Città di mare con Gava

Il cantiere  navale di Castellammare

Il cantiere navale di Castellammare

Riporto la rievocazione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Sono davvero tirato per i capelli a intervenire nel dibattito su Castellammare innescato dall’articolo di Matteo Cosenza. Perché io, pur non essendoci nato, a Castellammare ho trascorso più di metà della vita. E, come se non bastasse, i primi passi nel giornalismo li mossi, nella redazione napoletana de «Il Tempo», scrivendo proprio dei problemi di Castellammare analizzati da Cosenza e da quanti, poi, si son succeduti nella discussione circa gli stessi.
Peraltro, la mia esperienza al riguardo concerne anche un singolare accadimento nella storia del giornalismo nostrano.
La redazione napoletana de «Il Tempo», quotidiano di centro-destra, rappresentava un’isola indipendente. Era non solo una delle ultime scuole di giornalismo (fu lì, tanto per fare qualche nome, che impararono il mestiere Ermanno Corsi, Dino Satriano, Augusto Muojo, Marco Pellegrini, Luciano Grasso, Emilio Miletti e Gianni Campili), ma anche una sorta di cenacolo in cui, quasi quotidianamente, si riunivano gl’intellettuali di punta della sinistra cittadina, ovviamente tutti comunisti: il severo e acuto Paolo Ricci, pittore e critico teatrale de «l’Unità»; il grande Luigi Compagnone, maestro d’«amara scienza» napolitana, che un giorno tuonava incazzato che non era più possibile votare per il Pci e il giorno dopo sosteneva ispirato che non era possibile non votare per il Pci; il tormentato Luigi Incoronato, ch’era segretario della sezione comunista alla Ferrovia e poi si uccise col gas (scrisse in un biglietto al figlio Fabio: «… il male mi ha vinto, meglio concludere»); Vittorio Viviani, che scriveva – appunto per le pagine napoletane de «Il Tempo» – profondissime recensioni musicali (particolarmente illuminanti circa il rapporto della musica con la storia e la società); l’altissimo Bepi Lecaldano, che nella Cinquecento di Mimì Petrocelli – quest’ultimo era il caposervizio di quella redazione, e faceva da autista agli altri perché non sapevano guidare – poteva stare solo in piedi, sporgendo («da la cintola in sù tutto ‘l vedrai») fuori del tettuccio apribile…
Dunque, fu in un clima e tra personaggi del genere che cominciai a scrivere per un giornale. E approfittando del fatto che Arturo Assante – insieme amministratore delegato della S.E.R., editrice de «Il Tempo», e capo della redazione napoletana – ce l’aveva a morte coi Gava, che fra l’altro lo avevano allontanato dalla direzione del «Corriere di Napoli», potevo impunemente pubblicare su quelle pagine articoli di cronaca su Castellammare, per l’appunto il feudo dei Gava, che sarebbero risultati troppo «spinti» sinanche sulle pagine de «l’Unità».
Figuriamoci che avevo come fonte Alfonso Di Maio, consigliere comunale stabiese del Psiup. E riportavo con tale fedeltà le sue opinioni, le stesse da lui espresse in consiglio comunale, che un giorno l’avvocato Roberto Gava, il potente capogruppo della Dc, lo accusò pubblicamente – giusto durante un’infuocata seduta del consiglio comunale – di scrivere sotto falso nome per un giornale di destra.
Purtroppo esistevo davvero. Licenziarono mio fratello, che insegnava elettrotecnica teorica in un istituto tecnico privato di Castellammare controllato dai democristiani, e sospesero la misera pensione sociale di mia madre. La reazione più diretta, quella contro di me personalmente, si ebbe però quando, il 25 novembre del 1965, pubblicai, sotto il titolo d’apertura a quattro colonne «Un macabro “intrallazzo” / sull’area del camposanto», un articolo in cui diedi spazio alle voci riguardanti una manovra – orchestrata dalla giunta comunale guidata dal sindaco, il notaio Francesco Saverio D’Orsi, e dal citato Roberto Gava – che tendeva a rivendere come suolo edificabile l’area di oltre venticinquemila metri quadrati in precedenza acquistata a prezzi di esproprio per costruirvi il nuovo cimitero.
L’articolo iniziava rilevando che a Castellammare neppure i morti si salvavano e, non che il riposo eterno, trovavano persino nella loro ultima dimora chi si preoccupava di turbarne il sonno; e terminava così: «Ahi, padre Foscolo, dov’è mai la mesta e civile poesia del tuo carme? Si doveva vedere anche questa, che in piena èra democristiana non a “egregie cose” accendono i sepolcri, bensì a nuovi e più impensati intrallazzi».

