Fra Kantor e Andò: ripensare il teatro

Tadeusz Kantor mentre dirige gli attori de «La classe morta»

Tadeusz Kantor mentre dirige gli attori de «La classe morta»

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Il videointervento di Roberto Andò proposto sul sito dello Stabile di Napoli in occasione della Giornata Mondiale del Teatro celebrata a sipari chiusi dimostra che il «Corriere del Mezzogiorno» ebbe proprio ragione a salutare con grande favore la nomina dello stesso Andò a direttore di quello Stabile.
Innanzitutto, Andò ha detto: «Abbiamo la sensazione che forse il modo in cui sino ad ora il teatro è stato programmato e fruito andrà ripensato»; e poi, passando dal piano operativo alla dimensione teorica, ha rievocato Tadeusz Kantor, definendolo «un visionario che con i suoi spettacoli ha liberato l’Occidente da una idea angusta di teatro» e aggiungendo che «il suo era uno sguardo liberatore nel senso che corrispondeva anche a una radicale contestazione del teatro, a una insofferenza per il teatro, per le sue regole, e al desiderio di ricondurne il senso a qualcosa di irriducibile».
Infine, Andò – nel citare la frase di Kantor: «Non si può recitare a teatro: bisogna prima trovare il luogo della vita» – ha affermato che occorre, per l’appunto, «ritrovare il teatro come luogo della vita, e, con esso, il suo senso futuro». Ed è, lo si vede, quanto scrissi il 4 luglio dell’anno scorso, salutando l’avvento di Andò alla guida dello Stabile di Napoli quale buon segno per il passaggio all’idea del teatro concepito come mezzo per stimolare l’esercizio di un pensiero critico nei confronti del mondo, della vita e della società, e quanto vado ribadendo negli interventi che via via pubblico su questo giornale.
Riandiamo dunque a Kantor e al suo strepitoso «La classe morta», senz’alcun dubbio l’icona del teatro del Novecento. Nel ’76, appena un anno dopo il debutto nella cantina di un palazzo del centro storico di Cracovia, quello spettacolo leggendario uscì da un’inchiesta condotta da «Newsweek» con la palma di miglior messinscena del mondo. Ma il paradosso era che, sebbene fosse stato visto per l’appunto in ogni parte del mondo, non ne esisteva una registrazione completa.
Tornò a vivere, in occasione del suo trentesimo anniversario, grazie a un progetto della Change Performing Arts curato da Anna Halczack e Franco Laera: utilizzando materiali visivi diversi registrati fra il ’75 e il ’90 e avvalendosi delle più avanzate tecniche di restauro digitale delle immagini, fu possibile ricostruire il capolavoro del grande pittore e regista polacco in tutta la sua straordinaria commistione di lucidità concettuale e abbandono poetico. E il risultato – presentato in «prima» assoluta in una saletta del Castello Maniace, nell’ambito dell’Ortigia Festival di Siracusa – destò ancora una volta l’emozione pura di sempre.

Un momento de «La classe morta»

Un momento de «La classe morta»

Ecco di nuovo di fronte a noi la celeberrima prospettiva costituita dalle file dei banchi consunti che ospitano un popolo di vecchi decrepiti, le facce ingrigite dalla morte già sopravvenuta o, comunque, già annunciata: e li rivediamo mentre – aggrappati ai manichini che rappresentano loro stessi bambini, le «escrescenze della loro infanzia» – s’estenuano ulteriormente nella meccanica e laida ripetizione delle minime e banali pratiche quotidiane che, appunto da bambini, compirono un tempo lontanissimo in quella scuola: litigano, si chiudono nel gabinetto, talvolta studiano, spesso si giocano scherzi cretini, sempre si perdono in un chiasso inutile e, tuttavia, ferocemente perverso. E tanto accade sul filo e sul ritmo di un valzer che torna – ad intervalli più o meno regolari – con il segno dell’ossessione, dell’implacabilità e, insieme, di una solenne dolcezza.
Quel valzer – il cui tempo, non a caso, viene scandito dallo stesso Kantor, presente in scena fra gli attori – è il soffio della vita, giacché per il maestro polacco la vita e la morte sono assai vicine e, anzi, addirittura «la stessa cosa». Perciò Kantor adottò la tecnica dell’«emballage». È il mezzo volto al fine di nascondere per illuminare: e di qui l’uso degli «oggetti di rango inferiore» per sottolineare lo splendore della realtà, appunto il ricorso ai manichini per cantare l’inimitabile essenza dell’uomo, la scelta di movimenti rigidamente marionettistici per esaltare la ricchissima espressività del quotidiano, la caccia puntigliosa alle pause e ai silenzi per moltiplicare il significato del gesto e del suono.
Peraltro, l’emozione di quel ritorno de «La classe morta» si moltiplicò a sua volta per il fatto che Janusz Jarecki e Giovanni Battista Storti – due attori del Teatro Cricot 2, l’altrettanto leggendaria compagnia di Kantor – accompagnarono la proiezione del video commentandolo con la lettura di scritti del maestro inediti o noti, fino ad allora, soltanto a pochissimi specialisti.
Queste, per esempio, le parole, intense e delicate come un haiku giapponese, con cui Kantor descrive l’idea de «La classe morta» al suo primo manifestarsi: «Anno 1971 o ’72. Al mare. In un piccolo paese, quasi un villaggio. Una sola strada. Piccole case tutte basse e povere. E la più povera, forse: la scuola. Era estate, tempo di vacanze. La scuola era deserta e abbandonata. Aveva una sola aula. Si poteva guardarci dentro attraverso i vetri impolverati di due misere finestrelle, situate in basso appena sopra il marciapiede. Si aveva l’impressione che la scuola fosse sprofondata sotto il livello della strada. Incollai il mio viso ai vetri. E rimasi a lungo a guardare nel profondo oscuro e offuscato della mia memoria». E ancora più bello e importante è quel che segue.
Dice Kantor: «Il ricordo non godeva di ottima fama nel nostro universo razionale, e non aveva alcun peso nei freddi conti con la realtà. D’improvviso avevo afferrato la sua forza misteriosa, inimmaginabile, scoprendo che è una forza naturale capace di distruggere e di creare, che sta all’origine della creazione». E qui, dunque, si rivela il punto altissimo e decisivo de «La classe morta»: l’«assenza di bambini, la sensazione che i bambini hanno già vissuto la loro vita, sono morti, e che soltanto attraverso questo fatto di morire, attraverso la morte, quella classe si riempie di ricordi, e che soltanto allora i ricordi prendono vita e assumono una misteriosa forza spirituale. Nulla allora è più grande, più forte di loro…».

