dell’Austria alla Germania nazista, e dunque rimanda all’attualità del preoccupante rigurgito, in Europa, delle pulsioni di destra.
Non poteva tradursi meglio, nella realtà operativa del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, ciò che Andò ha detto in apertura del suo intervento alla conferenza stampa dell’altro ieri: «Allontanandoci l’uno dall’altro, la pandemia ci costringe a riflettere sul senso della vita e sul senso del teatro». E del resto, all’«eccentricità» (nel significato etimologico del termine, di lontano dal centro, ossia di lontano dall’«ufficialità», dalle pigre abitudini, dalla separazione, appunto, fra il teatro e la vita) si collega la stessa apertura della stagione al Mercadante: affidata alla messinscena, da parte di Carlo Cerciello, de «I manoscritti del diluvio» Michel Marc Bouchard.
Figuriamoci, un autore che è stato definito «il Genet del Québec». E ne «I manoscritti del diluvio» parla dell’emarginazione degli anziani, dicendo fra l’altro nella nota d’introduzione al testo: «Il diluvio è una metafora complessa che rappresenta la fine di un mondo e la nascita di uno nuovo», «Il diluvio è la moda oppressiva del “young is beautiful” e «(…) le nostre culture e le nostre memorie sono comparabili a quei vecchi che lottano contro una sparizione inevitabile».

Emma Dante

Emma Dante

Possiamo agevolmente pensare a un’analogia con la situazione indotta dal Covid-19. E circa le parole ipocrite con cui giornali e televisioni hanno commentato la fine terribile di tanti anziani nel silenzio della lontananza e degli affetti, possiamo riflettere utilmente sul fatto che il centro del teatro di Bouchard sta, per l’appunto, in un impietoso atto d’accusa contro l’impotenza, la menzogna e la mercificazione delle parole: una requisitoria potente, allucinata e lancinante insieme.
Si collega a questo – e parla della coerenza che costituisce un altro merito rilevante del cartellone 2020-2021 del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale – la scelta inusuale e coraggiosa di dare spazio alla poesia, con un progetto speciale dedicato a Franco Marcoaldi. Per l’occasione si ricostituirà la coppia formata da Marcoaldi e Toni Servillo, che già diede vita, nel 2004, allo splendido spettacolo «Benjaminowo: padre e figlio». Uno spettacolo che non a caso si collocava su una terra di nessuno temporale e il cui testo – contro il rischio della retorica, sempre incombente sull’ideologia e sui sentimenti – innalzava in funzione straniante la barriera della rima. Uno spettacolo da cui sembrava che si levasse l’antica preghiera ebraica: «Avvicinaci il giorno che non sarà né giorno né notte, / o Altissimo, fa conoscere che Tuo è il giorno e Tua la notte, / fa splendere come luce il buio della notte».

Mario Martone

Mario Martone

Accanto all’«eccentricità» – di cui costituirà un altro segno eclatante la messinscena da parte di Mario Martone de «Il filo di mezzogiorno» di Goliarda Sapienza, seconda tappa di quella che la scrittrice siciliana definisce «autobiografia delle contraddizioni» – un non meno decisivo connotato di questo cartellone è poi la pluralità. Prima, nell’«interno» dei cartelloni dello Stabile di Napoli c’era sempre lo stesso «gruppo di famiglia». Nel giro di appena qualche anno Gaia Aprea ha interpretato tutti i più grandi personaggi femminili della storia del teatro, roba che non riuscì nemmeno a Sarah Bernhardt e ad Eleonora Duse nell’intera loro carriera; adesso, si rincorrono – a prescindere dai citati Martone, Servillo e Cerciello – i vari Renato Carpentieri, Emma Dante, Mimmo Borrelli, Enzo Moscato, Marco Baliani, Davide Iodice, Silvio Orlando, Valter Malosti, Andrée Ruth Shammah, Lino Musella, Andrea De Rosa, Armando Punzo. Ho il vago sospetto che ci abbiamo guadagnato qualcosa.
Ma la pluralità non significa solo il gran numero di presenze qualificate all’interno del cartellone. Significa anche, e soprattutto, l’aprirsi del cartellone medesimo a realtà di spicco esterne al Teatro di Napoli-Teatro Nazionale. Penso innanzitutto alla sinergia che, d’accordo con Laura Valente, Andò ha stabilito con il Museo Madre, in cui andranno in scena «’Nzularchia» di Borrelli e «L’ultimo nastro di Krapp» proposto da Tonino Taiuti. E penso, insieme, alla coproduzione con Emilia Romagna Teatro di «Padri e figli» di Turgenev proposto da Fausto Russo Alesi nella traduzione e nell’adattamento di quel grande slavista e grande amico mio che si chiama Fausto Malcovati.

Toni Servillo

Toni Servillo

Turgenev, lo sappiamo, fu il cavallo di battaglia di tutti i «mattatori» per antonomasia, da Zacconi e Novelli a Ricci e Randone; e sarà oltremodo interessante vedere come lo tratterà un mattatore che si nega in quanto tale come Russo Alesi. Ma cito la coproduzione fra Teatro di Napoli-Teatro Nazionale ed Emilia Romagna Teatro soprattutto per un altro motivo.
Emilia Romagna Teatro è il più importante organismo di produzione pubblico italiano. Ma è anche una realtà che coltiva il sentimento forte di quei rapporti umani che mai come oggi occorre ritrovare o rinsaldare. Il 27 giugno scorso, giorno in cui compivo ottant’anni, Emilia Romagna Teatro mi ha fatto mandare a casa un cesto di fiori. Per un momento mi sono sentito come una diva dell’Ottocento.

                                                                  Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 26/7/2020)

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2 risposte a Finalmente uno Stabile «eccentrico»

  1. Maurizio Giordano scrive:

    …il che, certo, resta un inizio: perché la pluralità, in fondo, racconta sì di una vivacità e ricchezza teatrale, ma narra anche di una presenza di soliti noti, alcuni strepitosi e amati, altri già stantii, da tempo presenti con messinscene simili su palcoscenici nazionali. L’apertura di Cerciello, meravigliosa, non può, però, nascondere che non c’è un solo nome “nuovo”, né che il Teatro Stabile si affida più alla statura dei registi inseriti nel cartellone che alla dimensione che gli spetterebbe, quella della ricerca. Buona vita, maestro!
    Maurizio Giordano

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile Maurizio,
    siamo d’accordo: per l’avvenire lo Stabile di Napoli (adesso si chiama Teatro di Napoli-Teatro Nazionale) dovrà dare più spazio ai tanti giovani che, pur ignorati dalle istituzioni e dai critici, continuano con coraggio e sacrificio a impegnarsi nella ricerca. Il rischio, altrimenti, è che ai “soliti noti” di De Fusco si sostituiscano i “soliti noti” di Andò. E sarebbe una riedizione del famigerato “spoil system”.
    Buona vita anche a lei.
    Enrico Fiore

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