«Questi fantasmi!» 2 – A cena tutto per Bene

Carmelo Bene in un momento di «Macbeth Horror Suite»

Carmelo Bene in un momento di «Macbeth Horror Suite»

NAPOLI – Riporto la rievocazione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Non a caso affronto il fantasma di Carmelo Bene subito dopo quello di Eduardo De Filippo. A Eduardo il divino Carmelo è contiguo: non solo per la statura artistica, ma anche per il fatto che fu l’unico attore con il quale Eduardo abbia mai accettato di misurarsi da pari a pari. E sicuramente sono l’indice di un bel duello, sul piano dell’ironia demitizzante e demistificante, i racconti che Carmelo mi fece delle confidenze ricevute da Eduardo durante le cene che seguivano i loro recital di poesia. Ricordo, in particolare, quel che Eduardo sembra abbia risposto alla moglie che voleva sottoporre al suo giudizio dei testi propri: «In famiglia le commedie le scrivo io».
Ma, s’intende, erano un duello, non di rado infiorato della stessa ironia, anche le mie conversazioni con il gran Demiurgo dell’Assenza. Nel 1995 gli feci un’intervista a proposito della sua Opera Omnia, appena pubblicata nei Classici Bompiani. E sentite come cominciò. Quando gli ricordai che aveva dichiarato che non avrebbe più rilasciato interviste, mi rispose: «Il fatto è che quelle fra me e te non sono interviste: perché ognuno parla per conto suo». E certo, almeno non poteva non parlare per conto suo uno come lui.
Per esempio, in vista del recital sui «Canti» di Leopardi che tenne nel ’94 a Casertavecchia, mi disse: «È l’indicibile l’unica forma dei miei “recital”: in altri termini, il mio solo dire è quanto non si può dire. E questa è l’unica cosa che c’è da capire a teatro. Il teatro è grande laddove non c’è niente da comprendere. Insomma, per quanto mi riguarda e riguarda ciò che faccio il discorso importantissimo da sviluppare si riferisce proprio a questi concerti di poesia: che sono, piuttosto, degli “sconcerti”, in quanto costituiscono teatro senza spettacolo».
Un ossimoro? Se vogliamo metterla in questi termini, fu un ossimoro anche il mio primo incontro con Carmelo, del resto agitato come l’inizio di ogni rapporto vero. Quando, nel ’77, a Telenapoli gli chiesero che cosa pensasse delle recensioni pubblicate dai quotidiani napoletani circa il «Romeo & Giulietta (storia di Shakespeare) secondo Carmelo Bene» che aveva presentato al Politeama, la sua risposta fu addirittura plateale: il divino Carmelo afferrò per un pizzo «Il Mattino» e il «Roma», tenendoli tra il pollice e l’indice della destra e della sinistra come se fossero una cosa infetta e repellente, li sollevò in alto e poi li scaraventò sul tavolo dicendo: «Non capisco come oggi un giornale possa ancora far scrivere persone del genere!»; e lo stesso fece subito dopo con «Paese Sera», su cui m’ero pronunciato io. Però dicendo: «Per quanto riguarda il signore che scrive su questo giornale, è certamente una persona intelligente e colta, ma del mio spettacolo non ha capito niente».

