«Questi fantasmi!» 1 – Il verme di Eduardo

Eduardo De Filippo nella celebre scena del caffè di «Questi fantasmi!»

Eduardo De Filippo nella celebre scena del caffè di «Questi fantasmi!»

NAPOLI – Riporto la rievocazione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Avevo scritto, di recente, che impiego molte energie a cercare di tener lontani i miei fantasmi. E ora, con l’avvento del coronavirus, la situazione è diventata ancora più grave: perché, obbligato a stare in casa, e quindi a non aver contatti con il prossimo, son diventato, per i fantasmi, una preda sin troppo facile. Infatti, nel vuoto lasciato dall’assenza dei corpi, ossia dei viventi, i fantasmi – dato che, per l’appunto, non hanno corpo – s’infilano con una facilità e una velocità che il Covid-19 si sogna soltanto.
Fra i tanti, ecco in prima fila i fantasmi di Eduardo De Filippo, di Carmelo Bene e dell’esule Michalis Lilis. Io, però, ho scoperto da tempo un vaccino. Li anestetizzo, quei fantasmi. E per farlo mi servo di un anestetico infallibile: scriverò un ritratto di ciascuno di loro, e dunque li chiuderò nella gabbia delle parole. Così, almeno per un po’, mi lasceranno tranquillo, se non in pace. E ho detto almeno per un po’ perché l’anestetico in mio possesso è infallibile, sì, ma non ha un effetto che dura per sempre. (E.F.)

L’attorucolo di quart’ordine, avendo saputo che il Direttore (lo chiamavano tutti così, solo Pupella Maggio era autorizzata a chiamarlo per nome e a dargli del tu) sta formando la compagnia per l’allestimento di una sua commedia, si presenta – senz’essere stato invitato – e rompe l’anima fino a quando non ottiene di poter parlargli. Il Direttore è nel suo ufficio del San Ferdinando, dietro la scrivania. E siccome per abitudine non si esprime mai direttamente, ma si aspetta che dal suo atteggiamento l’interlocutore capisca che cosa sta pensando e ne tragga le dovute conseguenze, finge di essere molto occupato. Con gli occhi bassi, sposta carte e oggetti, prende ipotetici appunti, fruga interminabilmente in un cassetto. Ma l’attorucolo, imperterrito:
– Diretto’, mi accontento di una particina di contorno… pecché pur’io aggio ‘a campa’!
Il Direttore continua con i suoi traffici, sempre senza guardarlo. E quello insiste:
– Diretto’, m’abbastano tre o quatto battute… pecché pur’io aggio ‘a campa’!
Il Direttore, come sopra. E come sopra anche l’attorucolo:
– Diretto’, me facite dicere sulamente bonasera… pecché pur’io aggio ‘a campa’!
Il Direttore alza finalmente gli occhi:
– E pecché?
È uno dei tanti episodi che si raccontano circa la presunta «cattiveria» di Eduardo De Filippo. Ma con me Eduardo non è mai stato «cattivo», nonostante il mio rapporto con lui sia cominciato con una, diciamo, divergenza di vedute.
Nel novembre del 1976 si replicava, proprio al San Ferdinando, «Natale in casa Cupiello». E succedevano cose davvero mai viste: i napoletani che, pur d’accaparrarsi un biglietto, erano disposti a far la fila dalle dieci di sera alle dieci del mattino, perfino sotto la pioggia; e i bagarini che facevano affari d’oro e, addirittura, le lettere di raccomandazione di personaggi influenti perché si trovasse una poltrona purchessia per i loro protetti. Insomma, ce n’era più che abbastanza perché Alberto Bertini, il capo della Redazione Spettacoli di «Paese Sera», il giornale per cui allora scrivevo, mi chiedesse un pezzo sulla faccenda.
Mi feci, dunque, un giro per Napoli, e ne interrogai alcuni dei personaggi a vario titolo emblematici. E tutti, più o meno, diedero una risposta del genere: qua può essere che da un momento all’altro (l’età c’è, la salute vacilla) Eduardo muore, e questa, allora, può essere ch’è l’ultima volta in cui possiamo vederlo recitare. Ma, quando tornai a riferire in redazione, Luigi Ricci, che di «Paese Sera» era stato il corrispondente da Napoli per circa trent’anni, mi scongiurò di non riportarlo, quel timore manifestato dai miei intervistati: «Guarda che Eduardo è superstizioso, se la prenderebbe». Io, però, replicai che, con tutto il rispetto per Eduardo, non avevo alcuna intenzione di mettermi sotto i piedi quello per me stesso e per il dovere professionale. Al massimo, aggiunsi, avrei potuto, come si dice a Napoli, «indorare la pillola». E infatti, nell’articolo che pubblicai il timore di cui sopra si tramutò nella paura che quelle fossero le ultime recite di un Eduardo che, malato e stanco, forse era in procinto di ritirarsi.
Ma lui, naturalmente, mangiò la foglia, e scrisse al giornale una lettera di «precisazione». La lettera, però, cominciava con un «Caro Fiore», era, cioè, indirizzata a me, non al direttore. E dato ch’ero allora un oscuro cronista, si trattava, oltre ogni dubbio, di un segno di attenzione. Seguito, nel gennaio successivo, da un fatto altrettanto significativo. Due ore prima del debutto de «Le voci di dentro» Ennio Simeone, capo della redazione napoletana di «Paese Sera», mi avvertì che Eduardo mi voleva parlare. E io corsi al San Ferdinando deciso a far valere le mie ragioni. Ma lui, Eduardo, subito mi smontò. Prima mi disse: «Io quella lettera l’ho dovuta scrivere per forza, altrimenti – voi lo sapete com’è fatto, l’ambiente teatrale – già mi avrebbero scavato la fossa» e poi, tenendomi una mano sulla spalla, mi condusse sul palcoscenico e lì – sotto i grappoli delle sedie «scassate» dei Saporito appesi alla graticcia – mi spiegò qual era il vero significato di quella commedia.

