Quando un bar è l’equivalente di un utero in affitto

Beatrice Schiros in un momento di «Animali da bar», in scena al Bellini (le foto che illustrano questo articolo sono di Laila Pozzo)

Beatrice Schiros in un momento di «Animali da bar», in scena al Bellini
(le foto che illustrano questo articolo sono di Laila Pozzo)

NAPOLI – In fondo, lo squallido locale in cui è ambientato «Animali da bar», il testo di Gabriele Di Luca che Carrozzeria Orfeo presenta al Bellini, costituisce un equivalente del parcheggio abbandonato che compariva in «Cous Cous Klan», l’altro testo di Di Luca che Carrozzeria Orfeo presentò, sempre al Bellini, nel dicembre 2018. E molto simili risultano i personaggi (emarginati, smarriti, frustrati, capaci al massimo di concedersi sogni laceri e speranze malate) proposti dai due copioni in questione.
Nel bar in parola – gestito da un vecchio razzista misantropo (infatti ne sentiamo solo la voce, proprio perché non esce mai dalla sua stanza) e da Mirka, una barista ucraina che arrotonda i magri guadagni dando in affitto l’utero – incontriamo Swarovski, uno scrittore alcoolizzato costretto dall’editore a stendere un romanzo sulla Grande Guerra; il nipote del vecchio, Milo, titolare di un’impresa di pompe funebri per animali di piccola taglia; il marito che ha preso in affitto l’utero di Mirka, soprannominato Colpo di Frusta perché ha subìto l’omonimo trauma e buddista dedito alla lotta per la liberazione del Tibet ancorché picchiato regolarmente dalla moglie; e un ladro zoppo e depresso, soprannominato Sciacallo perché ruba nelle case dei morti mentre sono in corso i loro funerali. Ma contano soprattutto Swarovski e Mirka, in quanto incarnano i due atteggiamenti sostanziali, ed entrambi sterili, che qui si nutrono – sulla base di una specularità dialettica – nei confronti della vita: un nichilismo esibito e un cinismo avvilito.
Swarovski si presenta, subito, in maniera che su di lui non possano sussistere dubbi. Una delle sue prime battute, rivolta per l’appunto a Mirka, suona: «[…] almeno una mezza dozzina di persone desidera la tua morte ogni giorno, o sbaglio? In coda sulla tangenziale, il lunedì mattina in ufficio… chi non ha mai desiderato torturare il cane del vicino o schiacciare qualche ciclista di tanto in tanto? Se vuoi provare l’esatta inesistenza di Dio, sali su un autobus affollato di tuoi simili in pieno agosto». E poi, giù con sentenze tipo «Nessuno può aiutare nessuno», «Non si conoscerà mai la vera storia dell’umanità. Perché le cose più interessanti sono state fatte quasi tutte di nascosto, nell’ombra, in qualche letto… dentro a un pensiero… in un bar», «Siamo tutti adulti e disperati», «A più stronzate credi a ‘sto mondo e meglio stai» e – quest’ultima rivolta direttamente al pubblico – «È proprio vero, cazzo… il più grande problema della vita non è riuscire a incontrare l’amore o meno, ma come liberarsene».
Dal canto suo, il cinismo di Mirka arriva sinanche a sfiorare la blasfemia. Quando Milo osserva: […] quello che stai facendo mi sembra una pericolosa pratica di svilimento della figura femminile. Senza contare i coinvolgimenti religiosi», lei replica: «Maria è stata prima madre surrogata di storia. Perché Dio gli ha messo dentro Gesù. E senza nemmeno darle trentamila euro. Chiaro caso di affitto utero. Senza contare diritti di lavoratrici». Poiché Mirka – che ha pure il ruolo di badante tuttofare del vecchio, affetto per giunta da un simbolico cancro ai testicoli – è immersa totalmente in una vita considerata come pura e indifferente fisicità. In questa banda di «brutti, sporchi e cattivi» viene distinta, per intenderci, dalle scorregge che dispensa dall’inizio alla fine.