Qui sono con Carmelo Bene all'Hotel Excelsior, il 15 dicembre 1981

Qui sono con Carmelo Bene all’Hotel Excelsior, il 15 dicembre 1981

Mi posi, allora, il problema seguente: volendo dare ascolto a Flaiano, che una volta (sempre con un ossimoro) disse di lui: «È un Bene cattivo», quali erano il «buono» e il «cattivo» di Carmelo? E lui sciolse l’enigma così: «Io non sono né buono né cattivo. Sono, rifacendomi a Cioran, un demiurgo perverso. E sono uno gnostico. Gli gnostici praticavano l’autoflagellazione, cercavano il vuoto, l’informe, l’inorganico. E in me, come in loro, non c’è, dunque, né il bene né il male, c’è solo il fastidio del corpo. Io, come gli gnostici, maltratto il corpo in favore dello spirito. Voglio, insomma, cancellare il corpo. E di qui la mia iconoclastia, il mio rifiuto dell’immagine e della parola e, in breve, la mia tensione verso l’inaudito».
Ma – cavalcando l’ossimoro estremo – Carmelo Bene trasformò la «perversione», «il vuoto», «l’informe», «l’inorganico» e «il fastidio del corpo» in quella che considero una delle più belle serate della mia vita. E il teatro, stavolta, non c’entrò proprio per niente, se non in via del tutto indiretta e, più esattamente, come semplice antefatto.
A partire dal 9 novembre del ’96 Carmelo stette a Napoli per registrare, presso il centro di produzione della Rai di via Marconi, «Macbeth Horror Suite» e due ore di «(s)concerto» su Leopardi, Campana e Dante. E a mano a mano che s’avvicinava il giorno del suo arrivo a Napoli, prese a tempestarmi con telefonate sempre più pressanti e ravvicinate: «Io arriverò il giorno 8. E quella sera devi venire assolutamente a cena da me, all’Excelsior. E devi portare anche tua moglie, mi raccomando».
Passi per l’invito a cena, ma la storia dell’invito esteso a mia moglie mi suonava piuttosto strana, dal momento che lui, Carmelo, a stento sapeva ch’ero sposato e, comunque, mia moglie non l’aveva mai vista. In ogni caso, il 7 mi fa l’ennesima telefonata: «Allora, io arriverò da Roma in serata, diciamo verso le otto. Però voi, tu e tua moglie (non ti dimenticare di portarla!), potete venire all’Excelsior anche prima, diciamo verso le sei. Vi sedete nel bar dell’albergo, dove volete voi, e prendete tutto quello che volete: Martini, whisky, noccioline, vodka…prendete pure qualche toast e qualche sandwich, non fate complimenti. Li ho già avvertiti, in albergo».
Naturalmente, io e mia moglie arrivammo all’Excelsior soltanto verso le sette e mezzo, e l’abbuffata strepitosa proposta da Carmelo ci guardammo bene dall’accostarla. Lui, però, arriva trafelato e scatena nel bar un autentico terremoto: «Vi avevo ordinato di mettervi a disposizione: dove sono i Martini, i whisky, le noccioline, la vodka, i toast e i sandwich?». Letteralmente travolti e tramortiti, il barista e i camerieri riuscivano soltanto a balbettare, come un rosario mortificato: «Veramente, i signori ci hanno chiesto appena un bicchiere d’acqua…». Mentre mia moglie, dandomi impercettibilmente di gomito, mormorava in un soffio: «Questo è pazzo, sei sicuro che la serata non finisce male?».

Carmelo Bene in un momento di «Faust e Margherita» (la foto è di Claudio Abate)

Carmelo Bene in un momento di «Faust e Margherita»
(la foto è di Claudio Abate)

Non ne ero sicuro, in effetti. Almeno nel senso che mi dicevo: se questo si mette a tirare in ballo gli gnostici, la volontà, la rappresentazione e il saggio che Deleuze ha scritto su di lui, va a finire che mangeremo soltanto massimi sistemi e la cena risulterà – almeno per mia moglie, che non è abituata alle (del resto) rare prelibatezze dell’Assenza – piuttosto pesante. Ma invece, nella suite che occupava al primo piano, Carmelo fu – durante tutta la cena – di un’amabilità e di un garbo assolutamente imprevedibili. Elegantissimo in una giacca da sera luccicante e con un fantasmagorico foulard al posto della cravatta, condusse una conversazione tanto raffinata quanto lieve, nemmeno il più piccolo accenno agli gnostici, a Schopenhauer e a Deleuze.
Poi, l’uscita di scena. Nel novembre del 2000 Carmelo Bene presentò all’Argentina di Roma il suo ultimo spettacolo, «In-vulnerabilità d’Achille»: quarantacinque, al massimo cinquanta minuti di febbre e di latèbre, di tranelli e di sfracelli, di canti rosi e di conti resi, con l’Attore Inattivo (e Inattuale) che – in equilibrio instabile su un panchetto dietro il microfono – assumeva, mentre evocava i versi di Omero, Stazio e von Kleist, i movimenti disarticolati di una marionetta, e tentava inutilmente (ma con sfolgorante sarcasmo) di rimontare uno dei tanti manichini le cui teste, tronchi, braccia, mani, gambe e piedi – bianchi come ossa calcificate – gli s’affollavano intorno confusi con frammenti di colonne e capitelli classici.
Una donna, sporgendosi dal palco, gridava: «Senza di te il teatro non c’è». E al termine accompagnai nei camerini un ragazzo che voleva un autografo da Bene. Ma lui, Carmelo, mi disse: «Scriviglielo tu. Devi fare così: prendi un pennarello, poi prendi un programma di sala (o un foglio di carta qualsiasi, va bene lo stesso) e scrivi col pennarello Carmelo Bene». Voleva durare, Carmelo: «reincarnarsi» in chi, da lui prescelto, aveva ricevuto il mandato di farsi cannibale del suo «corpo». Lui, che a sette anni s’era ritrovato a sentirsi la Madonna, adesso appariva a me nelle vesti di quel Cristo che, prima di ricevere l’affronto d’essere trasformato in un «cattolico», aveva raccomandato ai discepoli, spezzando il pane e distribuendoglielo: «Fate questo in memoria di me».

