Quando sparì il confine fra gli artisti e i critici

Un momento di «Avventure al di là di Tule» di Mario Martone, dato allo Spazio Libero di Vittorio Lucariello (la foto è di Fabio Donato)

Un momento di «Avventure al di là di Tule» di Mario Martone, dato allo Spazio Libero di Vittorio Lucariello
(la foto è di Fabio Donato)

Riporto la rievocazione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Il viaggio a ritroso nei «miei» teatri si conclude allo Spazio Libero. E non poteva essere diversamente: perché solo nella «cantina» del Parco Margherita, governata da quel Vittorio Lucariello che ha tenuto a battesimo tutta la più avanzata ricerca teatrale, io – nello svolgere la funzione di critico – mi son sentito vivo. Nel senso che non avvertivo alcuna differenza tra la funzione di critico e qualsiasi altra cosa avessi fatto o facessi. Pensavo e mi comportavo, facendo il critico, esattamente come pensavo e come mi comportavo in situazioni e rispetto a problemi di natura assolutamente dissimile.
Del resto, in sintonia con la vita (e quindi al di fuori di ogni premeditazione o calcolo) si determinavano, puntualmente, anche i rapporti con i giovani protagonisti del nuovo teatro che allora, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, andava nascendo. E valga, in proposito, l’esempio di quanto accadde fra me e Mario Martone.
Un pomeriggio, all’inizio del ’77, Antonella Chieffo, la segretaria della redazione napoletana di «Paese Sera», venne ad avvertirmi che nell’ingresso c’erano tre ragazzi (non le avevano voluto dire i loro nomi) che chiedevano di parlarmi. Lasciai l’articolo che stavo scrivendo, uscii dal salone di redazione e mi trovai di fronte, infatti, tre giovanissimi, addirittura fra i tredici e i diciassette anni. Si chiamavano Mario Martone, appunto, Gualtiero Peirce e Andrea Renzi. E il più «anziano», giusto Martone, disse ch’erano i rappresentanti di un gruppo teatrale appena nato, che dava – allo Spazio Libero – il suo primo spettacolo. Ovviamente, m’invitavano a vederlo. Ed io – che allora andavo a vedere assolutamente tutto, dagli spettacoli dei divi a quelli degli sconosciuti come i tre dei quali parliamo – non ebbi alcuna difficoltà ad accettare l’invito. Anche perché le mie preferenze andavano, decisamente, proprio agli sconosciuti, ossia a coloro i quali si mettevano su strade nuove.
Allo Spazio Libero, però, sentii una forte delusione, che partorì, con il relativo fastidio, una recensione indignata: proprio in «Faust e la quadratura del cerchio» di Martone, la prima prova della nuova formazione del teatro sperimentale napoletano da lui capeggiata, «Il Battello Ebbro», credetti di poter ravvisare troppe somiglianze con «Presagi del vampiro», uno spettacolo della compagnia teatrale fiorentina «Il Carrozzone» che avevo visto al Cabaret Voltaire di Torino.
Lo scrissi, e a loro volta, ovviamente, Martone e i suoi compagni si manifestarono – per usare un eufemismo – delusi da me. Ma passarono meno di nove mesi e Mario Martone si ripresentò allo Spazio Libero in una veste completamente e radicalmente diversa: a cominciare dal nome del suo gruppo, che adesso si chiamava «Nobili di Rosa». E una simile palingenesi non ebbi alcuna remora o esitazione a sottolinearla, con una recensione dello spettacolo presentato da Martone, «Avventure al di là di Tule», ch’era non solo entusiastica, ma coincideva in modo assoluto con l’avvertimento contenuto nella locandina: «Questo “studio” non ha tempo, né ordine, né successione che non siano quelli che gli attribuisce chi lo vive».
Cominciò, così, un rapporto fra me e Martone che (ripeto le sue parole) si fondava sulla pura «militanza», prescindendo da qualsiasi «asservimento reciproco». Tanto che arrivammo a ideare e a compiere insieme un’azione teatrale fatta esclusivamente di un messaggio affidato a un giornale: un’azione situazionista, o, come si diceva allora, comportamentale. Ci sedemmo a un tavolino del bar Lirico, all’ingresso della Galleria, io, Martone e i componenti (Federica Della Ratta Rinaldi, Angelo Curti e Pasquale Mari, mancava solo Andrea Renzi) del suo gruppo, che aveva assunto il nome «Falso Movimento». E lo «spettacolo», proprio perché ne ero stato l’unico testimone, consisté nell’articolo che gli dedicai su «Paese Sera» l’8 giugno del 1979. Uno «spettacolo» nel corso del quale, non a caso, Martone mi aveva detto: «Voglio annunciarti che dall’anno prossimo noi non faremo più teatro, ma opereremo soltanto alla sua periferia: negli ultimi tempi, la ricerca teatrale ha visto la dimensione del quotidiano introdursi con sempre maggior frequenza negli interstizi fra reale e reale rappresentato; ed ora quella dimensione ha occupato tutto lo spazio disponibile. È con essa che occorre misurarsi».