Le vecchie terme di Castellammare

Le vecchie terme di Castellammare

«Il Popolo», l’organo ufficiale della Democrazia Cristiana, mi riservò il 28 novembre l’onore di un editoriale che, firmato da Gaetano Trosino, approdava alla conclusione minacciosa: «lasciamo guazzare nella cloaca della insinuazione l’articolista, mentre confidiamo nella forza della giustizia cui i colpiti si sono affidati». E nella stessa pagina, sotto il titolo «Gava querela “Il Tempo”», compariva questo trafiletto: «Il sindaco di Castellammare di Stabia, quale rappresentante della amministrazione comunale, e l’avv. Roberto Gava hanno dato mandato all’avv. Giovanni Passeggia di presentare querela contro l’estensore dell’articolo “Macabro intrallazzo sulla area del camposanto” pubblicato sulla pagina napoletana de “Il Tempo” del 25 novembre 1965».
Al processo, però, non si giunse mai, poiché D’Orsi e Roberto Gava lasciarono scadere i termini per registrare la querela. Ma quel ch’è troppo è troppo. E così, alla prima occasione utile (e proprio alla vigilia di assumermi con un regolare contratto), mi sbatterono fuori da «Il Tempo», dichiarando ufficialmente – per bocca del segretario di redazione romano, Franco Trandafilo, e con la benedizione di Gianni Letta, allora capo dell’Ufficio Province di quel giornale e futuro sottosegretario berlusconiano alla Presidenza del Consiglio – che lo facevano perché ero comunista.
Tutto questo, per tornare al dibattito sui problemi di Castellammare, s’inquadrava nell’immobilismo che non riusciva a conciliare gl’interessi industriali con quelli del turismo. Era stato l’argomento del primo articolo che avevo scritto per «Il Tempo», pubblicato il 18 ottobre 1964. Un progetto ideato dal sindaco comunista Eugenio Postiglione (prevedeva di spostare il cantiere navale alla foce del fiume Sarno, in maniera da poter costruire lì il bacino di carenaggio e, contemporaneamente, da consentire l’espansione del vecchio stabilimento termale, con il conseguente risanamento del circostante quartiere degradato e malfamato) finì nel nulla, per gli opposti veti della speculazione legata al trasferimento delle terme sul Solaro e del Partito Comunista, animato dalla romantica visione di un sito operaio che a nessun titolo si poteva anche solo sfiorare.
Il sindaco Postiglione venne da un momento all’altro silurato. E a me risultò fin troppo facile, nell’articolo del 18 ottobre 1964, stabilire, a proposito di Castellammare, la seguente similitudine: Castellammare, scrissi, è «come un attore che cerchi una determinata espressione usando due tipi di cerone e finendo, in tal modo, per non riuscire a darsi un volto definitivo e aderente al suo ruolo».
D’accordo, forse la similitudine era un po’ peregrina. E certo, ora lo so, incarnava una premonizione del mio inconscio circa la specializzazione, quella di critico teatrale, che nell’ambito del giornalismo avrei in seguito acquisito e praticato. Ma indubbio era che, per restare a una terminologia di natura per l’appunto teatrale, la conciliazione degli interessi industriali e turistici di Castellammare poteva discendere solo da una visione unitaria e globale, scevra dal narcisismo e dal protagonismo dei contendenti sul terreno dell’economia e della politica.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 18/6/2020)

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2 risposte a Città di mare con Gava

  1. Fortunato Calvino scrive:

    Articolo interessantissmo! Grazie, Enrico!
    Fortunato Calvino

  2. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a te dell’attenzione.
    Enrico Fiore

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