                                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 18/3/2020)

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2 risposte a «Questi fantasmi!» 2 – A cena tutto per Bene

  1. Raffaele Di Florio scrive:

    Gentile Fiore,
    nelle sue parole rivedo il “genio Bene”! E, sperando di far cosa gradita, condivido con lei un piacevole ricordo di quel novembre del ’96, quando Carmelo Bene venne alla Rai di Napoli per registrare il «Macbeth Horror Suite».
    Tiziano Fario, collaboratore di Bene e mio amico, contattò me e Davide Iodice, coinvolgendoci in qualità di “assistenti di scena” per il periodo napoletano del grande Carmelo. Io ero addetto alla manovra “apertura porte ed apparizione streghe”, ed ero talmente emozionato ed agitato per i tempi stretti e le battute musicali rigide che quelle azioni, di fatto semplici, mi davano come l’impressione di essere stato convocato per eseguire una partitura musicale scritta da Bartók oppure da Stockhausen.
    Ma la meraviglia di quei giorni era ascoltare Carmelo Bene mentre si relazionava con gli operatori alle telecamere e sentirgli parlare il loro linguaggio: tipo inquadratura, curve spettrali, scelta di obiettivi, gradi Kelvin… E lo stesso con i tecnici del suono e i consulenti musicali: una sapienza e una conoscenza non stucchevole di quel caleidoscopico mondo della “rappresentazione” (so che è un termine aborrito da Bene, ma aiuta ad essere esplicativo).
    Dopo l’esperienza napoletana, il “Macbeth Horror Suite” fu portato a Berlino, ed io venni invitato a seguire la compagnia. Anticipammo l’arrivo di Carmelo per l’allestimento e furono giorni intensi e particolari. Al suo arrivo (il centro di Berlino era un grande cantiere e la Friedrichstraße era semideserta), cercai di superare la timidezza e chiesi, per rompere il ghiaccio, come era andato il viaggio e cosa ne pensava della città tedesca. E lui, tra l’algido e il “divino”, rispose: “Sembra di stare a Terni!”.
    Il ricordo ora mi fa sorridere, ma allora mi raggelò al punto che non gli rivolsi più la parola per il resto delle rappresentazioni.
    Poi, lo rincontrai dopo quattro anni a Roma assieme a Luisa, la sua compagna di allora, con la quale ci salutammo affettuosamente. E Bene, su sollecitazione della compagna, sforzandosi di ricordare chi fossi, disse: “Certo che mi ricordo di lui, è il napoletano a Berlino!”.
    Raffaele Di Florio

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Raffaele,
    grazie per questo suo ricordo, insieme gustoso e illuminante circa il carattere dell’incommensurabile Demiurgo dell’Assenza, spigoloso ma, nello stesso tempo, capace di aperture generose e persino di lampi d’affetto vero.
    Enrico Fiore

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