Roberto Andò (foto di Lia Pasqualino)

Roberto Andò
(foto di Lia Pasqualino)

Sì, davvero il ricordo di Kantor non è «quell’imbarazzante sintomo lirico e sentimentale, attribuito alla vecchiaia e alle signorine adolescenti». È un ricordo che «vive alla pari con gli eventi reali della nostra vita quotidiana». E non è quello che dice anche Andò, quando, nel suo videointervento, afferma che «ci appelliamo al teatro come a un luogo in cui ritrovare il senso della vita (e della morte), in cui gesti e parole ci facciano limpidamente transitare in un’altra dimensione, la sola in cui i vivi e i morti possono incontrarsi e parlare»?
Del resto, non posso, personalmente, che essere d’accordo. Articolo dopo articolo, sto chiamando a raccolta i miei fantasmi. E non per inseguire una consolazione narcisistica, ma per sottolineare la convinzione che – nel chiuso delle nostre stanze, stante la prigionia a cui ci costringe l’invisibile assedio del virus – i ricordi sono l’unico modo di tener viva la fiammella della vita. Noi siamo ciò che siamo stati, e saremo ciò che saremo stati capaci di ricordare. Poiché ha ragione il Sant’Agostino che richiama «I campi, i vasti quartieri della memoria dove riposano i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose introdotte dalle percezioni; dove sono pure depositati tutti i prodotti del nostro pensiero, ottenuti amplificando o riducendo o comunque alterando le percezioni dei sensi e tutto ciò che vi fu messo al riparo o in disparte o che l’oblio non ha ancora inghiottito e sepolto».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 28/3/2020)

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4 risposte a Fra Kantor e Andò: ripensare il teatro

  1. Davide Iodice scrive:

    Caro Enrico,
    che belli i tuoi fantasmi, che poi sono anche i miei. Di Carmelo forse ti ho detto in passato, di quando lavoravo come assistente scenografo sia per il “Pinocchio” che per il “Macbeth Horror Suite”: in uno degli armadi a muovere le streghe c’ero io, nell’altro Raffaele Di Florio, che già lo ha ricordato su questo sito.
    Quanto a Kantor, beh, che dire: finita l’Accademia dovevo fare un anno di specializzazione e chiesi di andare a farlo con lui. Ma ahimé, quello fu l’anno della sua morte. Mi venne proposto di seguire Bob Wilson ma io non mi ci ritrovavo, preferii rinunciare e andai a lavorare per un anno all’Ospedale Psichiatrico S. Maria la Pietà, proprio insieme col mio inseparabile compagno d’avventura Tiziano Fario, scenografo di Carmelo, grazie al quale avevo potuto seguirlo. E devo dirti che non mi sono mai pentito di quella scelta. In fondo, l’umanità che incontravo in quei padiglioni, allora ancora con finestre senza maniglie, mi pareva del tutto apparentata ai vecchi bambini che tu descrivi così bene. E poi c’era il Crt di Milano, dove ho debuttato con “La tempesta”, proprio al Salone Dini dove Kantor aveva lavorato. Tutto lì, in quegli anni, parlava di lui.
    Qualche hanno fa sono andato in “pellegrinaggio” al suo museo in Polonia insieme con mia moglie. Un’anziana signora ci ha condotto in quello che era poco più di uno scantinato, nessun visitatore a parte noi e pochissimi “resti” del suo lavoro di pittore e regista. Mi pareva fosse diventato lui stesso un tenerissimo, fragilissimo oggetto di “rango inferiore”, per questo forse scampato per sempre al riordinare automatico della Signora Delle Pulizie, che, non vedendolo, ce lo ha lasciato in quel luogo della memoria da cui oggi tu lo evochi.
    Caro Enrico, aspetto il prossimo fantasma, sperando poi che, quando questo tempo di peste sarà passato, tu voglia metterli tutti in una “cassettina” che si possa continuare ad aprire per farli uscire ogni volta che sentiamo il bisogno di un po’ di compagnia.
    Stai bene, Enrico.
    Ti abbraccio con l’affetto di sempre.
    Davide Iodice