Luca De Filippo con Eduardo

Luca De Filippo con Eduardo

Capii, allora, perché, con un rapido e lieve gesto, aveva ingiunto al figlio Luca di non seguirci sul palcoscenico. Eduardo mi disse che aveva scelto gl’interpreti sulla base dell’aderenza del loro fisico agli elementi metaforici del sogno della cameriera Maria. E quando gli chiesi se non ritenesse Luca troppo giovane per interpretare la parte di Carluccio Saporito, replicò che l’aveva scelto proprio perché era tale e quale al famoso «verme bianco cu ‘a capuzzella nera».
Da quel momento crebbe fra me e Eduardo un legame straordinario, che trovò l’acme nel corso della visita che lui, appena nominato senatore a vita, fece nel carcere minorile «Filangieri». Mi era arrivata un’altra telefonata del solito Bertini: «Perché non gli fai una bella intervista?». E così, la mattina del 12 ottobre dell’81, mi presentai di buon’ora al «Filangieri». Ero in compagnia di Sergio Bruni, e ci fotografarono pure, me e Sergio, proprio mentre stavamo per entrare, sullo sfondo di un manifesto del Pci.
Dopo che Eduardo ebbe visitato il carcere, ci ritrovammo tutti e tre – lui, Bruni ed io – nella stanzetta che costituiva, in pratica, i camerini del teatrino appena ristrutturato dagli stessi ragazzi del «Filangieri». E fra i due grandi amici ci fu un commosso abbraccio, fortissimo e ripetuto tre volte. Io rimasi muto e imbarazzato, anche perché non sapevo con quale appellativo rivolgermi a Eduardo. E allora lui – s’era operato di cataratta solo venti giorni prima, e aveva il vetro destro degli occhiali dipinto di nero – mi guardò un momento e mi disse: «Io mi chiamo sempre Eduardo. E parliamoci col tu, come ci siamo sempre parlati».

Qui sono con Sergio Bruni all'ingresso del carcere Filangieri  in occasione della visita di Eduardo il 12 ottobre del 1981

Qui sono con Sergio Bruni
all’ingresso del carcere Filangieri
in occasione della visita di Eduardo
il 12 ottobre del 1981

Non era vero, non ci eravamo mai parlati col tu. E credetti, quindi, che mi avesse preso per un altro. Mi bloccai e domandai, sommesso: «Eduardo, ma voi mi avete riconosciuto? Io sono Fiore, di “Paese Sera”». E lui: «Certo che vi ho riconosciuto… anzi, mò mi sbagliavo: ti ho riconosciuto, perché noi ci siamo sempre parlati col tu». La cosa si ripeté altre due volte. E al mio terzo «Eduardo, ma voi mi avete riconosciuto? Io sono Fiore, di “Paese Sera”», andò su tutte le furie: «Ma quante volte te lo debbo ripetere che lo so benissimo chi sei? E ti ho detto parlami col tu». Capii, allora, che quella era un’investitura. E infatti, scrissi l’intervista – che venne pubblicata nella prima pagina nazionale – rivolgendomi a Eduardo col tu.
Sergio Bruni mi disse una volta che Eduardo non aveva fatto altro che tenere sempre sotto osservazione la vita, spiandola dal buco della serratura. Io aggiungo che spesso – e lo dimostrò, ad esempio, proprio in occasione della visita al «Filangieri» – spinse la porta con un calcio, e irruppe nella vastissima stanza del mondo (oltre che in quella piccola del teatro) a testimoniare contro ogni convenzione e falso moralismo. E credo che sia per questo, soprattutto, che Eduardo oggi ci manca. Ci manca, intendo, la sua capacità di gettar lì senza parere, nell’estenuarsi di una conversazione qualsiasi, le verità più estreme e scomode: come quando, la sera del 13 aprile del ’79, mi disse nel camerino del San Ferdinando – al termine dello spettacolo composto dal «Berretto a sonagli» di Pirandello e dal proprio atto unico «Sik-Sik, l’artefice magico» – che a Napoli non riusciremo a procedere spediti finché non avremo «fucilato la dignità»: ossia, per l’appunto, la forma, il decoro esteriore.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 13/3/2020)

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