Il fantasma di Bobò

Bobò in un momento de «La gioia», il suo ultimo spettacolo al fianco di Pippo Delbono (la foto è di Luca Del Pia)

Bobò in un momento de «La gioia», il suo ultimo spettacolo al fianco di Pippo Delbono
(la foto è di Luca Del Pia)

Riporto la rievocazione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Dunque, lunedì prossimo, 15 giugno, riapriranno i teatri, sia pure con le cautele e le limitazioni imposte dalle circostanze. E il primo a muoversi sarà senz’alcun dubbio Claudio Ascoli, con uno scatto – provocatoriamente in falsa partenza – da far invidia persino a Bolt: appena 15 secondi dopo la fine di domenica 14, esattamente, cioè, a mezzanotte e quindici secondi, per soli 15 spettatori e con biglietto in prevendita a 1,5 euro, ripresenterà negli spazi di San Salvi, l’ex ospedale psichiatrico di Firenze, il suo spettacolo cult «C’era una volta il manicomio».
Questo dilagare del numero 15 Ascoli lo spiega così: «Il 15 è il numero che nella Smorfia sta ad indicare “‘o guaglione”: il ragazzo che abbia eletto per proprio regno la strada, dove sa muoversi con maestria, si diverte, gioca e magari presta la sua piccola opera servizievole nell’intento di procurarsi… un piccolo guadagno». Ma, prima di continuare a parlare di «C’era una volta il manicomio», mi sembra utile, soprattutto a beneficio dei giovani, spendere qualche parola su chi è Claudio Ascoli.
Pur essendo l’ultimo discendente di una delle più illustri famiglie della scena di tradizione napoletana, nel 1973 fondò una storica compagnia underground, «Chille de la Balanza», che ebbe il suo regno (o, meglio, la sua trincea) in un locale di Port’Alba che si chiamava Teatro Comunque, a dire, insieme, della voglia incoercibile di far teatro e della necessità imprescindibile di farlo ad ogni costo, al di là delle angustie economiche e delle pastoie burocratiche.
Poi, nel 1985, «Chille de la Balanza» se ne andarono da Napoli e si trasferirono in Toscana, senza, però, abbandonare la tensione verso l’avventura. Infatti, nel 1998 s’insediarono per l’appunto a San Salvi, l’ex città-manicomio di Firenze, e lì idearono e realizzarono l’evento significativo di cui parliamo: uno spettacolo che, assunto dal Consiglio d’Europa e dall’Unesco come esempio di «passeggiata patrimoniale», si propone di ridestare nei cittadini (fino ad oggi hanno partecipato alla manifestazione in oltre sessantamila, nel corso di circa 600 repliche) la coscienza dello stretto rapporto che li lega, in termini culturali e «politici», a specifici siti e alle specifiche situazioni di vita che vi si sono determinate.
In breve, è la memoria che Claudio Ascoli fa riemergere attraverso il racconto dei manicomi oggi ridotti a ruderi o trasformati in resort turistici: la memoria, nello stesso tempo, delle tragiche storie individuali che fra quelle mura si sono consumate e la memoria di come tali storie individuali sono state, più o meno direttamente, innescate o influenzate dalla grande Storia, ovvero dalla logica spietata della società e delle dinamiche di potere al suo interno dominanti.
Cinque anni fa, il 14 ottobre del 2015, l’evento venne adattato alla realtà dell’ex ospedale psichiatrico «Santa Maria Maddalena» di Aversa. E subito s’imposero, evocate da un filmino sbiadito e traballante, le larve umane che un tempo furono rinchiuse in quell’inferno: più terribile di un lager perché non riconducibile a un sia pur perverso disegno razzistico o politico, ma solo alla cecità assoluta verso la sofferenza dei malati.
Era il primo merito della passeggiata teatrale organizzata da «Chille de la Balanza». Ai partecipanti all’evento non veniva ammannito il solito balletto delle parole, ma veniva sbattuto in faccia il dato di fatto incontrovertibile costituito dalle immagini. E il secondo merito fu che, subito dopo, quei «pellegrini» (ne arrivarono il triplo rispetto ai quaranta previsti) si videro letteralmente trascinati dentro il dato di fatto comunicato dal film: Claudio Ascoli, autentico Virgilio di tal viaggio nella «selva oscura» della follia, insegnava loro come si legavano i matti sulle sedie, oppure, con l’assistenza di Sissi Abbondanza, gli offriva un piatto di spaghetti che dovevano mangiare – appunto come i matti, ai quali erano vietati forchette e coltelli – solo col cucchiaio.