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Davide,
    grazie delle bellissime parole che mi scrivi. Mi sembrano una circostanza significativa questi nostri ricordi che si rincorrono, s’incontrano e – mentre non possono farlo i corpi – si abbracciano.
    I ricordi, come per l’appunto sottolinea Kantor, sono una cosa molto importante. Io cito spesso la frase di una novella di Pirandello, “La carriola”, che dice: “Chi vive, quando vive, non si vede (…). Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina, come una cosa morta la trascina. Perché ogni forma è una morte”. Dunque, non ci accorgiamo, mentre li viviamo, dei momenti, anche preziosissimi, che viviamo. Ma quando sono passati, la “forma” in cui li imprigiona il ricordo non è più una morte, bensì una vita più alta e completa.
    Ricordandoli, è come se quei momenti li mettessimo sotto la lente di un microscopio: al contrario di quanto accadeva mentre li vivevamo, adesso possiamo vederne – con esattezza e, insieme, con freddezza, con assoluta imparzialità – ogni dettaglio; e da quell’esame possiamo sinanche ricavare una presa di coscienza circa le nostre colpe e i nostri errori del passato, tramutando colpe ed errori in una lezione per il futuro.
    Questa, comunque, è l’opportunità che ci offre, oggi, la segregazione forzata in casa: abbiamo il tempo per ripensarci. E certo, spero a mia volta di poter costruire, editori permettendo, la “cassettina” che vorresti. Intanto, ti anticipo che il prossimo fantasma sarà quello di me stesso, del me stesso marinaio.
    Stai bene, Davide.
    Ti abbraccio anch’io con l’affetto di sempre.
    Enrico Fiore

  3. Antonello Cossia scrive:

    Grazie, Enrico, di queste parole su Kantor.
    A Salerno, quando nel 1988 portò il suo splendido e visionario spettacolo “Crepino gli artisti!” al Teatro A di Mercato San Severino, rischiai di farmi arrestare, perché tentai in ogni modo di entrare dopo lo spettacolo nei camerini, per stringergli la mano, per portargli una parola di ringraziamento, per guardarlo da vicino negli occhi con trasporto e gratitudine, dato che attraverso il suo spettacolo, i suoi scritti e il film sulla “Classe morta”, che avevo visto in precedenza, la mia idea di teatro si assestò decisamente nella direzione che mi sarebbe piaciuto seguire e che poi – non so se con risultati oppure no, non sta a me dirlo – di fatto ho seguito.
    In seguito Kantor venne a Salerno con un altro emozionante spettacolo, “Qui non ci torno più”. E a proposito di memoria, di fantasmi e di evocazioni che riportano ardentemente alla vita, a questo punto non posso fare a meno di citare colui che contribuì ad infondere in me l’attrazione per il grande artista polacco: il mio maestro Antonio Neiwiller, che fece di Tadeusz Kantor il suo altissimo punto di riferimento, il suo faro, la sua guida interiore, accostandolo ai compagni e alla presenze delle sue visioni, dei suoi silenzi, dei suoi sguardi profondi, della sua inquietudine, della sua instancabile ricerca, per cercare di mostrare “qualcosa che si può pensare e che non si può vedere, né far vedere, ma alla quale si allude”.
    A tal proposito, e visto il periodo e il drammatico momento che viviamo, nel segno del teatro coinvolgente, vivo ed emotivo, mi permetta di salutarla, caro Enrico, proprio con alcuni versi di Neiwiller estrapolati dal suo scritto/testamento “Per un teatro clandestino”:
    “Né un Dio,
    né un’idea
    potranno salvarci,
    ma solo una relazione vitale.
    Ci vuole un altro sguardo
    per dare senso a ciò
    che barbaramente muore ogni giorno
    omologandosi.
    E come dice un maestro:
    “tutto ricordare e tutto dimenticare”.
    Proviamo a immaginare chi è il maestro che suggerì ad Antonio quel verso così straordinario…
    Cari saluti e buona Pasqua.
    Antonello Cossia

  4. Enrico Fiore scrive:

    Buona Pasqua anche a lei, caro Antonello. Che sia davvero una Pasqua di resurrezione, per tutti e in tutti sensi: anche e specialmente, se parliamo di teatro e di ciò che il teatro deve significare rispetto alla vita, nel senso indicato dall’indimenticabile Antonio Neiwiller sulla traccia di Kantor.
    Le ricambio i saluti, con altrettanto affetto.
    Enrico Fiore

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