Dialogo fra un regista e un critico al tempo del coronavirus

Da sinistra, Frédérique Loliée e Moira Grassi in un momento dell'«Elettra» di Hofmannsthal diretta da Andrea De Rosa

Da sinistra, Frédérique Loliée e Moira Grassi in una scena dell’«Elettra» di Hofmannsthal diretta da Andrea De Rosa

NAPOLI – Pubblico qui di seguito, integralmente, una mail che mi ha inviato Andrea De Rosa.

«Carissimo Enrico,
mi auguro che tu stia bene, insieme con i tuoi cari.
Ti scrivo perché, come forse saprai, in questi giorni il Teatro Stabile ha deciso di mettere a disposizione le riprese di alcuni spettacoli ed è stata pubblicata anche la registrazione di “Elettra”, lo spettacolo con il quale esordii nel 2004.
Rivedendolo, mi è tornata in mente la serata, per me indimenticabile, in cui lo mostrammo a te in anteprima nella sala della Cavallerizza Reale di Torino. Era il mio primo spettacolo con una produzione vera e propria, ero molto insicuro e, per quanto fossi felice del risultato, avevo un timore che rasentava il terrore a presentarlo in pubblico. Ma, appena terminata la prova, incrociai subito con lo sguardo il tuo sorriso. Non ci eravamo mai incontrati prima di allora e, per quanto tu non esprimessi, giustamente, nessun giudizio in maniera esplicita, ti si leggevano in faccia quella soddisfazione e quel gradimento di cui poi scrivesti all’indomani sul giornale.
Ma ancora più forte è impresso in me il ricordo della cena che fece seguito alla prova. Ci conoscemmo un po’ meglio, stavamo ragionando intorno all’argomento dello spettacolo e al nostro amore per Hofmannsthal, quando tu recitasti a memoria alcuni suoi versi che, grazie alla tua bellissima voce, forte e roca, mi procurarono un brivido:
“Corre il vento di primavera,
per viali spogli,
vi sono strane cose
nel suo soffiare”.
Ancora ora, di tanto in tanto, io e Frédérique Loliée ci ricordiamo di quel momento e di quella forte emozione. Uscimmo fuori dal ristorante a fumare una sigaretta, ci guardammo negli occhi e lei disse: “Ma chi è questo qua! Ma il est génial”. E scoppiammo a ridere di allegria, di gioia, di eccitazione, di liberazione, di felicità.
In questi giorni così strani, tutti questi ricordi sono ritornati, sovrapponendosi e confondendosi con quelli dello spettacolo. Volevo condividerli con te, con la speranza di incontrarci quanto prima in uno dei nostri amati teatri.
Un abbraccio.
Andrea
P.S. Sto leggendo con grande interesse le riflessioni che stai pubblicando in questi giorni sul “Corriere del Mezzogiorno”. Mi unisco a quanti hanno già espresso la loro piena condivisione sul senso di quel “teatro che ci manca” e che speriamo di poter ritrovare al più presto, ancora più forte di prima».

Ovviamente, pubblico questa mail non per abbandonarmi a una vanagloria che – data la mia età, e con i tempi che corrono – sarebbe del tutto fuori luogo. La pubblico per due motivi sostanziali: perché costituisce un esempio rarissimo del rapporto corretto (un rapporto improntato al reciproco rispetto dei loro ruoli) che sempre dovrebbe instaurarsi fra il teatrante e il critico e perché offre una testimonianza probante circa l’unico orgoglio che ho maturato nella mia ormai ultracinquantennale attività professionale: quello di aver immancabilmente onorato e tradotto in pratica la convinzione che il teatro o è teatro di ricerca o, puramente e semplicemente, non è.
La mail di Andrea De Rosa – scritta dopo la mia solenne stroncatura del suo «Satyricon», presentato l’anno scorso nel Teatro Grande di Pompei – dimostra come io l’abbia inseguito, il teatro di ricerca, senza posa e in ogni parte d’Italia e persino all’estero, e spessissimo nella persona di teatranti sconosciuti o alle prime armi, sui quali esprimere un giudizio (e specialmente un giudizio favorevole) era comunque un rischio. Mi è andata sempre bene. E, peraltro, l’«Elettra» di De Rosa rappresenta una delle rarissime eccezioni a cui ho accennato parlando degli spettacoli, in genere autoreferenziali e improntati al puro intrattenimento, messi in rete dopo la chiusura dei teatri in seguito al diffondersi del coronavirus. Ne riporto, dunque, la recensione che pubblicai il 9 dicembre del 2004 su «Il Mattino».