Qui sono in groppa all'«ippogrifo» ideato da Vittorio Lucariello per il Settembre al Borgo 1984 (la foto è di Franz d'Ajello)

Qui sono in groppa all’«ippogrifo» ideato da Vittorio Lucariello per il Settembre al Borgo 1984
(la foto è di Franz d’Ajello)

C’era tutto questo dietro la rassegna «Passaggio a Sud-Ovest» che – curata da Giuseppe Bartolucci con il supporto organizzativo del Teatro Studio di Toni Servillo e, appunto, dello Spazio Libero di Vittorio Lucariello – si svolse poco dopo a Caserta. Si trattò, davvero, degli «stati generali» dei gruppi più agguerriti di quella che lo stesso Bartolucci aveva chiamato «post-avanguardia». E Beppe, affidando la presentazione di ciascuno dei gruppi a un critico di quelli che lui definiva «indiscreti», pretese che non fossero presentazioni rituali. Sicché io concepii, al riguardo, una performance che, puramente e semplicemente, in quanto critico mi cancellava addirittura.
A me era stato affidato il compito di presentare proprio il Teatro Studio di Caserta. E lo assolsi nel modo seguente. Consegnai una lettera in busta chiusa al caro Franco Carmelo Greco, docente di Storia del Teatro Moderno e Contemporaneo presso l’Università di Napoli, e lo pregai di portarla istantaneamente a Bartolucci, appena mi avesse sentito pronunciare la parola «peso». Quindi, annunciato dallo stesso Bartolucci, mi piazzai dietro il tavolo del conferenziere e attaccai leggendo un passo de «La persuasione e la rettorica», il capolavoro di Carlo Michelstaedter: «(…) sempre lo tiene un’ugual fame del più basso, e infinita gli resta pur sempre la volontà di scendere. Che se in un punto gli fosse finita, e in un punto potesse possedere l’infinito scendere dell’infinito futuro, in quel punto esso non sarebbe più quello che è: un peso».
Franco Carmelo Greco fu un autentico lampo. Al suono di quell’ultima parola, scattò dalla sua sedia fra il pubblico e gridò: «Un momento, devo consegnare questa lettera a Bartolucci: è della massima urgenza!». Contemporaneamente, io richiusi il libro, abbandonai il tavolo del conferenziere e andai a mia volta a sedermi fra il pubblico. Bartolucci aprì la busta e disse: «È una lettera di Fiore per quelli del Teatro Studio». Poi, rivolto a me: «Che cosa ne dobbiamo fare?». E io, tra il pubblico, mi limitai ad allargare le braccia, come ad intendere: ormai la lettera l’ho spedita, non mi appartiene più e quindi potete farne quello che vi pare e piace.
Bartolucci, dopo un attimo di riflessione imbarazzata, concluse: «A questo punto, io penso che dobbiamo leggerla». E la lesse. Era una vera e propria lettera, che cominciava canonicamente: «Cari Toni, Matteo, Alessandro, Riccardo ed Eugenio…». Ma non l’avevo scritta in vista di quella performance. L’avevo scritta in una notte lontana.
Per tornare a Castellammare, dove allora vivevo, presi a Napoli il solito treno dell’una e dodici con cambio a Torre Annunziata Centrale. Ma, sceso a Torre Annunziata, sbagliai la coincidenza e mi ritrovai, invece che in quella di Castellammare, nella stazione di Caserta. E siccome per me non c’erano treni utili fino al mattino, ci passai tutta intera la nottata. E per ammazzare il tempo mi misi, appunto, a scrivere la famosa lettera al Teatro Studio. Dov’era il confine fra il critico e il passeggero sbadato, e dove (per collegarmi a quanto dicevo all’inizio) quello fra il teatro e la vita?

                                                                                                                                           Enrico Fiore

                                                                                                                                                 5 – fine

(«Corriere del Mezzogiorno», 2/6/2020)

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4 risposte a Quando sparì il confine fra gli artisti e i critici

  1. Mimmo Borrelli scrive:

    “C’è bisogno di memoria
    In tempi di barbarie.
    Riconoscere la storia
    Nelle azioni plenarie.
    Dirigere il tradimento
    In groppa alla tradizione
    Dei padri che oggitempo
    La folle ambizione
    superflui ha ridotto!
    Ma questa è presunzione.
    Tutto va condotto
    Alla fonte dell’unzione.
    In quel libero spazio,
    Che ho sempre frequentato,
    Senza pagare dazio
    Ti sentivi stimato,
    Senza pregiudizi.
    Il tuo disadattato
    Saper fitto di vizi
    Dell’ess’impreparato,
    Quel tuo non saper fare
    Veniva sempre accolto
    Da un folle luminare…
    Dallo sguardo rivolto
    Sempre in avanti!
    Sciolto di “avanguardi”,
    Con passi incalzanti
    Umili e mai codardi.
    Sempre allo futuro,
    Ma senza paraustielle.
    L’esperimento puro
    … Vittorie Lucarielle”.
    Mimmo Borrelli

  2. Enrico Fiore scrive:

    Carissimo Mimmo,
    ti ringrazio molto, anche a nome di Vittorio Lucariello, per questo commovente (e pure lucidissimo) omaggio che fai a lui e alla stagione straordinaria di cui Vittorio fu tra i protagonisti.
    Un abbraccio forte, e sempre avanti, insieme con coraggio ed umiltà.
    Enrico Fiore

  3. Barbara Basso scrive:

    C’è bisogno di memoria, già. Soprattutto se è racconto di avventura: intellettuale e umana, che poi – sorge spontaneo pensarlo, a leggere queste pagine – è forse la stessa cosa.
    Barbara Basso

  4. Enrico Fiore scrive:

    Hai ragione, cara Barbara: un’avventura intellettuale è sempre – anche e soprattutto – un’avventura umana. Perché significa porsi, senza la pretesa di trovare una risposta definitiva, gli eterni interrogativi circa il nostro stare nel mondo.
    Enrico Fiore

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