Da sinistra, Massimiliano setti e Pier Luigi Pasino in un altro momento dello spettacolo

Da sinistra, Massimiliano Setti e Pier Luigi Pasino in un altro momento dello spettacolo

Insomma, un testo nello stesso tempo divertente e disturbante, che conferma tutte le caratteristiche e i pregi del teatro pop (nel senso di popolare) e amarissimo di Carrozzeria Orfeo: un teatro completamente e inesorabilmente calato nel livido paesaggio metropolitano di oggi, in cui, a proposito di un personaggio come Sciacallo, possiamo provare pena, perché apprendiamo che ha tentato di suicidarsi, e insieme ridere, perché lo vediamo interessato a un ipotetico allungamento del pene.
Penso, in definitiva, che il bar in questione sia un «doppio» dell’utero in affitto di Mirka: vi si mette in scena la vita, che è altrove, proprio come, nel caso della madre surrogata, la vita nasce al di fuori di chi l’ha voluta. E un ulteriore pregio del testo di Di Luca risiede, poi, nel suo andamento da «giallo». L’autore dissemina sul percorso degli spettatori una serie d’indizi che a mano a mano li avvicinano sempre di più allo scioglimento conclusivo dell’enigma. Così, per esempio, Sciacallo dice a un certo punto: «Io lo so chi sei, Swarovski. L’ho visto nella mia mente chi sei». E alla fine chi è, Swarovski, ce lo rivelerà proprio lui. L’avevamo visto prendere di continuo appunti su un quaderno. Ed ecco la spiegazione: Swarovski, racconta, s’è presentato dal suo editore e gli ha detto: «Volevi qualcosa sulla trincea, brutto figlio di puttana?», aggiungendo, dopo avergli sbattuto sul tavolino quel quaderno: «E allora to’! Questa è stata la mia trincea, e il mio romanzo si chiama “Animali da bar”».
In breve, tutto quello che avevamo visto e sentito in precedenza non era vero, nel senso che, per parafrasare la battuta di Sciacallo, era tutto nella mente di Swarovski. E d’accordo, siamo di fronte a un efficace straniamento. Ma, cosa molto più importante, è uno straniamento che si collega allo straziante ossimoro che sigla poeticamente lo spettacolo, nell’empito di una superstite fraternità umana. Swarovski legge dal suo quaderno il resoconto del funerale della barista ucraina. E conclude: «Poi, mi avvicinai a Mirka, per guardare per l’ultima volta quella sua faccia brutta. Mi avvicinai e le dissi: “Ti voglio bene, stupida stronza affittautero, mi mancheranno le tue birre di merda”. Arrivarono a chiudere la bara. Ed io sentivo ridere la morte, mentre il sole si alzava giallo e disperato sui fiori marci del nostro addio. La guardai ancora un istante… per un’ultima volta. E Mirka era bella. Come tutte le cose… che se ne vanno».
Ora, per quanto riguarda la messinscena, basta constatare che rispetto a tutto questo la regia – firmata dallo stesso Di Luca, da Alessandro Tedeschi e da Massimiliano Setti – adotta una strategia oculata che, alternativamente, gestisce i personaggi nel loro insieme, come uno spaccato della società sbandata di cui facciamo parte, o isolandoli con uno spot singolarmente o a coppie, come insetti sotto la lente di un entomologo. E il resto, si capisce, è affidato alla prova degl’interpreti, che, nell’occasione, costituiscono un cast di rara omogeneità ed efficacia.
Spiccano, ovviamente, Federico Vanni e Beatrice Schiros nei ruoli-chiave, quelli di Swarovski e di Mirka, su cui mi sono soffermato. Ma non meno bravi sono Alessandro Federico (Milo), lo stesso Massimiliano Setti (Colpo di Frusta), Pier Luigi Pasino (Sciacallo) e Alessandro Haber (la voce fuori campo del vecchio). Per concludere, vale proprio la pena di andarci, al Bellini: rideremo, ma, in pari tempo, avremo l’opportunità di guardarci allo specchio, il che non fa mai male.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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