Claudio Ascoli ad Aversa  in un momento di «C'era una volta il manicomio»

Claudio Ascoli ad Aversa in un momento di «C’era una volta il manicomio»

Ma poi, chi erano i matti del manicomio di Aversa, che – istituito l’11 marzo del 1813 da Gioacchino Murat – risultava il più antico d’Italia? C’era fra loro, per esempio, quel Felice Persio che salutò gl’illustri psichiatri lì arrivati per il secondo Congresso Freniatrico, nel settembre del 1877, con la seguente sestina: «Egli ha una mente, ma pensier no’l scuote, / Egli ha il suo sguardo, e il bello, il ben, non vede, / Egli ha il suo labbro, e ragionar non puote, / Egli ha il suo core, ma non ama o crede; / Egli è morto, ma è vivo al suo dolore, / Egli è vivo, ma è morto ad ogni onore».
Già, il «matto» che spiegava chi è il «matto» ai professoroni incaricati di curarlo. E quelli giù a prendere appunti mentre lui declamava, c’era davvero del metodo nella sua follia. E infine, nell’eco dei versi di Persio, la passeggiata – sotto la pioggia che imperversava quella sera – lungo i viali disastrati dell’ex manicomio, il buio appena forato dai cellulari e l’abbaiare iroso dei cani. Fino a un locale restaurato alla men peggio da un’associazione di giovani che, non a caso, s’era chiamata «Don Chisciotte».
La chiusura, emozionante, con gli spettatori disposti in cerchio a leggere i versi dei ricoverati. Uno diceva: «Vorrei pensare che non ho esigenze strane, / ma ho solo una gran voglia di fare / per questo io vi canto una canzone, / sperando che mi stiate ad ascoltare. / E non venite a dirmi che sono cazzate, / perché son bombe atomiche disinnescate / dentro di me»; e un altro, più semplicemente: «Avrei voluto le cose che avete avuto voi».
Al termine della lettura, ciascuno dei partecipanti all’evento strinse forte le mani dei suoi vicini. E quel cerchio divenne il simbolo che mi spinse a pensare che la situazione odierna, purtroppo, non appare diversa, poiché, se è stato eliminato il manicomio, non è stato eliminato ciò che stava dietro il manicomio. Scontiamo, tutti, la stessa condizione che fu degli ex matti. I meccanismi di potere insiti nella società capitalistica ci privano del nostro «status» di persone e, dunque, della possibilità di stabilire un contatto vero e proficuo con gli altri. Siamo dei semplici numeri su un cartellino, appunto com’erano i ricoverati negli ospedali psichiatrici.
Quella considerazione appare oggi, nei tempi del distanziamento imposto dal coronavirus, in qualche modo profetica. Perciò, del resto, Claudio Ascoli ha aggiunto al titolo dell’evento un punto interrogativo: per dire che il manicomio non solo c’era una volta, ma c’è ancora. E comunque, a me personalmente capitò, nella sera di tregenda del 14 ottobre 2015, una cosa che ha dell’incredibile.
I ragazzi della «Don Chisciotte» avevano accumulato alla rinfusa su un tavolino, in una stanza all’oscuro (ovviamente, all’ex manicomio di Aversa la luce elettrica era stata tagliata), alcune delle cartelle cliniche dei pazienti del passato. E da quel mucchio, sepolto nella polvere e nell’oblio, ne estrassi a caso una che sulla copertina recava il cognome Cannavacciuolo e il nome Vincenzo.
Naturalmente, non mi dicevano nulla quel cognome e quel nome dai caratteri scoloriti. Ma quando aprii la cartella m’imbattei – un corto circuito al cervello e un tuffo al cuore – nella fotografia di Bobò: sì, il microcefalo sordomuto che Pippo Delbono prese con sé dopo i quarant’anni di solitudine e di dolore che appunto nel manicomio di Aversa gli erano toccati. Il fantasma di Bobò – diventato in quanto tale l’autentica star degli spettacoli di Pippo, e come ogni stella murato nella lontananza – tornava per reclamare la verità estrema e assordante del proprio corpo di persona.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 11/6/2020)

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