Frédérique Loliée e Moira Grassi in un altro momento dello spettacolo, che debuttò nel 2004 alla Cavallerizza Reale di Torino

La Loliée e la Grassi in un’altra scena dello spettacolo, che debuttò nel 2004 alla Cavallerizza Reale di Torino

«TORINO. Nella sua biblioteca, Hofmannsthal teneva in posizione privilegiata gli “Studi sull’isteria” di Breuer e Freud. E in questo trattato i sintomi isterici vengono considerati sotto specie del manifestarsi di un’energia emotiva non scaricata, in relazione a un trauma psichico completamente dimenticato (o, per dirla in termini propriamente psicanalitici, rimosso). Non a caso, dunque, la fase dell’attività di Hofmannsthal dedicata al riattraversamento dei grandi miti e dei grandi tragici si definì “neuro-greca”.
Infatti, nella sua versione dell'”Elettra” di Sofocle, lo scrittore viennese cancella l’immagine convenzionale della Grecia classica, connotata dalla proverbiale armonia, e al posto di quest’ultima mette la frenesia e, per l’appunto, l’isteria; così come, di conseguenza, trasforma la vendetta di Elettra in una “sinistra” danza di morte sullo sfondo di una violenta disgregazione della personalità. Tanto che persino nel ben più “leggero” libretto che nel 1908 Hofmannsthal trasse dall'”Elettra” per la musica di Strauss l’eroina sofoclea viene costantemente paragonata a una belva, le dita simili ad artigli, e “selvaggio” è l’aggettivo che altrettanto costantemente le viene attribuito e ne qualifica il comportamento, sempre, per suo conto, “ebbro” o “folle” o “febbrile”.
Ebbene, Andrea De Rosa – regista dell’allestimento dell'”Elettra” di Hofmannsthal che, prodotto dallo Stabile di Napoli in collaborazione con quello di Torino, ha debuttato alla Cavallerizza Reale (sarà al Mercadante dal 19 al 26 gennaio) – tutto quanto sopra dimostra di averlo perfettamente capito e assimilato. E del resto, già ne “Il decimo anno”, lo spettacolo che nel 2000 firmò con Francesco Saponaro, aveva disegnato un Agamennone in preda, giusto, a un’isteria ch’era un evidente “doppio” della vocazione alla morte che lo possedeva.
In proposito, De Rosa ci offre invenzioni di straordinaria lucidità e pregnanza: mi limito a citare la scena in cui Elettra – sacrificata la sua identità di donna (finanche i brividi di piacere del proprio corpo) all’ombra incombente del padre – tenta disperatamente di recuperarla, quell’immagine di sé, “guardandosi” come in uno specchio nell’amplesso incestuoso, e per l’appunto “selvaggio”, con la sorella Crisotemide. E il rimanente è affidato – in questo spettacolo tanto originale quanto significante – all’impianto sonoro di Hubert Westkemper.
Il pubblico, vedendo la rappresentazione attraverso una grande vetrata, ne ascolta le voci (in senso proprio e nel senso dei semplici rumori) indossando una cuffia stereofonica: ciò che, mentre porta in primo piano quel che nella tragedia greca era nascosto (l’agitazione nelle altre stanze del palazzo reale, pianti, risate, passi concitati…), produce, soprattutto, la sensazione di trovarsi dentro l’azione e, addirittura, di essere il personaggio che di volta in volta ha la battuta. E infine, il tutto si esalta, e per davvero alla lettera, nella magnifica prova offerta dagli interpreti.
Frédérique Loliée è assolutamente splendida: trasmette, insieme, la forza del mito ancestrale, l’estenuarsi di quella forza dinanzi al tramonto delle certezze mitteleuropee e il nevrotico smarrimento di un’Elettra dei nostri giorni attossicati. E non trovo, per lei, miglior elogio che rilevare come desti l’eco – fascinoso ed inquietante assieme – del giovanile “Vorfrühling” hofmannsthaliano: “Corre il vento di primavera, / […] vi sono strane cose / nel suo soffiare”.
Bravissime anche Moira Grassi (Crisotemide) e Maria Grazia Mandruzzato (Clitemnestra), affiancate nel ruolo di Oreste da Paolo Briguglia. Mentre, in conclusione, par di riudire il serale palpito di Trakl, l’altro grande cantore della finis Austriae: il brivido che incarna la bellezza suprema dell’ultimo guizzo di luce sul ciglio del buio».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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