Quale teatro ci è mancato

Emmanuelle Béart e Laurent Poitrenaux in un momento di «Architecture», lo spettacolo di Pascal Rambert presentato a Bologna (la foto  è di Jean Louis Fernandez)

Emmanuelle Béart e Laurent Poitrenaux in «Architecture», lo spettacolo di Pascal Rambert presentato a Bologna
(la foto è di Jean Louis Fernandez)

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Io non so quanti giorni siano passati da quando i teatri sono stati chiusi. Il tempo, immerso nella quarantena ad oltranza imposta dal coronavirus, s’è dissolto più velocemente di un assassinato immerso nell’acido dalla mafia. Credo, però, che siano passati abbastanza giorni da rendere opportuna, se non obbligatoria, la domanda: in seguito alla chiusura dei teatri, quale teatro ci è mancato?
Il 7 marzo scorso pubblicai su questo giornale un articolo in cui, alla domanda: si può vivere senza il teatro?, risposi che si può. Roberto Andò, il nuovo direttore dello Stabile di Napoli, giudicò quell’articolo «molto bello, e totalmente fuori dall’ovvio». Domenico Ciruzzi, il presidente del Premio Napoli, mi scrisse: «Bravissimo, condivido in toto». Guido Donatone, il presidente di Italia Nostra Napoli, aggiunse che si trattava di un articolo «assai coraggioso e condivisibile». Davide Iodice parlò di un articolo «prezioso». E Mimmo Borrelli lo giudicò «potente e vero come dirompente e sempre scomoda deve essere la narrazione della realtà».
Ma qualcuno fece finta di non capire, avvolgendosi nella bandiera di una mistica del teatro che, lo ripeto ancora una volta, è ormai francamente insopportabile. Io non avevo sostenuto che si può vivere senza il teatro, avevo sostenuto che si può (anzi si deve) vivere senza il teatro che si esaurisce nella pura rappresentazione, dimenticando d’essere un’arte eminentemente sociale e, dunque, insistendo ad essere l’espressione di un piccolo mondo autoreferenziale che s’illude d’essere un grande mondo, anzi il mondo tout court.
Nello stesso articolo, mi schieravo – partendo dall’esperienza compiuta dal Biondo, lo Stabile palermitano che aveva mandato in diretta gratuita uno spettacolo su Frida Kahlo – a favore dell’ipotesi di sostituire, durante la quarantena, la rete alle sale. E poi, lo sappiamo, le pratiche in tal senso si sono moltiplicate. Ma ecco il punto: salvo rarissime eccezioni, si sono moltiplicate proprio sulla base della pura rappresentazione e dell’autoreferenzialità, in una parola del teatro volto al semplice ed evasivo intrattenimento.
Basta, in proposito, riferirsi alle scelte compiute dalla Rai: su Raiuno, la rete ammiraglia, ha rimandato in onda non solo Eduardo De Filippo, che già di per sé costituisce una proposta che non comporta rischi, ma, per di più, l’Eduardo De Filippo, per molti versi discutibile, di Massimo Ranieri. Perché, ovviamente, l’imperativo categorico era quello di fare audience, servendosi del richiamo esercitato da un mattatore/showman fra i più popolari.
Voglio fare, nel merito, il paragone con quanto mi è capitato di recente. La Fondazione Emilia Romagna Teatro, al di là del Piccolo di Milano, che adesso somiglia moltissimo a un ministero, rappresenta la più importante realtà del teatro pubblico italiano. Io la considero la mia seconda casa. E dunque son subito partito verso il suo prezioso Vie Festival, nonostante che da quelle parti il coronavirus stesse già circolando. Il 22 febbraio sono stato a Bologna, per vedere all’Arena del Sole lo splendido «Architecture» di Pascal Rambert, lo spettacolo che il 4 luglio dell’anno scorso aprì nella leggendaria Cour d’Honneur del Palazzo dei Papi il festival di Avignone, e il giorno dopo mi sono spostato a Modena, dove ho visto «Chi ha ucciso mio padre», lo spettacolo che Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno tratto dall’omonimo pamphlet di Édouard Louis.
Il teatro in cui l’ho visto ha il nome più bello che possa avere un teatro: si chiama Teatro delle Passioni. E la sera del 23 febbraio c’erano ragazze e ragazzi con la mascherina, ma anche una ragazza e un ragazzo che, seduti sul cordolo davanti al parcheggio, si baciavano teneramente. E accanto a me, in sala, stava un ragazzo che spesso tossiva, ma sul palcoscenico si svolgeva uno spettacolo che ti teneva avvinto e non ti consentiva timori.

Massimiliano Gallo e Monica Nappo nell'allestimento di «Circo equestre Sgueglia» prodotto dallo Stabile di Napoli

Massimiliano Gallo e Monica Nappo nell’allestimento di «Circo equestre Sgueglia» prodotto dallo Stabile di Napoli

Il ventottenne Édouard Louis, esploso in Francia come un autentico caso, è uno che davvero non le manda a dire. Rivolto al padre, fa una denuncia che più precisa non potrebb’essere: «Hollande, Valls, El Khomri, Hirsch, Sarkozy, Macron, Bertrand, Chirac. La storia della tua sofferenza ha nomi e cognomi. La storia della tua vita è la storia di queste persone che si sono date il cambio per abbatterti. La storia del tuo corpo è la storia di questi nomi che si sono dati il cambio per distruggerlo. La storia del tuo corpo accusa la storia politica». E altrettanto decisa e precisa è la descrizione del modo in cui i politici suddetti hanno portato a termine l’«assassinio» in questione.
Nel marzo 2006, per esempio, il governo di Chirac e il suo ministro della salute Bertrand decisero che lo Stato non avrebbe più rimborsato decine di medicinali, compresi quelli contro i disturbi digestivi che servivano al padre. E il figlio conclude: «Jacques Chirac e Xavier Bertrand ti hanno distrutto l’intestino». Poi, per fare un altro esempio, nel 2009 il governo di Sarkozy e il suo responsabile dell’assistenza pubblica Hirsch decisero di abolire il reddito minimo versato dallo Stato alle persone senza lavoro. E il padre, che aveva subìto in fabbrica un incidente alla schiena, fu costretto ad accettare un lavoro da spazzino che lo obbligava a stare piegato tutto il giorno. Sicché il figlio conclude: «Nicolas Sarkozy e Martin Hirsch ti hanno spaccato la schiena».
Spero, adesso, di non essere frainteso. La descrizione di quanto avvenne la sera del 23 febbraio scorso nel Teatro delle Passioni di Modena non implica affatto, è persino superfluo sottolinearlo, una disattenzione verso le sacrosante misure restrittive adottate per arginare la pandemia in corso. Vuole, invece, porre l’accento sulla forza del teatro (o, meglio, del Teatro con l’iniziale maiuscola) che obbedisce al dovere di sporcarsi con la vita. È questo il Teatro che ci è mancato da quando sono stati chiusi i teatri: il teatro che, per riprendere il noto aforisma di Koltès, ammette subito che la vita è altrove, al di fuori del presunto cerchio magico sognato dal teatro di rappresentazione e d’intrattenimento.
Nei giorni scorsi è caduto il settantesimo anniversario della morte di Viviani. Non sarebbe stato forse meglio se la Rai avesse riproposto, con tutto il rispetto per Eduardo De Filippo, la registrazione dello spettacolo di Patroni Griffi «Napoli: notte e giorno»? Viviani è l’alfiere impareggiabile del teatro che ci è mancato. È suo il più alto grido (un grido di grande conforto in questi giorni) che mai si sia levato da un palcoscenico in nome della dignità e del coraggio di Napoli. Lo leva Samuele, il povero clown di «Circo equestre Sgueglia», rivolgendosi alla compagna Zenobia dopo che ha perso tutto: «Tenimmo, sì, doie bell’aneme, ma ‘e ttenimmo ‘nzerrate ‘mpietto, chi ‘e ssape? E quanno jesciarranno, nuie nun ce starrammo cchiù… Nuie sultanto però ca st’aneme ‘e ssapimmo e sentimmo che soffrono, ce avimm’a tene’ cura, l’avimm’a purta’ passianno pe’ ‘e ffa’ distrarre, pe’ ‘e ffa’ piglia’ aria… ‘A mia, ‘a vedite? Se distrae accussì, faticanno, facenno ‘e ggioche pe’ copp’ ‘a sbarra… Sunate! Sunate!».
Sì, dobbiamo portarle «passianno», queste nostre anime che teniamo chiuse nel petto, anche e soprattutto ora che siamo costretti a stare in casa. Perché solo così potranno «pigliare aria» quando finalmente usciremo di nuovo in strada.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 25/3/2020)

Questa voce è stata pubblicata in Commenti. Contrassegna il permalink.

4 risposte a Quale teatro ci è mancato

  1. Nando Morra scrive:

    Esprimo una duplice condivisione e un duplice apprezzamento per la positiva e opportuna scelta del “Corriere del Mezzogiorno” di proporre ai lettori, soprattutto nei giorni segnati dalle narrazioni sul “Covid-19″, momenti di riflessione di alto spessore culturale, sia con le “Novelle” di boccaccesca derivazione sia con articoli come questo.
    “Quale teatro ci è mancato” è un punto-chiave, che pone un tema di fondo e travalica le pur legittime sollecitazioni del mondo artistico e teatrale alle prese, come altri, con una fase di drammatica crisi sanitaria, economica e sociale .
    I sipari chiusi sono come fabbriche spente e mute. Ma il nodo vero è un altro, qualitativamente diverso e ben identificato da te, caro Enrico.
    Tu, come il citato Louis di “Chi ha ucciso mio padre” sei uno che davvero “non le manda a dire”, e con l’autorevolezza critica e propria del tuo Dna umano, culturale e professionale sottolinei come, con rare eccezioni, non ci manca il teatro “che si esaurisce nella pura rappresentazione”, cioè il teatro dell’intrattenimento evasivo, ma ci manca, e tanto, il teatro quale “arte eminentemente sociale”.
    Hai ragione: oggi è così.
    Le tue parole, dal “Teatro delle Passioni” alle opzioni della Rai-Tv che manda in onda, solo per qualche punto di audience in più, una scolorita fotocopia di “Filumena Marturano” invece che un’opera di Viviani, sono come le “pietre ” di Carlo Levi: piene di passione intellettuale, di forte denuncia, di robusta concretezza etica e sociale. Ma, sopratutto, rappresentano e fanno capire bene il confine fra “intrattenimento” e Teatro con l’iniziale maiuscola, del quale abbiamo bisogno per delineare, mi permetto di aggiungere, un irrinunciabile “Nuovo Umanesimo”.
    Nando Morra

  2. Enrico Fiore scrive:

    Grazie della tua condivisione e del tuo apprezzamento, caro Nando. Venuti da uno come te, sono particolarmente confortanti.
    Enrico Fiore

  3. Barbara Basso scrive:

    Mi permetto di aggiungere una considerazione minima, probabilmente banale, sicuramente personale: il teatro di pura rappresentazione è, peraltro, di una noia mortale.
    Barbara Basso

  4. Enrico Fiore scrive:

    Sono perfettamente d’accordo.
    Enrico Fiore

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>